Tripurā Rahasya, Introduzione della Curatrice

Tripurā Rahasya è stata pubblicata alcune volte in lingue occidentali: i traduttori e curatori di tali versioni hanno interpretato il testo alla luce della loro categoria d’appartenenza. In generale, i traduttori indiani dal sanscrito all’inglese hanno usato un approccio al testo più diretto e, quindi, più genuino, sebbene poco ‘filologico’ e meno ‘scientifico’; le loro interpretazioni della dottrina contenuta variano tra i due estremi di considerarla un testo di Advaita śaṃkariano –supposizione, tutto sommato, non del tutto errata– fino a una esposizione di un metodo di Yoga tantrico. I sanscritisti e indologi occidentali, invece, del tutto spaesati a causa della loro totale mancanza di conoscenze riguardanti Śrī Vidyā, hanno visto nel Tripurā Rahasya una trasposizione ‘popolare’ dell’Advaita Vedānta, infarcita di interpolazioni provenienti da correnti tantriche e sāṃkhya le più disparate, con la preponderante e immancabile influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo VII Pellegrinaggio alle quattro estremità dell’India

In questo capitolo conclusivo l’Ācārya compie un pellegrinaggio con cui raggiunge le quattro estremità dell’India fondando i corrispondenti Pīṭham, centri iniziatici stabiliti per la difesa della pura dottrina advitīya. Śaṃkara proseguì poi alla volta di Badari, dove s’incontrò con Gauḍapāda, Śukācārya e Veda Vyāsa, tutti estremamente soddisfatti di come aveva espresso e diffuso la dottrina suprema. Qui lo venne a prendere un manipolo di aiutanti divini del Dio Śiva che lo condussero fino alla vetta del monte Kailāsa. Sulla strada del ritorno, egli in solitario prese la direzione di Kedārnātha. Fu su questi sentieri di alta montagna che Śaṃkarācārya scomparve per sempre. Non ci sono racconti sulla sua sparizione. A Kedārnātha un modesto samādhi starebbe a ricordare il luogo in cui svaporarono i cinque elementi che componevano il suo corpo. Aveva allora compiuto da poco i trentadue anni.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo VI Viaggio di ritorno all’India meridionale

Ora che Śaṃkara si era diretto verso sud-est rispetto a Kāśī (Benares), per dibattere con Maṇḍana Miśra, si trovava poco a nord dalla città di Ujjayinī, un importante luogo sacro. Decise così di dirigersi verso Kālaḍi, il suo villaggio natale nell’estremo sud, compiendo un pellegrinaggio a tappe. Dopo Ujjayinī, visitò l’altra importante città santa di Nāsik per poi piegare verso oriente e raggiungere il lontano villaggio di Śrī Śaila.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo V: La sfida dialettica con Maṇḍana Miśra

Il sunto del celebre dibattito tra Śaṃkarācārya e il paṇḍita ritualista Maṇḍana Miśra appare nel Cidvilāsīya, secondo la versione di Śrī Śrī Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī Mahārāja: l’Ācārya di Vedānta doveva dimostrare, sulla base della śruti e della smṛti, che soltanto la conoscenza (jñāna kāṇḍa) libera dall’ignoranza; il paṇḍita, sempre riferendosi esclusivamente al Veda e ai Kalpasūtra, avrebbe dovuto dimostrare che la Liberazione deve essere raggiunta solamente tramite la messa in azione delle istruzioni rituali (karma kāṇḍa). Colui che fosse stato vinto dialetticamente sarebbe diventato discepolo del vincitore.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo IV: Fine del brahmacarya e la ricerca del maestro di Vedānta

Quasi tutte le biografie agiografiche dell’Ācārya concordano che egli trovò il suo maestro sulle rive della Narmadā, fiume che taglia quasi orizzontalmente in due l’India. Alcuni testi, però, propongono il Badarikāśrama himalayano come luogo d’incontro. Questa versione probabilmente aveva lo scopo di collegare geograficamente quel guru alla paramparā risalente a Vyāsa, Śukācārya e Gauḍapāda che aveva sede in Badarinātha. È un altro modo per indicare la paramparā dell’advaita usando un simbolismo geografico.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo III: Nascita e infanzia di Śaṃkara Bhagavatpāda

Molte sono le biografie di Ācāryajī; in esse prevale la tendenza a far risaltare l’aspetto prodigioso della sua vita, allo scopo di incrementare la devozione negli animi dei lettori, piuttosto che riferire le poche notizie certe che lo riguardano. Si dovrà trarre perciò una narrazione plausibile raccogliendo i dati che sono unanimemente trasmessi in questi testi, tralasciando le pie leggende e le eulogie che si trovano sporadicamente qua e là.

Gesta di Śaṃkarācārya, capitolo II: L’apparizione del jñāna avatāra

Il significato di questa esposizione mitica sulla comparsa del jñāna avatāra corrisponde con una certa precisione anche alla verità come si è prodotta storicamente. L’unica cautela che qui segnaliamo riguarda la concezione di avatāra: in questo caso non si tratta di ciò che popolarmente si intende con avatāraṇa, sulla base di fonti esteriori purāṇiche, ovvero come se si trattasse della discesa di un Dio sulla terra. Infatti non si tratta qui né di discesa né, tanto meno, di ‘ridiscesa’, come alcuni fantasticano. Il jñāna avatāraṇa o Īśvara avatāraṇa è l’apparizione della conoscenza insegnata da un jīvan mukta. Non si tratta di un semplice guru, ma l’evidenza della Realtà espressa come una benedizione per chi è in grado di capire.