Pubblichiamo questo contributo pervenutoci a commento di “Matafisica e sufismo”, come articolo autonomo data l’importanza di uno dei temi trattati. Prendendo spunto da una recensione apparsa sulla Rivista di studi tradizionali al libro di M. Renaud Fabbri, René Guénon et la Tradition Hindou, l’Autrice affronta i tratti essenziali del ricollegamento alle vie iniziatiche indù con garbo e fermezza, sgombrando il campo da tante confusioni determinate, non sempre in buona fede, da chi per impossibilità o altro, non ha mai ritenuto opportuno di dover andare alla fonte per imparare e capire come stanno davvero le cose.
Per Ekatos edizioni Maitreyī ha già curato e tradotto alcuni testi di Advaita Vedānta apparsi precedentemente su VEDAVYĀSA MAṆḌALA.COM.
Oṃ Śrī Gurubhyo Namaḥ
Gentile Editore,
ti ringrazio per lo spazio che mi offri per rispondere con le seguenti precisazioni alle continue aggressioni adharmika nei confronti nostri e, soprattutto, per la mancanza di rispetto per i nostri maestri.
Faccio parte del “caso, questa volta italiano, assai problematico (per voi)”, come siamo stati definiti nella Rivista di Studi Tradizionali n.112 in cui si recensisce il libro di M. Renaud Fabbri, René Guénon et la Tradition Hindou. Non conosco personalmente M. Fabbri né ho letto il suo libro. So che è stato uno schuoniano e non ne condivido affatto il pensiero. Conosco però il suo Guru e l’ambiente tradizionale che lo circonda. Mi riferisco perciò alla recensione, oltre a qualche affermazione contenuta in Qualche nemico in più per l’opera di René Guénon. Leggo quanto segue:
Rif: (Fabbri)… ma anche praticante e legato a qualche scuola induista, deve innanzitutto contestare Guénon sul tema del ricollegamento alla tradizione indù da parte degli occidentali, ricollegamento ritenuto da quest’ultimo (Guénon) non del tutto impossibile in linea teorica, ma quasi impossibile in pratica, per ragioni tecniche e comunque inadatto alla natura degli occidentali stessi.
Il sig. Fabbri non è un “praticante legato a qualche scuola induista”, ma vi appartiene regolarmente. Correttamente ha contestato l’affermazione di Guénon sulla difficoltà di ricollegamento a una via iniziatica hindū. Io personalmente, prima di essere accettata come discepola da un paramaḥaṃsa saṃnyāsin di Vedānta, ho avuto ben altri tre maestri, di cui uno di scuola rāmaita. Quindi l’affermazione che è “impossibile in pratica” un ricollegamento per fantomatiche “ragioni tecniche”, è del tutto smentita. In una di queste scuole, inoltre, la presenza di discepoli occidentali è del tutto assente. Questi guru hanno affermato di non vedere alcuna differenza fra esseri umani, purché qualificati, in quanto essi sono Jagadguru, maestri per tutto il mondo. La vostra campagna terroristica sulla presunta impossibilità di ricevere una iniziazione hindū, ha scoraggiato generazioni intere di lettori di Guénon, allo scopo di convogliarli verso l’islam, per puro spirito settario. La qualità e il numero di maestri dei nostri collaboratori è limpida, visibile e rintracciabile (grazie a internet!), al contrario dei vostri, prudentemente tenuti nascosti.
Rif:… cercando di ridurre i suoi (di Guénon) insegnamenti a livello di filosofia.
Mi sono sempre chiesta che cosa rappresentasse per Guénon un filosofo come Leibnitz, uno dei padri della scienza moderna, su cui ha basato Le principe du calcul infintésimal.
Rif:… ma le modalità sottili sono considerate sia in senso inferiore che in senso superiore; nell’individualità umana vi sono anche modalità superiori che già sfuggono al tempo.
Non è così. Le modalità sottili, anche quelle superiori, non sfuggono affatto al tempo: l’intera individualità, corpo, sensi, prāṇa, manas, buddhi, tempo, spazio, relazioni, sono tutti nello stato di veglia. La vostra affermazione sostiene l’errore metafisico che vuol la buddhi sovraindividuale. Il sovraindividuale non esiste affatto: il superamento dell’individualità è mokṣa. Leggetevi con attenzione le Upaniṣad e le opere di Śaṃkara. Da ciò risulterà che l’insegnamento di Guénon sul Vedanta non è affatto in linea con Śaṃkara. Guénon non solo non parla mai di avasthā, di Sākṣin, o degli altri quattro “metodi” classici dell’Advaita, di cui abbiamo trattato a lungo nel nostro sito. La sua esposizione si basa in larga parte su Rāmānuja, esponente della “non dualità con distinzione”, ossia di una conoscenza del non-Supremo. E sul Sāṃkhya, su cui si dilunga per ben cinque capitoli, che Śaṃkara, invece, liquida in due frasi come contrario al Advaita Vedānta in Brahma Sūtra II.1.3. Piuttosto Guénon dimostra una maggiore precisione altrove quando tratta di dottrine tantriche.
Rif:… chi si mantiene all’esterno non può trovare quelle indicazioni che provano come l’opera di Guénon sia frutto di una vera realizzazione spirituale di altissimo livello ed anche di una speciale funzione.
Per quanto riguarda la realizzazione spirituale di Guénon “di altissimo livello” è argomento insondabile per me come anche per voi. Ma sulla “speciale funzione” abbiamo tutto il diritto di chiederci chi mai gliela avesse delegata. Siete forse voi che date queste patenti?
Rif: Stravaganze eterodosse più evidenti…
Avete ragione in parte a sostenere che Fabbri non distingue una via regolare dalle “stravaganze eterodosse più evidenti”. Ma chi siete voi, discepoli di un occidentale altrettanto stravagante, per accusare gli altri senza soffermarvi sulla mescolanza di massoneria e sufismo che avete istituzionalizzato? Se pensate che le due forme iniziatiche sono dotate di due metodi, come giustificate questa mescolanza? Se una delle due è priva di metodo, a che serve? Se invece il vostro scopo era quello di rivivificare una via priva di metodo, i risultati, con l’attuale vostra frammentazione, dimostrano il suo fallimento. Ben altre competenze ci sarebbero volute!
Rif: Altro argomento contestato da Fabbri è quello della Tradizione Primordiale, … cerca di respingere quanto esposto da Guénon sull’argomento, evidentemente per potersi allineare ai maestri con i quali può essere in contatto e che non possono essere esenti da un certo esclusivismo.
L’induismo è la Tradizione Primordiale. Certamente nel corso degli yuga ha modificato alcune sue forme esteriori, mantenendo intatta la trasmissione spirituale come è attestato in Bhagavad Gītā IV.7-8. E la trasmissione ininterrotta ne è la garanzia. Guénon non poteva dire cosa più sbagliata. Perciò l’affermazione di Guénon va respinta. È corretto comportamento di un discepolo aderire agli insegnamenti del guru confermati dalla scrittura. I maestri di cui parla Fabbri non sono preda “di un certo esclusivismo”, né tendono a “considerare superate certe barriere di casta e di natura individuale e a concedere ampie aperture agli occidentali che poi svolgono azione di propaganda in Europa”. Non ne conosco una che compia questa azione di propaganda. Invece l’Europa pullula di “muqaddam” e “shuyukh” incaricati (o meno) da maestri sufi, questi sì di manica larga.
Rif: Nel nostro n. 110 abbiamo segnalato un altro caso, questa volta italiano, assai problematico. Non possiamo certo emettere giudizi su questi “maestri indù contemporanei” (che comunque sono numerosi diffondono i loro messaggi e le loro immagini servendosi diffusamente di internet), ma possiamo quanto meno osservare quello che producono i loro allievi, e questo non ci rassicura affatto sui risultati di quelle aperture, concesse interpretando in modo assai elastico le regole della loro stessa tradizione.
I nostri maestri non hanno paura di apparire né noi ci vergogniamo a mostrarli. Quanto a “quello che producono i loro allievi” non sono affatto nostre produzioni, ma la riproduzione dei loro insegnamenti. Tralasciamo le critiche alla loro qualità: chiunque in grado di capire la metafisica se ne può rendere conto. Per pura compassione evitiamo di fare una comparazione con i vostri scritti. Inoltre, chi siete voi per affermare che i nostri guru interpretano in modo elastico le regole della loro stessa tradizione? Abbiate il coraggio di dire apertamente il vostro pensiero evitando la tattica delle insinuazioni gratuite. Abbiamo il piacere di non conoscervi, quindi in base a cosa emettete giudizi tanto avventati?
DA QUALCHE NEMICO IN PIÙ
Rif: Quando queste forme di esclusivismo dottrinale (quanto alla pratica è sempre necessario integrarsi in una determinata tradizione e seguirne tutte le prescrizioni) si manifestano anche nelle organizzazioni iniziatiche, sono comunque il segno di un certo decadimento, dell’infiltrazione di una mentalità di tipo exoterico o comunque di certe limitazioni lontano da quella visione universale che invece si ritrova laddove vi sia ancora l’impronta di un’autentica realizzazione spirituale.
Con l’affermazione (quanto alla pratica è sempre necessario integrarsi in una determinata tradizione e seguirne tutte le prescrizioni) cosa si insinua? Che forse non siamo integrati in una tradizione e non ne seguiamo le prescrizioni? In base a cosa fate queste affermazioni? E a quale fine? Le prescrizioni nell’induismo non sono uguali per tutti e variano da famiglia a famiglia da individuo a individuo, da via iniziatica a via iniziatica. L’induismo non ha un essoterismo egualitario come le religioni semitiche. Perciò è una enormità affermare che si sia prodotta una infiltrazione di tipo essoterico. Quanto alla “visione universale che invece si ritrova laddove vi sia ancora l’impronta di un’autentica realizzazione spirituale” vi riferite a Torino o a Milano?
Rif: Anche la parola “Liberazione” potrebbe voler dire qualunque cosa se se ne volesse limitare il significato. In realtà, in questo caso, il termine “universale” è trasponibile metafisicamente a rappresentare la Totalità assoluta. Come scrive Guénon: “… bisogna risalire…al Principio comune del manifestato e del non manifestato, che è veramente il Principio Supremo… perché si abbia realizzazione piena e totale dell’“Uomo universale”.
Con questo, anche se involontariamente, dite una cosa esatta. Il termine Liberazione può anche essere inteso in un senso limitato. Infatti nelle vie del non-Supremo, con questo termine si intende l’incorporazione nel Brahmaloka, proprio per l’incapacità di comprendere cosa sia il vero mokṣa. Allo stesso modo in quelle vie si confonde l’Assoluto con l’universale, l’Assoluto che non è Principio di nulla, né del manifestato né del non-manifestato.
Non avrei mai voluto essere spinta a correggere alcune affermazioni di Guénon. Perché Guénon è stato e resta un caposaldo della mia formazione. Sono stata costretta dai vostri attacchi malevoli. Perciò, in base alle vere dottrine vedāntiche che mi sono state trasmesse, ho dovuto prendere posizione. Come si fa tradizionalmente, i maestri (anche se Guénon non ha mai preteso di esserlo) si ringraziano per quello che hanno dato, ma poi si deve procedere oltre nella ricerca della Verità.
Maitreyī
Oṃ śānti śānti śāntiḥ
2 commenti
Ekatos Edizioni · 11 Maggio 2020 alle 12:58
Pubblichiamo molto volentieri questa nota in continuità col testo di Maitreyī perché spiega nel dettaglio, per esperienza diretta e con la chiarezza che fuga ogni dubbio, le modalità e possibilità di ricollegamento al Sanātana Dharma. Ringraziamo per questo gli estensori.
Non siamo avvezzi alle polemiche, anzi non ci piacciono affatto, ma ci sentiamo chiamati in causa perché delle persone che non conoscono i nostri Maestri vorrebbero giudicare il Loro operato. Premesso che questi Maestri non hanno certo bisogno di essere difesi da alcun tipo di attacco, ci limitiamo ad una semplice, ma doverosa puntualizzazione.
Benché vi siano parecchi punti critici nello scritto del signor Confienza, teniamo a segnalare quanto segue.
Nel Sanātana Dharma vi sono due ambiti spesso permeati che però possono essere ben distinti: karmakhaṇḍa (sezione ritualistica) e jñānakhaṇḍa (sezione della conoscenza). Nel karmakhaṇḍa si situa il svadharma, che è ambito assoluto e unico dei due volte nati (dvija), ovvero coloro che appartengono alle prime tre caste, brāhmaṇa, kṣatriya e vaiśya e che a partire dai 7 anni di vita, possono sottoporsi al rituale della legatura del cordone sacrificale (yajñopavīta). Tale rito di passaggio (upanayana saṃskāra) è la conditio sine qua non per i brāhmaṇa per accedere allo studio del Veda (vedādhyāyana). Tale istruzione comprende l’apprendimento della scienza sacrificale a cui il resto della società non può accedere (infatti gli kṣatriya e vaiśya studiano solo gli Itihāsa e Purāṇa). I non Indiani, o per meglio dire coloro che non sono nati all’interno del sistema castale, possono essere eccezionalmente equiparati a una di queste tre caste della società indiana se sono considerati degni del rito hiraṇyagarbha, con cui vengono aggregati a una casta.
Questo riguarda l’aspetto svadhārmika del karmakhaṇḍa. Ben diverso è il settore iniziatico del karmakhaṇḍa a cui possono essere iniziati tutti gli esseri umani in quanto tali, previa valutazione delle qualifiche. In massima parte le vie iniziatiche di questo settore sono tantriche o tantrizzate. L’unica via iniziatica ancora riservata esclusivamente ai brāhmaṇa ritualisti vedici (ṛtvij)e quasi sempre per tradizione familiare, è la mīmāṃsā e le iniziazioni per adhvaryu, atharvan, aṅgirasa ecc., che sono qualche migliaio in tutta l’India.
Tale è rimasta ancor oggi la posizione dei maestri tra cui Svāmī Svarūpānanda Sarasvatī e Svāmī Karapātrī (vedi Caturvarṇya-saṃskriti-vimarśa). Tutto questo fornisce in effetti evidenza del fatto che vi sono alcuni ambiti assai ristretti dell’iniziazione e della tradizione Hindu in generale, negati agli occidentali. Ma questo non significa che essa sia in toto preclusa agli occidentali.
A questo proposito è interessante riflettere sulla sezione della Manusṃṛti riguardante gli stadi della vita (āśrama) descritti come la regola comportamentale per i due volte nati.
Nel primo stadio, brahmacarya, il giovane inizia la vita di studente. All’incirca a 25 anni, dopo aver completato la propria educazione, egli si dovrebbe sposare ed iniziare la vita del padre di famiglia (gṛhastha). All’incirca a 50 anni, dovrebbe ritirarsi nella foresta a vita privata in compagnia della moglie (vanaprastha), ed infine egli dovrebbe entrare nel quarto stadio, il saṃnyāsa, rinunciare a se stesso, abbandonare moglie e figli e concentrarsi solo sull’intento di comprendere la sua vera natura. In alcuni casi, il padre di famiglia potrebbe saltare lo stadio del vanaprastha e accedere direttamente allo stadio del saṃnyāsa, e vi sono esempi illustri di brahmacārī diventati direttamente saṃnyāsī al termine della loro educazione.
È interessante analizzare più da vicino il quarto stadio. In cosa consiste il saṃnyāsa? Il rito di accesso al quarto stadio viene spesso equiparato ad un rituale funebre. In questa occasione, il saṃnyāsī rinuncia formalmente al fuoco sacrificale della sua casa e si libera del cordone sacrificale (simboli della pratica del svadharma), rinuncia ai propri averi materiali e sentimentali, rinuncia alla propria famiglia, ai propri figli, alla propria casta e al proprio nome. Il saṃnyāsī viene considerato ufficialmente morto, il suo corpo è ora considerato come un cadavere dal Dharma hindū. Sotto la guida di un maestro liberato in vita, il saṃnyāsī inizia una “ascesi” il cui fine ultimo è la liberazione, il mokṣa. Il saṃnyāsī, morto alla vita modana, è colui che, avendo abbandonato la sua casta e la sua cultura, il suo stesso nome persino, dopo aver udito gli insegnamenti sulla sua propria natura, dedica tutto se stesso alla riflessione sul proprio sé (vedi la Saṃnyāsa Upaniṣada). È questa ricerca della propria intima natura che è dunque il fulcro del jñānakhaṇḍa.
Il fatto che la tradizione testuale Hindu consideri che i saṃnyāsī, i più elevati tra gli iniziati, debbano abbandonare il mondo dell’azione rituale e i confini della casta, logicamente dimostra che per accedere effettivamente al jñānakhaṇḍa, cioè all’Advaita Vedānta, per accedere alla conoscenza della propria vera natura quindi, non è necessario appartenere alla società Hindu. Tradizionalmente, società Hindu significa sistema castale e il fatto che uno stesso brāhmaṇa che decida di dedicarsi completamente al jñānakhaṇḍa e alla conoscenza del proprio Sé, per tale scopo abbandoni formalmente la sua stessa casta, è la prova inconfutabile che non vi è alcun “piegamento, interpretazione o adattamento” del Sanātana Dharma nel concedere l’iniziazione e un metodo realizzativo aderente al jñānakhaṇḍa e al settore iniziatico del karmakhaṇḍa a non Indiani.
Infine vorremmo dedicare alcune righe anche al commento relativo all’utilizzo di internet da parte di questi “maestri contemporanei”. La funzione dei maestri è quella di guidare i discepoli lungo il percorso tradizionale. Tale guida è fondamentale che avvenga in presenza, ma nei momenti in cui questo non sia possibile, l’utilizzo di internet non può che essere giudicato per quel che è, cioè un semplice mezzo di comunicazione ed è stupefacente che usare un telefonino o internet per comunicare debba essere annoverato tra i motivi di infrazione delle regole tradizionali.
A.L. – A.S. – M.C.
Petrus Simonet de Maisonneuve · 14 Maggio 2020 alle 10:19
Gentile Editore,
mi unisco allo sdegno espresso, non solo in questo thread, da Maitreyī e da altri collaboratori e lettori del Veda Vyasa Mandala di cui Ekatos ha già pubblicato diversi volumi. Lungi dal voler aprire una polemica, ritengo tuttavia necessario rincarare la dose nei confronti di coloro che vorrebbero fregiarsi del titolo di “custodi della tradizione” e che in nome di questa stessa si sentono in diritto di esercitare una sorta di giustizialismo intellettuale o censura, operata spesso con toni dileggianti che sfiorano il bullismo, verso tutti coloro che non ripetono il loro credo. Tale atteggiamento, già deplorevole in quanto tale, è doppiamente increscioso perché, oltre a ledere la loro già fragile credibilità di contenuti, dimostra una presa di posizione paradossalmente contraria a quella che si professano di difendere. Il gruppo a cui faccio riferimento non può che essere quello della Rivista di Studi Tradizionali, della quale francamente ormai solo il termine “rivista” non appare forzato.
Entrando nel merito, penso sia giunto il momento di fare un po’ di chiarezza sulla questione riguardante la trasmigrazione come essa è intesa nella tradizione hindu. Questo argomento è stato esposto da Guénon in modo inequivocabilmente errato; e la conferma di ciò non viene dal testo “René Guénon et la Tradition Hindoue” di Renaud Fabbri – dal cui pensiero mi sento di prendere le distanze nonostante la sua indiscussa appartenenza ad un gurukula perfettamente ortodosso – ma dalla stessa tradizione hindu, come testimoniato dalle sue scritture e dagli insegnamenti ancor’ oggi impartiti dai maestri.
Partendo dal presupposto che tutta la dottrina sulla trasmigrazione parte da un punto di vista ovviamente empirico, esordisco con il commento di Śaṃkara ai Brahma Sūtra (IV.4.22) in cui afferma che: “Dopo aver raggiunto il Brahmaloka, essi non ritornano come fanno gli altri che piovono sulla terra dal mondo della luna quando hanno esaurito la loro fruizione […] Chi procede lungo questa via degli dei non ritorna a questo manvantara (ChU IV.15.5)”.
Il jīvātman, che non è altro che l’Ātman così come se lo immagina la mente, è erroneamente considerato come individualità a cui sono sovrapposti corpo, sensi, prāṇa, mente, intelletto e io. La morte comporta l’abbandono del corpo fisico, assumendone al suo posto uno sottile. Sopraggiunta la morte, coloro che non hanno ottenuto la liberazione in vita vanno in un bhoga loka, o luogo di fruizione, dove possono solamente godere o patire il frutto del karma accumulato in vita. I profani vanno nei pitṛloka, cieli ed inferni. Gli iniziati invece vanno per il pitṛyāṇa o il devayāna. I pitṛyāṇi non si spingono oltre la porta del sole e, attraversando la porta della luna, ridiscendono sulla terra dopo aver preso nuova forma. I devayāni, invece, attraversano le porte solare e lunare e si incamminano verso i devaloka. Questi loka sono tuttavia parte di questo mondo anche se in forma sottile; infatti all’estinguersi del mondo anch’essi si estinguono. Una volta esauriti i propri risultati invisibili, fruibili in questi loka, si trasmigra nel karmaloka riprendendo un corpo grossolano per poter compiere rituali. La rinascita è conforme alla somma di tutti gli effetti del karma passato che si imprimono nell’individuo vivente segnandone le caratteristiche distintive (saṃskāra) e dunque assumendo una nuova forma individuale fatta di corpo grossolano, dieci sensi, cinque prāṇa, manas, buddhi e senso dell’io, tutti nuovi, portandosi appresso i saṃskāra e le vāsanā, ossia le tracce delle azioni e delle conoscenze passate (da non confondere con la Conoscenza). Coloro che si trovano nel Brahmaloka aggregati a Hiraṇyagarbha ritornano nel prossimo kalpa; chi si trova nei devaloka ritorna in un prossimo manvantara; pitṛyāṇi e i non iniziati (adīkṣita), non avendo superato “la porta del sole”, ritornano dai cieli e dagli inferni nei manvantara di questo kalpa; e infine coloro che hanno scelto la “terza via”, quella della stregoneria, trasmigrano direttamente assumendo forme sempre più immonde senza passare per alcun luogo di fruizione e vanificando così ogni possibilità di riparare al proprio karma. Risulta evidente che si rinasce sempre su questa terra, in quanto non vi è altra terra al di fuori di questa.
È interessante notare la corrispondenza che esiste tra questa dottrina e quella delle tre avasthā*. Similmente infatti il jīva sperimenta una quantità indefinita di mondi onirici nello stato di sogno, ed ognuno di essi è caratterizzato da forme e involucri diversi dello stesso jīvātman. Da qui l’illusorietà del saṃsāra, per cui con la comparsa di un mondo si ha l’estinzione dell’altro. Ne deriva, come suo corollario, che entrambi il sogno e la veglia partecipano in verità della medesima fallacia: conclusione a cui arriva non a caso anche il Taoismo nel celebre passo del sogno di Chuang Tzu e della farfalla. Se a ciò si aggiunge inoltre che il passaggio da uno stato ad un altro avviene necessariamente attraverso il sonno profondo, che altro non è se non il pralaya stesso, risulta evidente che tale esperienza comune a tutti non può costituire alcun limite alla “Possibilità Universale”.
Come si evince da questa esposizione molto sintetica, è solo il jīvātman, inteso come individualità, che trasmigra. In effetti, la rinascita comporta un cambiamento dell’individualità rispetto alla precedente. Poiché tuttavia la forma (o stato) del jīvātman è del tutto rinnovata, essa non può considerarsi reincarnazione come quella immaginata dagli spiritualisti; così la sua rinascita in questo mondo non può essere limite alla “Possibilità Universale” in quanto la vera natura del jīva è l’Ātman stesso. D’altro canto, la “Possibilità Universale” non è altro che la Māyā, o proiezione dell’ignoranza individuale che ostacola la Conoscenza. Se presa per vera essa limita e conduce all’errore. La trasmigrazione e il mondo appaiono dunque solamente a chi prende il serpente per la corda. Quindi, è proprio in virtù della “Possibilità Universale” che avviene la trasmigrazione, e non viceversa. Pur ammettendo che l’intento di Guénon fosse stato quello di smontare la reincarnazione spiritualista, è per lo meno legittimo chiedersi per quale motivo egli invece si sia spinto così oltre.
Chiusa questa breve parentesi sulla dottrina della trasmigrazione, mi preme aggiungere che assumere una posizione tradizionale non significa votarsi alla morte per difendere un punto di vista periferico a scapito di un altro. Ciò che va difeso è il cuore della Tradizione da cui tutte le sue ramificazioni dipendono e ne traggono il loro nutrimento. Il Sanātana Dharma è questo cuore, ed esso rimane tale nonostante l’avanzare del Kali Yuga; subendone certamente gli effetti negativi che esso arreca. Tuttavia, pur invecchiando, questo albero può sì perdere dei rami, ma il tronco rimane.
L’ aver apostrofato come “moderni” dei maestri del Sanātana Dharma, tra cui addirittura dei Jagadguru, non è un fatto insignificante. L’uso di questo termine infatti non intende solamente ostentare un giudizio sullo stato di salute dei māṭha di Śaṃkarācārya, peraltro insondabile per chi non vi appartiene, ma sembrerebbe addirittura voler insinuare il sospetto che il loro insegnamento non sia più conforme alla Tradizione in quanto discordante da certe posizioni personali di Guénon.
Premesso che la nozione secondo la quale sarebbe necessario appartenere ad una casta per poter entrare in una sādhanā è falsa, quali sarebbero gli altri insormontabili ostacoli che impedirebbero tale accettazione? È forse motivo di frustrazione che in India si possa ancora accedere a numerose sādhanā grazie alle proprie qualifiche verificate da un vero guru? O al contrario, è forse necessario essere dei saggi dalla nascita per ricevere un insegnamento iniziatico? Il solo buonsenso è sufficiente a rispondere a tutte queste domande. Non vi è infatti alcuna difficoltà di tipo logico, e tanto meno dottrinale, culturale o religiosa, se non in menti sclerotizzate, invidiose, schiave dei pregiudizi e avverse a tutto ciò che esse non riescono a cogliere. Avendo vissuto per dieci anni a Taiwan, dove ho avuto occasione di entrare in contatto con maestri taoisti, posso confermare che non sussistono delle vere difficoltà neppure in quella parte del mondo se non quelle stesse che renderebbero la lettura di Guénon in cinese altrettanto difficile.
Quindi, l’aver speso parole sprezzanti nei riguardi di Guru e Jagadguru da parte di alcuni accoliti della Rivista di Studi Tradizionali; il loro rifiuto di accettare che vi sia una gerarchia dharmica tanto nella società quanto nelle forme tradizionali che su esse si plasmano; l’incessante tentativo di ridicolizzare tutto ciò che non appartiene alla loro piccola sfera, bramosi di demolire tutto il resto – spesso preferendo attaccare la persona anziché il pensiero anche quando ubi maior minor cessat – tutto ciò non fa altro che delegittimarli di ogni vera autorevolezza tradizionale e di mettere in dubbio il loro effettivo ricollegamento ad essa. Anzi, la loro posizione risulta sempre più in antagonismo con la Tradizione stessa e l’ortodossia di cui costoro si professano custodi. Tuttavia la pochezza dottrinale che essi dimostrano, la loro mancanza di capacità di comprendere realtà di ordini diversi e di trascendere gli schemi che Guénon forse aveva concepito solo ad uso didattico, sembrano in verità aver dato luogo solamente ad un culto della sua persona da cui egli avrebbe certamente preso le distanze. Tale setta è un vero mostro di Frankenstein che conscio della sua illegittima discendenza, scatena tutta la sua rabbia verso l’esterno, trovando evidentemente questo esercizio molto più appagante che rientrare nei ranghi e sforzarsi nella comprensione o nella critica costruttiva. Questo tentativo di sovvertire l’ordine con tanta sfrontatezza e temerarietà ricorda da vicino quello dei maiali di orwelliana memoria. Da dove dunque deriva questa loro sicurezza secondo cui un sito dedicato alla difesa del Dharma come Vedavyasamandala.com e un editore come Ekatos, che si stanno prodigando nella diffusione di opere in italiano di Advaita Vedānta rigorosamente in linea con il pensiero di Śaṃkara e sotto l’egida dei suoi stessi successori, siano un “caso assai problematico”? Sono essi forse legittimati dal Re del Mondo? Ai posteri l’ardua sentenza. Tuttavia la loro presa di posizione lascia pochi dubbi sulla loro vera natura e intenzioni. Ahimè, mai come oggi il motto della loro rivista suona come “NOCE TE IPSUM”.
Con la convinzione che l’editore non si farà intimorire da costoro, esprimo dunque tutta la mia solidarietà ed entusiasmo per gli sforzi che Ekatos compie a sostegno della Tradizione.
Petrus Simonet de Maisonneuve
* C’è persino chi sostiene che i quattro pāda di Ātman siano quattro maqamat. Non si può davvero stiracchiare in questo modo la metafisica per farla coincidere con qualcosa di sufico. Tutti e quattro i maqamat sono compresi nelle due prime avasthā. Solo gli ignoranti prendono la terza avasthā come qualcosa di diverso da Turīya. E Turīya è l’Assoluto, non è certo un maqam!