Lo scopo supremo della vita umana

Questo testo è tratto da Articoli e pensieri sul Vedānta di Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī. Si tratta di una raccolta in cui vengono illustrati aspetti essenziali della dottrina advitīya che saranno poi approfonditi nelle opere maggiori di Svāmīji e che consentono comunque a chi non è ancora addentro di avere una visione chiara e completa del Vedānta Śaṃkariano da parte di uno dei suoi massimi esponenti del XX secolo.

Il Serpente e la Corda

G.G.Filippi, Il serpente e la corda, Introduzione. Il quadro impietoso che è sotto gli occhi di chi voglia vedere, dovrebbe indurre, più che all’azione di contrapposizione, alla conoscenza, solo mezzo per dissolvere il saṃsāra. Questa è la prospettiva che indica questo libro: dopo una accurata disamina della situazione attuale, la ‘proposta’ per sottrarvisi.

I darśana considerati dal punto di vista advitīya

Questo articolo è stato sollecitato dalla necessità di dipanare le confusioni che spesso possono insorgere nel lettore a causa del condizionamento operato da alcuni ‘pregiudizi’ culturali. Come si leggerà, il sanātana dharma, avendo sempre sottesa, come fine ultimo, la liberazione dall’ignoranza, è completamente scevro da tali condizionamenti e anzi fornisce la dottrina e il metodo atti a rimuovere proprio tutto quanto fa parte dell’ignoranza. Dunque i darśana considerati nella prostettiva advitīya, assumono tutta un’altra portata rispetto a dei ‘punti di vista’ equivalenti con cui operare l’indagine conoscitiva. Infatti l’Unica Realtà non duale costituisce il vero discrimine per ordinarli e subordinarli alla Brahman vidyā che ne è l’espressione.

Tripurā Rahasya, Introduzione della Curatrice

Tripurā Rahasya è stata pubblicata alcune volte in lingue occidentali: i traduttori e curatori di tali versioni hanno interpretato il testo alla luce della loro categoria d’appartenenza. In generale, i traduttori indiani dal sanscrito all’inglese hanno usato un approccio al testo più diretto e, quindi, più genuino, sebbene poco ‘filologico’ e meno ‘scientifico’; le loro interpretazioni della dottrina contenuta variano tra i due estremi di considerarla un testo di Advaita śaṃkariano –supposizione, tutto sommato, non del tutto errata– fino a una esposizione di un metodo di Yoga tantrico. I sanscritisti e indologi occidentali, invece, del tutto spaesati a causa della loro totale mancanza di conoscenze riguardanti Śrī Vidyā, hanno visto nel Tripurā Rahasya una trasposizione ‘popolare’ dell’Advaita Vedānta, infarcita di interpolazioni provenienti da correnti tantriche e sāṃkhya le più disparate, con la preponderante e immancabile influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’.

Rivoluzionari, eretici, maghi, scienziati e strozzini

Questo articolo è il capitolo 61 della serie “Ab Ordine chaos” ed è stato pubblicato nel terzo volume. Come è accaduto sovente con gli studi che compongono questa raccolta, vengono evidenziate le falsificazioni compite dalla storia ufficiale a vantaggio della formazione di una mentalità evoluzionista acritica che considera cambiamento e miglioramento come sinonimi per giustificare il grande inganno perpetrato a danno dell’uomo e se fosse possibile della Verità..

Tra Oracoli, Sciamani e Yeti dell’Himalaya

RECENSIONE: Gian Giuseppe Filippi, Tra Oracoli, Sciamani e Yeti dell’Himalaya, Milano, Ekatos ed., 2022. Pp. 158, ∈ 22,00. Come si evince dal titolo, l’opera tratta un ambito particolare, poco chiaramente conosciuto e spesso incompreso. Grazie alle numerose missioni scientifiche in zone tribali dell’India, dell’arco himalayano tra il Nepal e la Birmania, fino a Taiwan e altrove che hanno permesso uno studio accurato sugli argomenti in esame, l’autore fornisce una spiegazione esaustiva dei diversi fenomeni di possessione.

Discriminazione tra Kāma e Mumukṣā

Śrī Śrī​​ Prakāśānandendra Sarasvatī Svāmījī, ha tenuto questa upadeśa a tre discepoli in Bengaluru il 27.11.2017. L’insegnamento a scopo di śrāvaṇa ha l’andamento tradizionale: le ripetizioni sono intenzionali e metodiche. ​ In ogni jīva c’è il desiderio naturale di essere felice. Infatti i desideri del jīva da realizzare in questa vita o nell’aldilà non sono motivati da nulla di diverso dal desiderio di mokṣa. Istintivamente il jīva non vuole rimanere così com’è, perché si sente limitato dal fatto d’essere un agente (kartā) e un fruitore (bhoktā): vuole liberarsi da questi attributi per essere felice, ma non riconosce la vera natura di questo desiderio istintivo. Però il desiderio vero è l’aspirazione alla Liberazione.