Molte sono le biografie di Ācāryajī1; in esse prevale la tendenza a far risaltare l’aspetto prodigioso della sua vita, allo scopo di incrementare la devozione negli animi dei lettori, piuttosto che riferire le poche notizie certe che lo riguardano. Si dovrà trarre perciò una narrazione plausibile raccogliendo i dati che sono unanimemente trasmessi in questi testi, tralasciando le pie leggende e le eulogie che si trovano sporadicamente qua e là.

Secondo quasi tutti gli Śaṃkara Vijaya2Śivaguru e Āryāṃbā3 erano una coppia di brāhmaṇa appartenenti alla sottocasta nambūdiri4 che abitava nel villaggio di Kālaḍi5. La leggenda narra che si erano recati al tempio di Vadaku Nātha6 dedicato al toro Nandin7 che si erge sulla collina di Vṛṣācala8, nei pressi di Thrissur, a nord di Kochi. Il tempio è ancora frequentatissimo luogo di pellegrinaggio per sposi che hanno difficoltà ad avere una progenie e ciò fa pensare che questo fosse il motivo per cui si fossero recati colà.


Lì compirono un bhajana in onore del Dio Śiva.

Compiuto il rituale solenne, al ritorno a casa Āryāṃbā si accorse di essere in dolce attesa. Una notte i due sposi ebbero la visione del Dio che chiese loro se preferivano avere molti figli di media intelligenza e di lunga vita oppure un figlio di straordinaria capacità di conoscenza, ma dalla vita breve. La coppia si rimise alla volontà di Śiva. Dopo un periodo regolare di gestazione, Śrī Ācārya venne alla luce a Kālaḍi.

La gran parte dei testi concorda però sul fatto che egli sarebbe nato il quinto giorno di luna crescente del mese di Vaiśākha, il secondo mese dell’anno solare. Questa precisa datazione sarebbe attestata dallo stesso nome che gli fu dato dai genitori: Śaṃkara. Da tempo immemorabile fino a oggi, infatti, nel Malabar, regione a cavallo tra gli attuali stati del Kerala e del Karnataka, i nomi dei neonati sono una trasposizione sillabica (akṣāra) della data di nascita astronomica. I segni grafici del devanāgarī sono contati sulla base della loro posizione nel raggruppamento consonantico di cui fanno parte. Nel caso specifico śaṃ sta per 5, ka sta per 1 e ra sta per 2; ovvero Śaṃkara sarebbe nato il quinto giorno della prima lunazione del secondo mese dell’anno. Perciò è stata una fortunata coincidenza che questi tre akṣāra messi in sequenza abbiano formato il nome vedico di Śiva che significa ‘il benevolo’. Purtroppo non è stato trasmesso l’astro che stava nell’ascendente, cosa che ha impedito di risalire a una datazione dell’anno9. Nessuna delle diverse biografie intitolate Śaṃkara Vijaya (“Gloria di Śaṃkara”), perciò, ha osato proporre un anno preciso per nascita del Grande Maestro.

Solamente lo Śiva Rahasya, attribuito a Jaigīṣavya10, afferma che egli sarebbe nato circa duemila anni dopo l’inizio del Kali yuga. Egli, quindi sarebbe apparso poche generazioni dopo il Buddha Śakhyamuni, ossia verso la metà del X secolo a.C. Anche la datazione riguardante la vita del Buddha, che tradizionalmente era fatta risalire all’inizio del secolo XI a.C. è stata postdatata da indologi e buddhologi stranieri11, il cui unico scopo è stato quello di dimostrare la primogenitura della defunta civiltà ellenica su tutte le altre, di cui gli occidentali si sentono abusivamente gli eredi12. È segno di grave dipendenza intellettuale che non solamente gli accademici orientali, ma perfino i rappre-sentanti autorizzati delle tradizioni viventi in Asia abbiano accettato supinamente questa imposizione culturale. Siamo certi, inoltre, che la collocazione di avvenimenti in una cronologia storica ‘scientifica’ non serva in nulla per una migliore comprensione delle dottrine. Ne sia prova la totale incomprensione orientalistica dei contenuti dei testi che ottusamente e, spesso, deliberatamente violentano. L’unico scopo reale della negazione aprioristica per ogni antichità profonda del pensiero umano ha lo scopo di promuovere il pregiudizio evoluzionistico a legge universale, sempre mantenendo una primogenitura alle civiltà occidentali.

In ogni caso può essere interessante considerare in breve il modo di procedere del metodo ‘scientifico’ accademico. Tutto nasce da una ipotesi di Wilson13: costui sostenne che Megastene (350~290 a.C.), l’ambasciatore di Seleuco Nicatore, si era recato a Pāṭaliputra, alla corte di un Re indiano chiamato Sandrokottos, che egli identificò senza indugio con Candragupta Maurya.


Tutti gli accademici occidentali accettarono con entusiasmo questa identificazione, seguiti servilmente poi dagli studiosi nativi dell’India coloniale fino a oggi. Tradizionalmente, dal paranirvāṇa di Buddha a questo sovrano della dinastia Maurya erano passate quattro generazioni. Su questa base Wilson stabilì che la data di vita di Śakhyamuni, riconosciuta dai testi del buddhismo, era falsa e che doveva essere postdatata al V secolo a.C.

Nessuno fu colto dal minimo dubbio riguardo al fatto che ci furono altri due sovrani a Pataliputra chiamati Candragupta, oltre a un re Samudragupta e uno Skandagupta della dinastia Gupta, il nome di ognuno dei quali potrebbe essere stato storpiato in Sandrokottos da Megastene. La cosa grave è che tra Candragupta Maurya e il primo Candragupta Gupta c’è una differenza di cinquecento anni. Se gli storici accademici si sono sbagliati, tutta la storia dell’India dovrebbe essere retrodatata di cinquecento anni, e allora il tempo in cui vissero Siddhārtha Śakhyamuni, Śaṃkara e tutti gli altri, ritornerebbe alla datazione tradizionale14. Invece, in ossequio al dato storico riportato dall’ambasciatore ellenistico, gli storiografi15 dichiarano false e fantasiose tutte le cronologie riportate in dodici Dharma Śāstra e diciotto Purāṇa.

Poiché non è lo scopo di questo scritto operare una revisione dell’intera storia indiana, ci atterremo alle date presunte, facendo notare che anche in questo caso le distorsioni non mancano. Tra tutti i ventidue Śaṃkara Vijaya, solamente lo Śaṃkarendravijayavilāsa si discosta nettamente nella sua narrazione. Il nome dei genitori, invece di Śivaguru e Āryāṃbā, sono mutati in Viśvajit e Viśiṣṭā Devī e il luogo di nascita anziché Kālaḍi sarebbe stato Cidaṃbaram; questo farebbe di Śaṃkara un tamiḷ16. È evidente che lo scopo di questa biografia consiste nel riallacciare la tradizione iniziatica śaṃkariana alla leggenda di Gauḍapāda. Ma si tratta evidentemente di una pia forzatura. Lo Śaṃkarendravijayavilāsa, però, è l’unico di questo genere letterario che propone una data per la nascita dell’Ācārya: il 788 d.C. Non è perciò da stupirsi se la storiografia scientifica abbia adottato come indiscutibile una data così tarda.

Tuttavia neppure tale certezza ha base vera. Infatti Śaṃkara cita la capitale Pāṭaliputra17, che però, nel 756 d.C., era stata completamente spazzata via da una disastrosa esondazione del Gange. Solamente più tardi nelle sue vicinanze fu rifondata l’attuale Paṭnā. La visita di Śaṃkara a Pāṭaliputra doveva perciò aver avuto luogo in precedenza. In assenza di date da altre fonti, è proprio l’opera dell’Ācārya che ci fornisce alcuni indizi sul periodo della sua vita. Per esempio, sempre nel Sūtra Bhāṣya18, egli scrive che si trovava a Kāṣī durante l’intronazione di Pūrṇavarma Re di Magadha. Il pellegrino cinese Hsüan Tsang visitò Pāṭaliputra nel 637 d.C. e riferì di aver sentito parlare di quel sovrano, ma che da tempo non era più in vita.

Nel suo Upadeśa Sāhasrī19, Śaṃkara cita uno śloka del filosofo buddhista Dharmakīrti, nipote di Kumārila Bhaṭṭa e discepolo del vijñānavādin Diṅnāga. Sempre nel Sūtra Bhāṣya, l’Ācārya si è impegnato in una articolata confu-tazione delle Diṅnāga Kārikā20. Questi dati restringono ancor più l’arco del periodo in cui il Nostro visse: il mīmāṃsaka Kumārila Bhaṭṭa era certamente più anziano di Śaṃkara. Era un celebre sapiente che aveva consacrato la sua vita alla confutazione del buddhismo e alla restaura-zione della tradizione sacrificale vedica. Śaṃkara lo aveva sfidato a un dibattito per determinare se fosse superiore il karma o il jñāna. Incontrò l’anziano paṇḍita quando era già seduto sulla pira con cui aveva deciso di interrompere una vita da cui non aveva più niente da aspettare. Dal sacro luogo del suicidio, Bhaṭṭa delegò il discepolo Maṇḍana Miśra a rappresentarlo nella discussione. Maṇḍana Miśra e Dharmakīrti erano perciò all’incirca della medesima età di Śaṃkara, mentre Kumārila Bhaṭṭa e Diṅnāga dovevano essere più anziani di almeno una generazione. Questi due ultimi sono collocati in un periodo che va dalla fine del quinto secolo alla metà del sesto. Secondo la maggior parte degli studiosi Dharmakīrti, da parte sua, sarebbe vissuto nella seconda parte del sesto secolo. Perciò questo dovrebbe essere lo stesso periodo che abbraccia la breve durata della vita dell’Ācārya. Quindi la datazione che va per la maggiore è postdatata almeno di duecento anni21.

Sempre che si accetti la storiografia basata su Megastene.

Il bimbo nacque forte e sano e, a parte una notevole precocità nelle capacità di apprendimento, non gli si attribuiscono particolari episodi miracolosi preannuncianti lo straordinario insegnamento che impartirà all’India intera.


Certamente a un anno parlava già correttamente il malayāḷam, che allora era ancora un dialetto molto sanscritizzato del tamiḷ, diffuso nella terra in cui era nato; perciò non può sorprendere che a quella tenera età avesse cominciato a capire e a farsi capire in sanscrito. Vuole la tradizione che Śaṃkara non disdegnasse di giocare con i suoi coetanei; tuttavia passava gran parte del suo tempo libero a discutere sul dharma con il padre e con gli anziani brāhmaṇa del villaggio di Kālaḍi. Impiegò i primi tre anni della sua vita ad apprendere dalla viva voce degli anziani i due poemi epici Mahābhārata e Rāmāyaṇa, la lirica sanscrita e numerosi testi della smṛti22. Invece dai tre ai cinque anni d’età si dedicò all’apprendimento della śruti23.   Con questa preparazione al dharma, Śaṃkara chiese al padre di anticipare la data dell’upanayana, rito con il quale il bimbo è ufficialmente accolto nella casta dei genitori e che, nel caso di fanciulli brāhmaṇa, generalmente viene compiuto tra i sette e gli otto anni d’età. Questo upanayana è detto ‘regolare’ (nityopanayana), in quanto è quello seguito di norma. Tuttavia, come in questo caso di un ardente desiderio di conoscere l’Assoluto (Brahmatejas), il rito può essere anticipato; allora è definito kāmyopanayana, di desiderio24. La tradizione vuole che sia stato lo stesso Śivaguru a celebrare il rituale dell’imposizione del cordone brāhmaṇico al figlio, usanza che è ancor oggi ampiamente diffusa. Dopo di ciò, quel precoce brāhmaṇa fu mandato presso un gurukula, la scuola in cui avrebbe appreso dalla bocca di un guru i significati dei testi vedici, ch’egli peraltro già conosceva. S’ignora il nome di questo primo insegnante della śruti.


Forse per questa ragione non è stata tramandata alcuna notizia di questo periodo di studentato (brahmacarya). Quando, conclusi i suoi studi, agli otto anni ritornò a casa, venne a conoscenza che suo padre, il saggio Śivaguru aveva restituito il corpo alla natura. La madre lo accolse con tutto l’amore di riaverlo con sé, e con il sollievo di interrompere la sua solitudine vedovile.

Questo racconto dei primi anni della vita dell’Ācārya è presente in tutte le sue biografie. Non è documentata, ma, essendo del tutto plausibile, la affidiamo all’attenzione del lettore.

  1. Tra esse le più note sono: Mādhavīya Śaṃkara Vijaya, Ānandagirīya Śaṃkara Vijaya, Cidvilāsīya Vijaya, Keralīya Śaṃkara Vijaya, Vyāsācarīya Śaṃkara Vijaya e altre ancora. Anche la già menzionata Patañjali Vijaya riporta una breve storia della vita di Śaṃkara.[]
  2. Gli Śaṃkara Vijaya sono ventidue. Di essi tredici sono stati studiati da Svāmī SatcidānandendraSarasvatī (Śrī Śaṅkara Bhagavatpāda Vṛttānta Sāra Sarvasva, Holenarasipur, APK, 2015, p. 3). Tra le ventidue biografie di Śaṃkara, una sola, il Śaṃkarendravijayavilāsa, è del tutto discordante dai dati che riguardano il luogo di nascita e il nome dei genitori. Ovviamente è l’unico testo tenuto d’acconto dagli storici accademici, per le ragioni che esporremo di seguito.[]
  3. È molto probabile che i nomi dei genitori siano in verità dei titoli onorifici: Śivaguru, infatti, significa ‘maestro o padre di Śiva’, dato che Śaṃkara è considerato spesso avatāra di quel Dio; e il significato di Āryāṃbā è ‘nobile madre’.[]
  4. I nambūdiri sono considerati il più nobile tra tutti i clan sacerdotali dell’India e ancor oggi sono concentrati soprattutto nella parte settentrionale del Kerala.[]
  5. Kālaḍi è versione malayāḷam del sanscrito kālādi,‘tempo primordiale’.[]
  6. Vadaku Nātha significa ‘il Signore del Nord’.[]
  7. La cavalcatura del Dio Śiva.[]
  8. ‘Virile come un toro’. La collina è nota anche come il ‘Kailāsa del Sud’, la residenza meridionale del dio Śiva.[]
  9. Ci sono varie ipotesi che riguardano l’astro in ascendente, anche se basate su nulla di davvero certo. In base a tali supposizioni, il Kālikā Pīṭha di Dvārakā e il Kāmakoṭī Pīṭha di Kāṅcī datano la nascita di Śaṃkara al quinto secolo a.C., mentre lo Śāradā Pīṭha di Śṛṅgerī al primo secolo a.C.[]
  10. Si tratta di un’imponente raccolta di testi, appartenente al genere epico (Itihāsa), divisa in dodici sezioni (aṃśa). Nella nona sezione trovasi la biografia di Śaṃkarācāryatra quelle dei sessantatré santi śaiva noti come Nāyanmār.[]
  11. Per la verità in ambiente scientifico si accettano come autentiche soltanto le manipolazioni dei testi pāli singalesi portate a termine dalla Società Teosofica e dalla Mahā Bodhi Sabhā a fine ‘800.[]
  12. Tale abuso del tutto ideologico ha come protagonisti, in modo particolare, gli ambienti accademici dei popoli anglosassoni di origine germanica e scandinava, quelli che greci e romani considerarono a buon diritto rozzi barbari abitanti di plaghe selvagge e inospitali. Essendosi poi giudaizzati, diventando protestanti delle più svariate sette, si sono ancor più allontanati dalla civiltà classica.[]
  13. Select specimens of the theatre of the Hindus, tr. by Horace Hayman Wilson, vol.II, London, Parbury, Allen & Co., 1835 (II ed.). Il testo su cui si basa tutta la costruzione storica è ivi compreso. Si tratta della traduzione dal sanscrito del dramma Mudrā Rākṣasa: pp. 151, 182, 190, 210 e 253.[]
  14. A dimostrazione della falsificazione della storia dell’India si può considerare che la datazione ancora tradizionalmente in uso è detta Vikrama Saṃvat che ha inizio nel 57 a.C. Tale calendario prende il nome dal re Vikrama Aditya che volle riformare il computo del tempo fino ad allora in uso. Nella storiografia moderna quel Re e tutta la sua dinastia sono stati totalmente cancellati. Alcuni si sono spinti ad affermare che Vikrama Aditya era un titolo di cui si fregiava l’imperatore Candragupta I della dinastia Gupta che, secondo questa manipo-lazione, regnò all’inizio del IV secolo d.C.[]
  15. Ben si merita questa categoria di specialisti tale attribuzione. Sono infatti coloro che scrivono la storia in base alla mentalità e all’ideologia imperante.[]
  16. I fini devozionali di tale racconto sono accentuati dalla narrazione della nascita miracolosa di Śaṃkara. Infatti la mamma era rimasta vedova e sarebbe stata fecondata dalle fiamme della pira del marito. Questo tipo di prodigi abbonda nei miti e nelle agiografie del sanātana dharma, ma è invece scarsamente presente nella letteratura advitīya che considera il miracolo e la magia una pura illusione (mithyā).[]
  17. Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya (BSŚBh), II.1.8; IV.2.5.[]
  18. BSŚBh II.1.18.[]
  19. Upadeśa Sāhasrī (US) XVIII.139.[]
  20. BSŚBh II.2.28.[]
  21. Siamo perfettamente consapevoli che la sclerosi accademica non recepirà queste correzioni e che nei manuali, non soltanto di divulgazione, si continueranno a ripetere acriticamente le date di nascita e di morte del Nostro: 788-820.[]
  22. La smṛti è l’insieme dei testi sacri secondari che comprende, oltre all’epica (itihāsa) già menzionata, anche le raccolte mitologiche dei Purāṇa e gli Śāstra, testi di comportamento, di rituale e delle scienze tradizionali.[]
  23. La śruti è il Veda stesso, che comprende gli inni (saṃhitā), i trattati sacrificali (brāhmaṇa), le tecniche di interiorizzazione dei sacrifici (āraṇyaka), e i testi sapienziali (upaniṣad).[]
  24. Jagadguru Śrī Candraśekharendra Sarasvatī, Ādi Śaṃkara. His Life and Times, Mumbai, Bharatiya Vidya Bhavan, 1980, p. 128.[]

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