Gian Giuseppe Filippi, Tra Oracoli, Sciamani e Yeti dell’Himalaya, Milano, Ekatos ed., 2022. Pp. 158, ∈ 22,00.
Come si evince dal titolo, l’opera tratta un ambito particolare, poco chiaramente conosciuto e spesso incompreso. Grazie alle numerose missioni scientifiche in zone tribali dell’India, dell’arco himalayano tra il Nepal e la Birmania, fino a Taiwan e altrove che hanno permesso uno studio accurato sugli argomenti in esame, l’autore fornisce una spiegazione esaustiva dei diversi fenomeni di possessione. Tale spiegazione non si limita a una indagine sui contenuti dei manuali dell’antropologia culturale e della cosiddetta scienza delle religioni generalmente considerati più autorevoli, ma si basa soprattutto sulla ricerca sul campo, con il supporto delle dichiarazioni di sciamani e oracoli delle diverse categorie e sull’autorevole parere dottrinale di monaci vajrayāna e theravādin, di blama bömpo, paṇḍita e ācārya indiani e san-ju tao shih taoisti.
Il libro si apre con l’attestazione della fenomenologia di possessione (āveśa) già presente negli antichi testi vedici. In modo particolare i Veda mettono in guardia dal pericolo rappresentato dai posseduti affetti dalla ‘malattia della tigre’ che si aggirano di notte attorno ai villaggi in attesa di vittime umane. Questo caso estremo di sciamanismo teriantropico, di cui nel seguito del libro sono portate testimonianze di accadimenti attuali, è strettamente collegato alla ciclica comparsa di alcune malattie epidemiche. Ciò si ritrova in Occidente nel corso della storia tardo e post medievale, con i fenomeni di licantropia e vampirismo collegati alle pestilenze e alla diffusione della rabbia convogliata da invasioni di lupi, ratti e chirotteri. Ciò conferisce un significato particolare alla ‘malattia della tigre’ e a tutti quegli squilibri psichici individuali e collettivi collegati ai riti di possessione, che costituiscono l’argomento centrale del secondo capitolo.
Di seguito l’autore dà il resoconto delle diverse missioni in cui, assieme al suo team, ha assistito a riti di possessione sciamanica, intervistando i protagonisti di tali fenomeni e raccogliendone le esperienze e le loro interpretazioni, a partire dal Sikkim fino alla Birmania, in Orissa e nel centro dell’isola di Taiwan.
Segue uno studio sull’oracolarità, sulla sua origine sciamanica e la regolarizzazione iniziatica a opera di alcuni Guru specializzati in questa opera di contenimento della possessione da parte di spiriti. L’argomentazione s’incardina sull’incontro, avvenuto nell’Arunachal Pradesh, con un ku ten,un posseduto da Karma Thinle, divinità oracolare tibetana, che alcuni anni dopo doveva essere riconosciuto ufficialmente dal Dalai Lama. Da questa inchiesta ne è risultato per la prima volta la conoscenza del procedimento rituale con cui l’oracolo, da sciamano posseduto da spiriti e demoni, viene iniziato per diventare supporto corporeo di una divinità. L’autore è giunto alla medesima conclusione presenziando all’istruzione iniziatica da parte di un Guru indù a uno sciamano desia khond nello stato dell’Orissa, al fine di diventare supporto oracolare della dea Kālī. In seguito, G.G. Filippi ha raccolto la narrazione dalla viva voce della ex sciamana Shing Heu, della tribù taiwanese del paiwan, su come era stata iniziata da un monaco taoista per diventare oracolo del dio del tempio di Pintung.
Sulla base delle informazioni raccolte e degli insegnamenti ricevuti sullo sciamanismo, l’autore interpreta la funzione dello Yeti quale demone istruttore (rākṣas) e spirito possessore degli sciamani, liberando completamente tale figura dalle fantasie evoluzionistiche con cui gli esploratori e scienziati occidentali ne hanno stravolto la leggenda.
Infine, il libro si conclude con un caso di epidemia di possessione collettiva avvenuto tra il 1921 e il ’22 nell’India occidentale, che illustra come tali fenomeni siano passibili di essere manovrati da forze sottili a fini politici, in questo caso in favore del movimento gandhiano. Ciò che costituisce la trama che fa da sottofondo all’intero libro è però l’impostazione dell’autore, basata su una visione advitīya dell’argomento. In continuazione è richiamato alla memoria del lettore che tutti i fenomeni e, in particolare, quelli relativi alla dimensione psicologica, sono apparenze che nascondono la Realtà. La fenomenologia sciamanica e, in generale, quella della possessione, sono invero generati da arti illusorie ed evocate alla mente dalla suggestione impressa da chi le suscita. Quanto più si crede nella realtà di tali fenomeni, tanto più se ne rimane prigionieri. Fattore determinante per l’avverarsi del fenomeno e per il suo impatto sulla psiche di chi ne è coinvolto è il sentimento della paura. È il timore per gli spiriti, i demoni, gli stregoni e i ‘contro-iniziati’ che li rende apparentemente reali e pericolosi. Al contrario, coloro che sanno discernere il reale dal non reale tramite ‘neti neti’, non ne proveranno alcun timore e tutti questi fenomeni si dissolveranno come neve al sole. Perché dove splende di luce propria la non dualità, lì non può esserci paura, perché non c’è nulla che la possa produrre.
Patrizia Busetto Tedesco
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