Nella Bhagavad Gītā, Kṛṣṇa insegnò ad Arjuna che la parola yoga aveva molteplici significati.
Tra essi il supremo è il raggiungimento della Coscienza-conoscenza d’essere l’Ātman non duale per mezzo del jñāna mārga,che si può intraprendere una volta conclusa la purificazione della mente ottenuta con il karma yoga. In altre parole, lo yoga vedāntico, l’adhyātma yoga, consiste nel raggiungimento della conoscenza di Sé, che non è affatto la conoscenza di altro da Sé, come accade nelle scienze non supreme. Infatti la Coscienza-conoscenza è nirantaram o abedha, ovvero assolutamente priva di distinzione alcuna1. Se l’aspirante alla conoscenza
… trovasse la seppur minima distinzione, dovrà temere che quella ‘non dualità’ possa dividersi in qualsiasi momento2.
Il Signore Kṛṣṇa disse:
“Nei primordi insegnai questo yoga a Vivasvān3. Da allora è trascorso molto tempo. Se le persone che ricevono l’insegnamento sono estremamente qualificate, lo conserveranno per sempre. Poiché quelli che vennero dopo avevano qualifiche ridotte, l’insegnamento decadde. Questo yoga che è venuto per trasmissione ha iniziato a decadere perché quelli che sono venuti dopo non erano estremamente ammissibili. Ora sono venuto per rianimarlo.”4
Per l’Advaita Vedānta non c’è differenza alcuna tra Śiva e Viṣṇu. Solamente chi non sa il significato di non dualità può credere che l’Advaita sia śaiva. Kṛṣṇa, infatti, dice ad Arjuna:
“Ti concedo la vista divina, ti mostrerò la mia identità come Īśvara.”5
Īśvara è il supremo Śiva. Tra i nomi di Viṣṇu non compare mai quello di Īśvara, Īśa o Maheśvara, come nemmeno tra i nomi di Śiva si enumera Puruṣottama, che è sempre riferito a Viṣṇu. Ancor oggi con Parameśvara mandira, s’intende un tempio śaiva. Kṛṣṇa, dunque, non è differente da Īśvara.
“Ogni volta che il dharma decade e l’adharma si diffonde, allora, o Bharata, io mi manifesto.”6
Infatti Arjuna, quando Kṛṣṇa aveva affermato di aver già insegnato l’adhyātma yoga all’alba del manvantara, gli aveva chiesto:
“Ma Vivasvān è venuto prima e tu sei nato dopo. Come faccio a sapere che hai insegnato quello yoga tanto tempo fa?” A cui il Signore rispose: “Anch’io ho avuto molte nascite e anche tu sei nato molte volte: ma io ne sono cosciente, mentre tu no.”7
In vari passi del Mahābhārata, infatti, è attestato che tra le tante vite precedenti, una volta Kṛṣṇa e Arjuna erano nati assieme nel Satya yuga8 come Nārāyaṇa e Nara.
Kṛṣṇa, infatti, disse ad Arjuna:
“O invincibile, tu sei Nara e io Hari Nārāyaṇa. Noi, i saggi Nara e Nārāyaṇa, siamo venuti in questo mondo al tempo giusto.”9
Anche il dio Śiva glielo aveva confermato:
“In una tua precedente nascita tu fosti Nara e, assieme a Nārāyaṇa, hai praticato l’ascesi per migliaia d’anni a Badari”10
Il primo immortale, il secondo mortale, il primo maestro, il secondo discepolo, stabilirono la loro dimora nel Badarikāśrama11. Con ‘tempo giusto’ (ṛtukāla) s’intende il periodo in cui le loro vite s’incrociarono. In seguito ognuno trasmigrò per conto proprio: Kṛṣṇa apparve agli uomini in forme avatāriche diverse e Arjuna nacque ripetutamente come uomo. Ma si ritrovarono solamente in quella fine del Dvāpara yuga, alla vigilia della grande guerra del Bhārata.
È stato scritto:
Dal dio Sole desidero la salute! Chi dà la conoscenza per la Liberazione è Śaṃkara!12
Ogni volta che il dharma decade, l’umanità e l’intero universo sentono la necessità del ritorno dell’ordine. Questo ardente desiderio fa apparire l’avatāra. Ci sono diversi modi in cui appare l’avatāraṇa. Quando è necessario restaurare i rituali, i comportamenti, conservare la trasmissione dei Veda, difendere i deboli, gli Dei, gli animali, le piante, la natura intera e reprimere gli agenti perturbatori, allora appaiono i dharma avatāra. Tra questi, i più recenti appaiono sotto forma guerriera, come Rāma e Kṛṣṇa, poiché la lotta contro i demoni (rākṣasa) e i loro servi umani (mānuṣya rākṣasa) richiede un’attitudine da kṣatriya dharma. Altri sono āveśa avatāra, che prendono appoggio su una individualità umana di evidente purezza. Questo avatāraṇa appare temporaneo in quanto, una volta raggiunto lo scopo, esso scompare lasciando l’individuo che l’aveva ospitato13. Anche un animale, una pianta e un oggetto possono essere di supporto all’apparizione di un āveśa avatāra, ma, trattandosi di una apparizione su qualcosa di non cosciente (acit), essi sono preferibilmente definiti arcā avatāra. La loro sola presenza arreca beneficio a chi li adora14. Un’altra categoria considerata tradizionalmente sono i līlā avatāra, la cui sola comparsa preserva e restaura l’armonia cosmica. Tutti questi avatāraṇa sono proiettati dall’umanità al fine di mantenere l’universo e, per questa ragione, essi sono indicati come manifestazioni dell’aspetto di Īśvara dedito alla conservazione, vale a dire Viṣṇu.
Gli aṃśa avatāra, o avatāra parziali, manifestano, invece, soltanto alcuni aspetti della divinità: l’amore (prema) oppure la devozione (bhakti); il sacrificio (yajña) oppure la conoscenza (jñāna). Essi si manifestano come familiari, mogli o compagni degli avatāra completi. Tra i jñāna avatāra Śaṃkara è certamente il più importante e quello universalmente riconosciuto tale. Poiché la conoscenza è del tutto libera dal divenire temporale, vale a dire dalla creazione, mantenimento e dissoluzione dell’universo, egli è preferibilmente riconosciuto come avatāra di Īśvara, che è la conoscenza stessa e che non può in alcun modo essere considerato altro dal Sé.
L’ultima categoria che si deve menzionare è quella dei pūrṇa avatāra, gli avatāra completi, come furono Rāma e Kṛṣṇa. Completi nel senso che la loro presenza tra gli uomini riportò un periodo di perfezione del dharma paragonabile soltanto a quello dei primordi del Satya yuga. La loro apparizione fu dunque davvero universale, perciò essi ricoprirono anche il compito dell’insegnamento della conoscenza. Se ci soffermiamo sulla figura esemplare di Kṛṣṇa, oltre a riportare ordine, benessere, giustizia, devozione, correzione dei comportamenti e dei rituali e la repressione dei malvagi, egli dedicò una piccola parte del suo tempo all’insegnamento della conoscenza. Egli insegnò il Vedānta subito prima dell’inizio della battaglia del Kurukṣetra, com’è attestato dalla Bhagavad Gītā, e in occasione del aśvamedha di Yudhiṣṭhira15.
Durante il Satya yuga i ṛṣi mantennero viva la conoscenza suprema e così fecero anche i Sovrani universali, i cakravartin, nell’età successiva, il Tretā yuga. Invece nel Dvāpara yuga il dharma cominciò a indebolirsi nel cuore degli uomini. Alcuni kṣatriya vollero primeggiare sui brāhmaṇa e divennero degli autentici rākṣasa umani, facendo spesso prevalere l’adharma sul dharma. Per questa ragione ventotto Vyāsa si alternarono durante quell’età al fine di adattare il Sanātana Dharma alle nuove sfavorevoli condizioni cicliche, in modo da rafforzarlo e trasmetterlo ai posteri. La funzione di quei grandi uomini, parzialmente paragonabile a quella avatārica, non solamente comprendeva la preservazione dei rituali, ma anche quella del jñana. Tra questi Vyāsa non si può ignorare l’importanza per la tradizione vedāntica di Bādārayaṇa, autore dei Brahma Sūtra, Vālmīki, autore del Rāmāyaṇa e di Kṛṣṇa Dvaipāyan, adattatore dei Veda e, secondo alcuni, autore del Mahābhārata, Bhagavad Gītā compresa. È in quest’ultima opera che è descritta la dottrina vedāntica trasmessa ad Arjuna, al limite della scadenza della terza età.
Con l’inizio del kali yuga il disordine si rimanifestò in modo travolgente. In successione incalzante, dalla tradizione primordiale (ādi o purājā paramparā) si separarono settantadue correnti dottrinali o religiose (sahavrata), le quali, diffondendo solo un aspetto limitato del Sanātana Dharma, sparsero l’errore e l’ignoranza in tutto il mondo. Ognuna di queste sette fu pericolosa e virulenta al suo primo apparire; perdendo poi, lentamente, la sua aggressività nel confronto con l’ādi dharma.
Allora era subito rimpiazzata da una nuova fede nāstika16, ancor più nociva e minacciosa della precedente. La śruti e la smṛti hanno tramandato il nome di alcuni di quei sahavrata: i vaiśeṣika, i lokāyata, i sāṃkhya, i buddhisti, i cārvāka, i jaina. Altre sette più antiche sono scomparse da molti secoli senza lasciare memoria di sé. In questa età oscura, al fine di arginare il dilagare dell’errore, Īśvara apparve tra gli uomini per riportare la conoscenza suprema (Parabrahma vidyā), per restaurare la trasmissione dell’Advaita Vedānta ormai ridotto al lumicino. Egli prese l’apparenza umana in una famiglia di brāhmaṇa nambūdiri. Il suo insegnamento fu così intellettualmente folgorante che ebbe effetti duraturi per la preservazione del Sanātana Dharma. Le più aberranti sette furono travolte dalla conoscenza che, grazie a lui, illuminò l’India, scomparendo per sempre. Alcune furono corrette e, ricondotte all’armonia con l’ordine cosmico, rientrarono nel dharma. Altre si ritirarono dall’India per rifugiarsi nei paesi barbari (mleccha). La potenza dell’insegnamento di Śaṃkarācārya fu tale che persino le religioni occidentali che più tardi invasero l’India, dedite al proselitismo forzoso e violento o al missionarismo subdolo e ricattatorio, riuscirono solo parzialmente nel loro intento di conversione. Tanta fu ed è la potenza della conoscenza!
Il significato di questa esposizione mitica sulla comparsa del jñāna avatāra corrisponde con una certa precisione anche alla verità come si è prodotta storicamente. L’unica cautela che qui segnaliamo riguarda la concezione di avatāra: in questo caso non si tratta di ciò che popolarmente si intende con avatāraṇa, sulla base di fonti esteriori purāṇiche, ovvero come se si trattasse della discesa di un Dio sulla terra. Infatti non si tratta qui né di discesa né, tanto meno, di ‘ridiscesa’, come alcuni fantasticano17.
Il jñāna avatāraṇa o Īśvara avatāraṇa è l’apparizione della conoscenza insegnata da un jīvan mukta. Non si tratta di un semplice guru, ma l’evidenza della Realtà espressa come una benedizione per chi è in grado di capire.
- Rammentiamo che, per esempio, il Vedānta di Rāmānuja si definisce viśiṣṭādvaita, della non dualità con distinzione tra jīva e Īśvara[↩]
- Taittirīya Upaniṣad, II.7.1.[↩]
- Il sole o Virāṭ, il principio della manifestazione grossolana.[↩]
- Bhagavad Gītā, IV.1-2.[↩]
- BhG XI.8.[↩]
- BhG IV.7.[↩]
- BhG IV.4-5.[↩]
- Il primo yuga, l’Età dell’oro dell’induismo.[↩]
- Mbh, Vana parvan, Arjunābhigamana parvan XII.45.[↩]
- Mbh, Vana parvan, Kirataparvan parvan, XL.1. Cfr. Devī Bhāgavata Purāṇa, IV.1.15.[↩]
- DBhP IV.4.13[↩]
- “Ārogyam Bhāskarād icche jñānadātā Maheśvaraḥ.”Śrīnivāsa Vedānta Deśika, Dasavidhahetunirūpana, CI.20-21.[↩]
- L’esempio più noto di āveśa avatāra fu Paraśurāma, il quale, tuttavia era di per sé uno dei sette cirajīvin, dotato di lunga vita.[↩]
- Questo è il caso anche di certi oggetti, come un animale (come i primi avatara, il pesce, la tartaruga, il cinghiale), un gioiello, un albero sacro, un’icona, un libro. Questi ultimi possono essere carichi di influenze positive (anugrāha) solo temporaneamente in favore di una particolare comunità o di un singolo individuo.[↩]
- Questo insegnamento costituisce l’Anu Gītā.[↩]
- Āstika e nāstika significano rispettivamente ‘c’è’ e ‘non c’è’, alludendo alla verità contenuta nei Veda. Corrispondono approssimativamente a quanto è espresso dai termini religiosi occidentali con pio ed empio, ortodosso ed eterodosso.[↩]
- Già i primi missionari portoghesi dall’inizio del XVI secolo cominciarono a propagandare la venuta di Gesù Cristo come se fosse stato un avatāra. Questa fola assunse gli aspetti di una vera e propria soperchieria, con cui missionari delle innumerevoli sette protestanti e del gesuitismo cattolicesimo fecero a gara per diffondere subdolamente una concezione e una iconografia falsata. Il gesuita Roberto de Nobili si travestì da saṃnyāsin, con tanto di daṇḍa,per predicare un Veda di sua invenzione che preannunciava la venuta del Cristo avatāra. A lungo andare questa penetrazione di idee false ha dato qualche risultato. Il Brahmo Samāj, la prima tra le correnti moderniste sorte dall’induismo, fu fondata per riformare l’antica tradizione assumendo il moralismo, l’egualitarismo e lo scientismo appreso dai pastori protestanti e dal clero anglicano. Più tardi altre correnti neo-hindū sostennero l’idea di un Cristo avatāra, tra cui quelle di Śrī Rāmakṛṣṇa, Vivekānanda, Aurobindo, Gandhi. Perfino il grande illuminato Śrī Ramaṇa Maharṣi non smentì mai tale pretesa, sebbene definisse più correttamente Gesù ‘un maestro’. Anche nell’ambiente tradizionalista occidentale si è arrivato a sostenere che Cristo e i profeti del giudaismo e dell’islam erano avatāra. La mistificazione missionaria non ha avuto il risultato prefissato. Pochi indiani si sono convertiti. Tuttavia tra gli hindū di scarsa cultura è diffusa la convinzione che Viṣṇu sia sceso tra i barbari (mleccha) sotto la forma di Gesù.[↩]
0 commenti