L’Ācārya, quindi, proseguì lungo la costa del Kerala fino alla punta estrema del Subcontinente. In quella punta, chiamata Kanyākumārī, egli si bagnò dove le acque dell’oceano Indiano si confondono con quelle di diverso colore del mare Arabico, luogo in cui oggi sorge un tempietto commemorativo. Proseguì poi fino Rāmeśvaram, prima tappa sul ponte di Rāma che collega l’India a Lankā1. Śaṃkara lì sostenne un dibattito con degli esponenti di correnti śākta. Costoro, sconfitti dalla sapienza e conoscenza testuale dell’Ācārya, modificarono le loro posizioni assumendo la dottrina corretta di Śrī Vidyā.
In seguito egli ritornò sulla terraferma e iniziò il pellegrinaggio in direzione settentrionale, giungendo a Kāñci. Qui trovò un ambiente conflittuale tra i seguaci della Dea Lalitā Tripurasundarī, arroccati nel tempio di Kamākṣi, e i molto più numerosi devoti di Śiva, che ruotavano attorno ai cento e sette templi dedicati al Dio Maheśvara. Śaṃkara intessé una serie di dibattiti con i rappresentanti delle vie iniziatiche śākta e śaiva, riuscendo a dimostrare al di là di ogni dubbio che i due Dei erano complementari e che rappresentavano in forme diverse l’Assolutezza del Brahman. Le due fazioni si riappacificarono. L’Ācārya, allora, incise nel tempio di Kamākṣi un secondo Śrī Cakra, indicando la via della liberazione dall’ignoranza a tutti quei tantrici che avrebbero usato la meditazione su quel simbolo grafico. Gli iniziati che frequentavano i cento e otto templi della città di Kāñci assunsero in quel modo la sādhanā di Śrī Vidyā al fine di accedere al jñānam. L’atto dell’incisione dello Śrī Cakra è messo in relazione con la fondazione del Kāmakoṭi Pīṭham2.
Dopo aver stazionato per un certo tempo a Kañcī, Śaṃkara e il suo seguito di discepoli proseguirono alla volta di Tirupati, dove fecero tappa presso il tempio di Veṅkaṭeśvara, ancor oggi santuario celeberrimo e meta del più importante pellegrinaggio templare. L’immagine divina di quel tempio antichissimo era oggetto di culto da parte dei jaina, che ritenevano che Veṅkaṭeśa fosse uno dei loro Tīrthaṅkara, dei buddhisti, che lo consideravano un bodhisattva, dei vaiṣṇava, per i quali si trattava di Kṛṣṇa bambino (Bālajī), degli śaiva, che lo consideravano uno degli otto Bhairava. Altri ancora supponevano che Veṅkaṭeśvara fosse un attributo del ṛṣi Kapila o del serpente cosmico Adiśeṣa3.
All’epoca del pellegrinaggio di Śaṃkara a questo tempio, nell’India meridionale erano molto diffusi i kāpālika, protetti dalle dinastie Pallava e Chola. Anche in questo luogo sacro i kāpāli bhairava furono sconfitti e costretti ad abbandonare il loro tenebroso culto. Uno dei loro guru, tale Kracaka, capeggiò un piccolo esercito di terribili asceti armati di triśūla, cercando di assalire e uccidere il manipolo di advaitin che aveva sconfitto così tanti dei loro confratelli. Ma giunti al cospetto di Śaṃkara, quel gruppo di assalitori si dissolse e Kracaka, rimasto solo, chiese consiglio al suo Dio. Dopo aver tracannato una coppa (kapāla), tratta da un teschio umano e colma di liquore, si procurò un intenso ‘samādhi’, durante il quale gli apparve Śiva.
Il Dio, adirato, gli rimproverò la sua ostilità nei confronti di Śaṃkara dato che non era altro da Lui stesso. Detto fatto, Śiva decapitò il guru kāpālika. Ritornato verso occidente, dopo aver fatto una breve sosta a Gokarṇa, l’Ācārya costeggiò il mare Arabico fino alla punta della penisola del Saurāṣṭra, in Gujarat, arrivando a Dvārakā, l’antica capitale del regno di Kṛṣṇa.
In questa importante meta di pellegrinaggio, tutta incentrata sul culto di quell’avatāra di Viṣṇu, si trovavano numerosi āśrāma di bhakta, soprattutto delle correnti bhāgavata e pāñcarātra4. Gli aderenti a quest’ultimo sampradāya avevano unita l’intensa devozione (bhakti) per Kṛṣṇa a un culto delle immagini del Dio molto simile a quello in uso nel tantrismo śaiva. Il risultato di questa combinazione era un culto monistico ed esclusivo che contraddiceva la purezza dell’insegnamento vedico.
Śaṃkara intervenne per raddrizzare in senso vedico quella via iniziatica basata sull’adorazione del Kṛṣṇāvatāra. Anche lì, su quella lingua di terra che si protende nel mare occidentale, volle fondare un altro seggio per l’insegnamento dell’Advaitavāda, su cui insediò il suo antico discepolo, Padmapādācārya. Il nuovo insediamento dapprima fu chiamato Bhadrakālika Devī5 Pīṭham, ma ben presto anch’esso divenne noto con il nome di Śāradā Pīṭham. Con il tempo si è persa la ragione di questo cambio di nome. Dopo di ciò Śaṃkara, Toṭaka, Hastāmalaka e altri discepoli mossero verso oriente seguendo il percorso della pianura gangetica6. Su questo spostamento corrono molte leggende riguardanti tappe, accadimenti, prodigi e predicazioni su cui non ci soffermeremo.
Arrivati in Orissa, sulle coste del golfo del Bengala, il gruppo di advaiti saṃnyāsin vi trovò in un ambiente molto diverso da quello che finora avevano affrontato. Infatti, tra le correnti tantriche egemoni in quell’area, trovarono una folta presenza di buddhisti di varie tendenze: Śaṃkara intrattenne numerosi dibattiti, soprattutto con gli esponenti del realismo buddhista (sarvāstivāda), dell’idealismo (vijñānavāda) e del nichilismo (śūnyavāda). La logica serrata dell’Ācārya ebbe facilmente la meglio su quei rivali e segnò l’inizio del rapido declino del buddhismo dell’Orissa.
Nei pressi del grandioso tempio di Jagannātha, nella città di Purī, egli stabilì un terzo Pīṭham, il Govardhana7, che affidò al magistero di Hastāmalakācārya.
Da lì Śaṃkara con il fedele Toṭaka, attraversando il Bengala, si diresse verso Kāmarūpa, come allora si chiamava l’Assam. Terra di tantrika, śākta, maghi (yātudhāna) e sciamani tribali, Kāmarūpa fu terreno di scontro. Considerata la pochezza intellettuale di questo ambiente, i dibattiti volsero rapidamente a favore dell’Ācārya, anche se, proprio per il medesimo motivo, molti sconfitti non accettarono l’insegnamento superiore che era loro offerto; sta di fatto che ancor oggi sono diffuse nell’Assam diverse sette della mano sinistra dedite alla magia o alla ricerca e uso dei poteri. È proprio in questo contesto che uno stregone tantrico, tale Abhinavagupta, colpì Śaṃkara con una fattura. Il risultato fu un doloroso tumore che gli impediva di rimanere seduto. Toṭaka, che soleva lavare la veste ocra del suo maestro, se ne accorse dalle macchie di sangue e pus. Egli e gli altri discepoli insistettero presso l’Ācārya per convincerlo a consultare dei medici. Alla fine Śaṃkara acconsentì, ma i dottori si dimostrarono impotenti. Dichiararono che il tumore non aveva natura patologica, ma magica. Sommamente irato, Padmapāda8, trasgredendo al volere del suo maestro, pronunciò una controformula, respingendo al mittente la malattia. Abhinavagupta morì in pochi giorni dello stesso tumore che aveva evocato contro l’Ācārya. L’episodio vuole, ovviamente, esaltare il distacco dal corpo dimostrato dal jīvanmukta, piuttosto che biasimare il comportamento contrario all’ahiṃsā9di Padmapāda. Egli agì in forma aggressiva allo scopo meritorio di alleviare le pene del suo Guru.
Il viaggio di ritorno da Kāmarūpa seguì il corso della Gaṅgā, attraversando quella regione nota come Gauḍa fin da tempi remoti10. Poco si racconta di questo tragitto che portò Śaṃkara dapprima a predicare in Nepal. La tradizione vuole che lì si recasse all’eremo dove meditava il ṛṣi Dattātreya, il divino personaggio che conferisce l’iniziazione al di fuori delle paramparā storiche, soprattutto in favore degli esseri umani qualificati che si trovano impediti a ricevere una dīkṣā regolare. Egli rimase a dialogare con Dattātreya per alcuni giorni, ottenendone in cambio il riconoscimento dovuto alla sua perfetta conoscenza. Poi, sempre costeg-giando le pendici himalayane, arrivò in Kāśmīr. Qui diversi Śaṃkara Vijya collocano un avvenimento piuttosto misterioso. In quella regione montagnosa si trovava un edificio noto come Sarvajñā Pīṭham, il Seggio della Conoscenza Totale. In nessun testo si dice che si trattasse di un tempio. Era però una costruzione quadrangolare con quattro porte affacciate ai punti cardinali. Le porte occidentale, settentrionale e orientale erano già state aperte da grandi Liberati del passato, che avevano poi preso possesso dell’unica cattedra (siṃhāsana). La porta meridionale era in attesa d’essere aperta da Śaṃkara, che avrebbe dovuto assidersi sul trono della conoscenza totale. E così accadde: la porta, alla sua presenza, si spalancò ed egli prese possesso del santuario. Una storia identica è narrata in altre biografie dell’Ācārya, ma situata geogra-ficamente a Kāñcī. Probabilmente questa versione è collegata all’intento di spiegare l’esistenza di un quinto Pīṭham. Tuttavia nemmeno la collocazione nel Kāśmīr è convincente: infatti quale grande Liberato sarebbe potuto arrivare fino a lì proveniente da nord o da occidente? È nostra opinione, pertanto, che il racconto sia del tutto simbolico e che l’edificio chiamato Sarvajñā Pīṭham rappresenti l’Advaita Vedānta. In tal caso, i tre mukta che precedettero Śaṃkara potrebbero essere stati Śrī Kṛṣṇa, proveniente dalla sua capitale Dvārakā, che ravvivò la dottrina della non dualità in favore del kaliyuga; Veda Vyāsa-Bādarāyaṇa, autore dei Brahma Sūtra, sceso dal suo eremo himalayano di Badari; e, infine, Gauḍapāda, che veniva da Gauḍa, ossia da oriente, dal Bengala.
Ma queste sono soltanto speculazioni. È, invece, probabile che il Sarvajñā Pīṭham fosse quella sede di un quinto Jagadguru, posto al centro delle coordinate nord-sud, est-ovest, su cui ha tanto insistito Svāmī Karapārtrījī con il suo insegnamento. Egli identificava in Kāṣī la sede di questo quinto Pīṭham che volle rivivificare insediando come Jagadguru un suo discepolo11.
Dopo essersi manifestato come quarto Guru del Sarvajñā Pīṭham, Śaṃkara s’incamminò verso il Badarikāśrama. In prossimità di quel luogo sacro, esattamente dove la strada che sale da Haridvāra verso le sorgenti della Gangā si divide in altri due cammini, quello verso oriente in direzione del Kailāsa e quella verso occidente verso Kedāranātha, l’Ācārya decise di fondare il suo quarto Pītham, quello di Jyotirmaṭha. Nominò Jagadguru di questo centro iniziatico Toṭakācārya, il quale fu assai riluttante ad accettare tale onore, in quanto la sua massima ambizione era sempre stata quella di servire l’Ācārya. Śaṃkara proseguì poi alla volta di Badari, dove s’incontrò con Gauḍapāda, Śukācārya e Veda Vyāsa, tutti estremamente soddisfatti di come aveva espresso e diffuso la dottrina suprema. Qui lo venne a prendere un manipolo di aiutanti divini del Dio Śiva che lo condussero fino alla vetta del monte Kailāsa. L’Ācārya qui fu onorato per la sua sapienza dal Dio e da sua moglie Parvatī, oggetto di lodi e canti da parte delle schiere dei gaṇa, i semidivini servitori di Śiva. Sulla strada del ritorno, egli in solitario prese la direzione di Kedārnātha. Fu su questi sentieri di alta montagna che Śaṃkarācārya scomparve per sempre. Non ci sono racconti sulla sua sparizione. A Kedārnātha un modesto samādhi starebbe a ricordare il luogo in cui svaporarono i cinque elementi che componevano il suo corpo. Aveva allora compiuto da poco i trentadue anni.
- Il Rāmasetu, il ponte che nel racconto del Rāmāyaṇa fu costruito con le pagine del Veda,affinché l’esercito di Rāma potesse raggiungere l’isola di Śrī Lankā (Ceylon) nella spedizione per liberare Sītā dalla prigionia dei demoni rākṣasa. Nel 2007-2008 il Governo ‘secularist’ (cioè antitradizionale) del Congresso progettò di minarlo per permettere il passaggio delle petroliere. Fortunatamente non se ne fece nulla.[↩]
- Per la verità quello di Kāñci fu fondato come maṭha sotto la giurisdizione del Pīṭham di Śṛṅgerī. Il primo guru di questa paramparā fu Svāmī Sarvajñātman, discepolo di Sūreśvarācārya. È con questo ācārya che il Kāmakoṭi Maṭha si rese indipendente e assunse lo status di Pīṭham. Anche questa catena di maestri, che da allora si è protratta fino ad oggi, ha mantenuto sempre un alto profilo dottrinale e metodico, tanto da essere considerata ufficiosamente quasi come fosse un ‘quinto pīṭham’. Tra Śṛṅgerī e Kāñci, pertanto, i rapporti sono stati di riconoscimento del reciproco status, eccezion fatta per alcune mai sopite frizioni sulla competenza territoriale.[↩]
- Fu soltanto all’epoca di Rāmānuja (1017-1137) che prevalse l’idea che si trattasse di una immagine di Viṣṇu. Ancor oggi la pūjā è compiuta secondo i rituali vaiṣṇava, sebbene permangano i dubbi sull’identità del Dio rappresentato iconograficamente. L’ipotesi più accreditata è che si tratti di una immagine jaina. In ogni caso è il tempio di gran lunga più ricco dell’India per le donazioni e per gli ex voto, essendo luogo di avvenimenti miracolosi. Non per nulla il Governo dello Stato dell’Andhra Pradesh ha nazionalizzato il tempio, amministrando direttamente il suo patrimonio.[↩]
- Questo termine significa ‘le cinque notti’, interpretato sia in senso dottrinale per definire i cinque livelli d’ignoranza a cui l’uomo è sottoposto dalla nascita, sia in senso rituale. Infatti il metodo, oltre all’uso del mantra e alla visualizzazione dell’icona del Dio, consisteva anche in cinque rituali da compiere in notti successive, atti a rimuovere le cinque avidyā. Il fondatore dei questa scuola, Nārāyaṇa (III sec. d.C.), aveva così raggiunto il mokṣa.[↩]
- Bhadrakāli è una ipostasi tantrica della Dea Durgā.[↩]
- A fine agiografico le biografie di Śaṃkara costellano di dibattiti vittoriosi ogni tappa di questa parte del pellegrinaggio verso oriente. Tuttavia, i nomi dei diversi guru e paṇḍita sconfitti che vi sono menzionati corrispondono a personaggi che non furono contemporanei dell’Ācārya. Si ricorda anche la sconfitta di un paio di esponenti dello Śrī Sampradāya che sarebbe avvenuta diversi secoli prima della nascita di Rāmānuja![↩]
- Govardhana, ‘che fa prosperare le vacche’, è una collina del Braj dove, secondo il mito, Kṛṣṇa e le Gopī conducevano le mandrie al pascolo. Tale nome per il Pīṭham di Purī fu scelto in onore del Dio Jagannātha, ipostasi di Kṛṣṇa e divinità tutelare dell’Orissa.[↩]
- Ovviamente questa leggenda doveva richiamare in campo Padmapāda, l’unico discepolo di Śaṃkara dotato di poteri (siddhi) che aveva ottenuto e appreso a usare precedentemente, quando ara un adoratore di Narasiṃha, il terribile avatāra di Viṣṇu. Si noterà che il discepolo, in questo caso, non è denominato Parmapādācārya, lasciando intendere che era ancora al seguito del suo maestro e, quindi, non era ancora stato elevato alla cattedra del Dvārakā Pīṭham. Infatti alcuni Śaṃkara Vijaya narrano che il viaggio verso est precedette il pellegrinaggio a Dvārakā, sul mare Arabico. Noi, comunque, abbiamo preferito descrivere il viaggio del gruppo di advaitin da sud a ovest e, poi, a est, mantenendo il verso corretto di pellegrinaggio che segue la rotazione solare (pradakṣiṇa).[↩]
- ‘Non produrre dolore colpendo esseri senzienti’. Abbiamo preferito questa traduzione precisa a quello di ‘non-violenza’, che ne è la riduzione moralistica e politica d’interpretazione gandhiana.[↩]
- Alcuni testi, evidentemente confondendo i due nomi, affermano che in quell’inizio del viaggio di ritorno Śaṃkara avrebbe trovato casualmente il suo maestro Gauḍapādācārya, che lo avrebbe elogiato per i suoi commentari al Prasthāna traya. Vedremo che questo incontro, invece, avvenne a conclusione del pellegrinaggio a Badari, a chiusa anche della vita terrena dell’Ācārya.[↩]
- Sebbene questa sede sia ancora lì, questa restaurazione non è stata seguita da molto successo sia per le gelosie tra i diversi pīṭham e maṭha sia per le interferenze politiche del ‘secularism’.[↩]
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