Śrī Vidyā è la via iniziatica śākta più intellettuale fra tutte le correnti tantriche; facendo parte integrante dell’indagine conoscitiva (jñāna vicāra), assieme all’Advaita Vedānta è nota anche come Brahma Vidyā. Si tratta di una scienza che è stata assunta presso tutti gli Śaṃkara Pīṭham e insegnata dai Jagadguru e dai guru indipendenti che da questi sono stati autorizzati e istituiti per formare delle paramparā parallele. Diffusissima nell’India meridionale, è stata riportata al nord da Śrī Śrī Svāmī Hariharānanda Sarasvatī “Karapātrījī” Mahārāja. Śrī Vidyā è una via composta di tre livelli. Il primo livello, che viene seguito dai dīkṣita subito dopo l’iniziazione, è quella dei doveri rituali o pūja dharma, spesso definito anche come pratica della adorazione. Si tratta del compimento di riti di offerte (āhuti) a simulacri della Dea Lalitā, detta anche Tripurāsundarī, e di sacrifici (yajña), accompagnato dalla pronuncia di bīja mantra, officiati dal Guru o dallo specialista di riti (purohita) della singola famiglia iniziatica (kula). I rituali di questo livello sono sacrifici vedici compiuti in forme tantriche. Ogni singolo discepolo, poi, è tenuto alla recitazione (jāpa) solitaria del mantra: all’inizio il Gaṇapati, per dissolvere gli ostacoli all’entrata dello śaktipāta nelle nāḍī appena aperte dalla dīkṣā e, in seguito, altri mantra a scopo di aprire i cakra a partire da quello del cuore. Le prime esperienze positive fanno del dīkṣita un sādhaka, ovvero un iniziato che sta ottenendo i risultati della pratica del metodo. Il secondo livello è dedicato all’intensificazione della recitazione di vari mantra (mantra dharma) che s’aggiungono sempre più complessi e con maggior numero di sillabe (akṣara), fino a quello più carico di potenza di sedici sillabe (ṣoḍaśī mantra), che corrisponde all’apertura del loto della sommità della testa (Brahmarandhra). Questa fase è caratterizzata da una particolare attitudine esoterica segnata dalla segretezza delle istruzioni impartite dal Guru direttamente al discepolo. Quest’ultimo, in questa fase, si dedica alla meditazione distaccata dall’ottenimento di meriti o virtù ed è ora definito upāsaka (meditante). Con il ṣoḍaśī mantra l’upāsaka si rende indipendente dal maestro, attinge la conoscenza direttamente dalla propria Coscienza, la Dea stessa, il maestro interiore. Questa seconda fase comporta la purificazione della mente (śuddhadhī) e la possibilità di accedere al terzo livello. Quest’ultimo è il Vedānta, la via della pura conoscenza. Le opzioni, in questo caso sono principalmente due: o si prosegue ricevendo l’insegnamento da un Guru di Śrī Vidyā che ha raggiunto la realizzazione finale, oppure si opta per seguire l’insegnamento di un maestro di Advaitavāda.
Nel primo caso l’iniziato continuerà il suo viveka mantenendo un linguaggio tantrico, seppure applicato al metodo dell’adhyāropāpavāda e non all’aspetto devozionale e rituale dei due livelli propedeutici. Oppure, la seconda opzione sarà quella di diventare discepolo di un Guru dell’Advaita śaṃkariano. Il risultato sarà comunque identico, in quanto quelle due vie sono tali solo in apparenza essendo per natura non duali. Questo è valido nella prospettiva per cui, dallo stato di ignoranza, si procede dal basso verso l’alto a tappe fino alla purificazione mentale per poi assumere il metodo conoscitivo della Sākṣat prakriyā.
Considerando, invece, quanto si è detto fin qui dall’alto verso il basso, per il Vedānta di entrambe le opzioni i due primi livelli di Śrī Vidyā rappresentano il karma yoga che conduce alla via della conoscenza come un percorso unico. Per questa ragione Śrī Vidyā è diventato l’avvio privilegiato al Vedānta non duale, presso tutti i Śaṃkara Pīṭham e i numerosi Maṭha della medesima tradizione conoscitiva. Per i nostri tipi, a cura di Durgā Devī, è apparsa la Bhāvana Upaniṣad. Tale testo, utilissimo per conoscere i fondamenti di Śrī Vidyā, tratta in dettaglio i primi due livelli di questa via gnostica. Ora ci accingiamo a pubblicare il Tripurā Rahasya, che invece tratta del passaggio dal mantra dharma al jñāna kāṇḍa. Il contenuto di questo libro descrive il superamento della fase rituale (karma kāṇḍa) e il passaggio al livello vedāntico di Śrī Vidyā, e, per questa ragione, gli upāsaka lo considerano, a buon diritto, una vera e propria Upaniṣad.
Tripurā Rahasya è stata pubblicata alcune volte in lingue occidentali: i traduttori e curatori di tali versioni hanno interpretato il testo alla luce della loro categoria d’appartenenza. In generale, i traduttori indiani dal sanscrito all’inglese hanno usato un approccio al testo più diretto e, quindi, più genuino, sebbene poco ‘filologico’ e meno ‘scientifico’; le loro interpretazioni della dottrina contenuta variano tra i due estremi di considerarla un testo di Advaita śaṃkariano –supposizione, tutto sommato, non del tutto errata– fino a una esposizione di un metodo di Yoga tantrico. I sanscritisti e indologi occidentali, invece, del tutto spaesati a causa della loro totale mancanza di conoscenze riguardanti Śrī Vidyā, hanno visto nel Tripurā Rahasya una trasposizione ‘popolare’1 dell’Advaita Vedānta, infarcita di interpolazioni provenienti da correnti tantriche e sāṃkhya le più disparate, con la preponderante e immancabile influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’. Questa loro ossessione fa sì che ritrovino in ogni dove l’influenza dottrinale della corrente ormai estinta del Trika con cui spiegano qualsiasi fenomeno tantrico che non conoscono. Nel caso di Tripurā Rahasya, la supposta influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’ non solo denuncia la loro ignoranza di Śrī Vidyā, ma anche dello stesso Trika. Infatti, come il lettore potrà verificare, il testo che pubblichiamo espone il coerente superamento della fase ritualistica di Śrī Vidyā per poter accedere poi al suo percorso di conoscenza2.
È davvero una grazia divina che l’aspetto riservato di questa via iniziatica così diffusa in India sia ancora fuori della portata desacralizzante degli studi accademici.
In origine, il Tripurā Rahasya era composto da tre parti: il māhātmya kāṇḍa, contenente prevalentemente le narrazioni mitologiche focalizzate sulla figura della Dea e dei personaggi mitici che ne hanno trasmesso l’insegnamento3. La seconda parte, chiamata jñāna kāṇḍa, è il testo qui riprodotto, prevalentemente dedicato all’esposizione della dottrina advitīya. La terza parte, andata perduta, era il caryā kāṇḍa, in cui si descrivevano i rituali del primo e secondo livello. Secondo la tradizione vivente, il Paraśurāma Kalpasūtra sarebbe un testo che riassume il caryā kāṇḍa del Tripurā Rahasya, perciò questa perdita non è del tutto irreparabile4.
La struttura del jñāna kāṇḍa segue i parametri della narrativa tradizionale. Un racconto più ampio contiene al suo interno un certo numero di racconti che sono occasione per l’esposizione della dottrina conoscitiva e che sono di sprone per l’abbandono del dominio illusorio dell’azione, fosse anche quella rituale5.
L’insegnamento di Haritāyana a Nārada, che consiste in pochi versi di apertura e di chiusura dell’intera opera, ha solo lo scopo di connettere il jñāna kāṇḍa al māhātmya, in cui si trattava dell’incontro tra quel Guru e il suo celebre discepolo. È così poco rilevante, che il lettore, preso dalle diverse narrazioni, si dimentica di questo incipit, che gli ritorna alla memoria solamente alla conclusione del libro. Il vero racconto cornice è rappresentato dai dialoghi tra Paraśurāma e il suo divino Guru Dattātreya. Per istruire il discepolo, Datta gli presenta la dottrina sotto forma di alcune storie che presentano due personaggi complementari, l’uno che svolge la funzione di maestro e l’altro di discepolo. I racconti culminano sempre in un insegnamento che induce il discepolo, dopo la purificazione della mente, ad abbandonare la pratica del metodo attivo per dedicarsi alla contemplazione pura.
Il primo racconto narra la storia del principe Hemacūḍa e della sua sposa Hemalekhā; la seconda storia narra dello strano viaggio del principe Mahāsena nel mondo racchiuso in una roccia. Il terzo racconto consiste negli insegnamenti del re Janaka ad Aṣṭāvakra, mentre il quarto è la spiegazione della conoscenza che la Dea Lalitā impartì agli altri Dei. Il quinto e ultimo episodio espone gli insegnamenti che il principe Hemāṅgada diede a un brāhmaṇa condannato per le sue colpe a vivere come un orco cannibale.
Per ribadire l’importanza della scelta metafisica rispetto alla pratica rituale, ogni narrazione ricomincia proprio dall’inizio, dalla pūja e dal mantra, per poi, dopo la purificazione mentale, celebrare il trionfo della conoscenza sul dominio dell’ignoranza e del saṃsāra.
Sia la lettura leggera e il suo effetto profondo!
Maitreyī
- Sia benedetto il ‘popolo’ capace di pensieri tanto elevati. Solamente l’umanità del Satyayuga o i sudditi del regno di Śrī Rāma sarebbero tanto qualificati da poter esprimere la Realtà con pensieri così alti. Certamente i protervi intellettuali del mondo contemporaneo non sono in grado di cogliere nemmeno l’ombra di una dottrina tanto sottile![↩]
- Assuefatti ai loro criteri di critica profana, gli studiosi ufficiali non sono in grado di riconoscere le radici autentiche del Vedānta nella gnosi di Śrī Vidyā, ma vi vedono ‘imprestiti’ e ‘influenze’ dell’Advaita śaṃkariano come provenienti dall’esterno.[↩]
- La paramparā celeste che ha trasmesso agli uomini la conoscenza della Dea Tripurā è la seguente Śiva, Viṣṇu, Brahmā, Manu, Durvaśa, Saṃvarta, Dattātreya, Paraśurāma, Hāritāyana, Nārada e Agastya. A partire da quest’ultimo si sono suddivise tre trasmissioni del tutto storiche, note come hādimata kādimata e sādimata, tuttora esistenti, che presentano tra loro leggere differenze nella pratica del jāpa.[↩]
- Il Nityotsava nibandaḥ di Umānandanātha, discepolo del famoso Bhāskararāya, maestro di Śrī Vidyā, è un ulteriore documento che surroga l’assenza del caryā kāṇḍa.[↩]
- Con poca originalità, tutti i traduttori fanno ricorso alle immagini delle matriochka o delle scatole cinesi, per rendere l’idea della struttura del racconto tradizionale in tutti i climi e in tutte le epoche prima della nascita del romanzo moderno.[↩]
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