Erano ormai passati diversi anni da quando il brahmacārin ancora bambino aveva lasciato la madre per mettersi alla ricerca di un Guru. Aveva promesso ad Āryāṃbā che sarebbe ritornato per accudirla quando fosse diventata anziana, per sostenerla negli ultimi momenti della vita e per presenziare al suo funerale. Ora che Śaṃkara si era diretto verso sud-est rispetto a Kāśī (Benares), per dibattere con Maṇḍana Miśra, si trovava poco a nord dalla città di Ujjayinī, un importante luogo sacro. Decise così di dirigersi verso Kālaḍi, il suo villaggio natale nell’estremo sud, compiendo un pellegrinaggio a tappe. Dopo Ujjayinī, visitò l’altra importante città santa di Nāsik1, per poi piegare verso oriente e raggiungere il lontano villaggio di Śrī Śaila.
In quella località sorge il maestoso tempio di Mallikārjuna che ospita uno dei dodici jyotirliṅgam, simboli del Dio Śiva a forma di colonna di fuoco2. In questo tempio, oltre agli hindū ortodossi (āstika), si radunavano anche gli appartenenti a sette al limite dell’ortodossia o decisamente eterodosse (nāstika), come i buddhisti3 i pāśupatha4, i kāpālika5e i vīraśaiva6.
Mentre i discepoli intrecciavano dei dibattiti dottrinali con i rappresentanti di tali sette, Śaṃkara passava il suo tempo nella contemplazione (nididhyāsana). Un giorno un kāpālika gli si avvicinò e gli rivolse la seguente paradossale supplica:
«O mio Signore (Svāmījī), non ho mai visto nessuno come te aiutare tutti e ciascuno. Sentendo parlare della tua onniscienza, eccellenza di carattere e gentilezza, sono venuto a te. Da te ho bisogno di un grande servizio. Ho soddisfatto Śiva con la mia penitenza e ho espresso il mio desiderio di andare al Kailāsa7 mentre sono in questa vita. Il Signore Bhairaveśvara mi ha risposto che se potessi sacrificare la testa di un Re o quella di un brāhmaṇa onnisciente, il mio desiderio si sarebbe realizzato. Un Re è troppo protetto, è difficile ottenerne la testa; perciò ho scelto te, un brāhmaṇa onnisciente. Penso che il tempo di soddisfare il mio voto sia arrivato. Le grandi anime (mahātman) sono solite sacrificarsi per beneficio altrui. Se tu mi cedessi la tua testa, otterresti una gloria maggiore e il mio desiderio sarebbe soddisfatto. Pensando, dopo tutto, che questo corpo è solo transitorio, potresti accon-tentarmi.» L’Ācārya rispose: «D’accordo; ma questo deve essere fatto senza che i miei discepoli ne vengano a conoscenza; quindi per favore ritorna quando saremo soli.» Il kāpālika aspettò il momento propizio come avevano concordato. In quel momento l’Ācārya era in profonda contemplazione, ignaro di ciò che lo circondava. Proprio nell’attimo in cui il bhairava stava per sollevare il suo triśūla8 per tagliare la testa all’Ācārya, Padmapāda arrivò lì come se fosse stato mandato da un Dio. Poiché era un adoratore del Signore Nṛsiṃha9 ed era in possesso del potere del suo mantra, ne assunse le sembianze. Proprio come in passato il Signore Nṛsiṃha aveva squarciato il petto di Hiraṇyakaśipu10, anch’egli sventrò quel bhairava. Il Signore Nṛsiṃha fu poi rappacificato dalla recitazione di uno Stotra11 da parte dell’Ācārya che in quel momento era stato richiamato dalla sua meditazione. Informandosi, venne a sapere così che Padmapāda aveva ottenuto i poteri di Nṛsiṃha, quando aveva fatto penitenza sulle colline che circondano Ahobāla12 (Ma Sam. XI cap.).
Questo episodio vuole semplicemente glorificare lo straordinario distacco e altruismo di Śaṃkara e, allo stesso tempo, condannare le azioni criminali di quella scuola tantrica13. È invece da ritenere storica la predicazione dell’Ācārya contraria alla setta kāpālika. Infatti, altre biografie riportano i severissimi scontri dialettici sostenuti da Śaṃkarācārya contro un guru di tale setta chiamato Vatuka Nātha, prima a Ujjayinī e poi a Rāmeśvaram; infatti, a lui si deve il declino e la quasi scomparsa dall’India di quella scuola scellerata. Tuttavia negli scritti dell’Ācārya, in quelli di Sūreśvara e nemmeno nella Pañcapādikā di Padmapāda vi è il minimo accenno a simili culti aberranti. È perciò ragionevole sostenere che sia stata la rapida diffusione dell’Advaitavāda a far declinare il Kāpālika mārga, fino quasi a scomparire.
La tappa successiva del pellegrinaggio dell’Ācārya fu Gokarṇa, sulle rive del Mare Arabico. Si trattava di una cittadina di provincia, peraltro celebre in quanto nel tempio di Mahābāleśvara era conservato l’Ātmaliṇga del Dio, meta ancor oggi di numerosi pellegrini. Dopo un breve soggiorno in quella località, Śaṃkara, accompagnato dai suoi discepoli, si diresse verso sud, inoltrandosi nelle giungle delle colline tra cui scorre il fiume Tuṅgā. Lungo il cammino, un pio brāhmaṇa, richiamato dalla fama del grande advaitin, lo fermò per chiedergli una grazia. Hastāmalaka, il figlio suo adolescente, era muto dalla nascita. Śaṃkara si rivolse al ragazzo con questa sconcertante domanda: «Chi sei? Qual è la ragione della tua inerzia?» Per la prima volta nella sua vita il ragazzo parlò dicendo:
«Mio Signore, io non sono inerte. Al mio confronto ciò che è inerte (tamas) è l’azione. Privo delle sei sofferenze14, privo delle sei modificazioni15, io sono la beata Ultima Realtà. Io sono l’Ātman, eterna Coscienza, privo di attributi aggiuntivi, illimitato e onnipervadente come lo spazio in cui appaiono alla mente e ai sensi le relazioni mondane, come il sole che fa apparire le relazioni alla gente comune.» (Ma Sam. XII.55)
L’Ācārya allora si rivolse al padre, spiegandogli che suo figlio nella sua precedente esistenza era stato uno yogin che aveva purificato la mente e che aveva intrapreso la via della conoscenza (jñāna mārga). Nascendo come suo figlio, egli aveva raggiunto la Liberazione. Fino ad allora non aveva parlato perché non poteva trattare di argomenti riguardanti il mondo empirico (vyāvahārika viṣaya) e fino a quel momento non aveva potuto trovare nessuno con cui parlare dell’assoluta Realtà. Chiese, quindi, al padre di permettere al figlio di abbandonare la famiglia, di assumere il saṃnyāsa e di unirsi a lui e ai suoi discepoli. Il padre ne fu onoratissimo: Hastāmalaka ricevette l’iniziazione, si fece saṃnyāsin e seguì l’Ācārya nella sua peregrinazione. Più tardi divenne uno quattro discepoli più importanti e jagadguru del Pīṭham di Dvārakā.
La tappa successiva fu la località di Śṛṅgerī16. Qui il paesaggio è davvero idilliaco, anche al giorno d’oggi. Verdi colline, foreste lussureggianti, fiumi abbondanti di acque brulicanti di pesci che affluiscono nella sacra Tuṅgā, una fauna ricca dove le fiere, altrove feroci, convivono con i timidi erbivori. Questo era il luogo che Śaṃkara cercava per fondare il suo primo Maṭha17 che fosse anche un Pīṭham18. Vide in una pozzanghera una rana intenta a deporre le sue uova sotto un sole rovente. Un cobra le si avvicinò ed ergendosi, con il cappuccio spalancato sopra la partoriente, la proteggeva dai raggi. Decise che quel preciso luogo sarebbe stato il centro intorno a cui costruire il primo Śaṃkara Pīṭham. Incise per la prima volta sul suolo roccioso lo Śrī Cakra, e poi diede ordine ai discepoli di erigere le mura del Maṭha.
Il Maṭha comprendeva, oltre alla scuola iniziatica (Pīṭham), un tempio, alloggiamenti e sale dedicate all’insegnamento per i brahmacārin, il refettorio, le cucine, la guardiania e l’ostello (dharmaśālā) per l’accoglienza dei pellegrini, uno sportello per l’acquisizione e ridistribuzione ai poveri delle donazioni, in modo non dissimile a quello ancora presente oggi. Fino a quel momento, secondo alcune tradizioni, la Dea Sarasvatī aveva seguito l’Ācārya nel suo peregrinare sotto le mentite spoglie della moglie di Maṇḍana Miśra. Fu precisamente quando Śaṃkara tracciò lo Śrī Cakra che Ubhaya Bhāratī riassunse la sua forma divina, involandosi verso il Satya loka. Tuttavia la Dea della sapienza lasciò a Śṛṅgerī la sua divina presenza in quanto Brahma vidyā: infatti quella località ancor oggi è sede privilegiata della conoscenza advitīya e di Śrī vidyā. Per questo il seggio di quel Jagadguru è chiamato Śāradā Pīṭham19. Il Maestro intronò su quel seggio il suo migliore allievo, Sūreśvara, come ācārya e maestro universale (jagadguru) e la paramparā dei suoi successori è segnata dal titolo di Bhāratī20, a memoria della loro divina protettrice.
Durante il periodo in cui rimase a Śṛṅgerī, l’Ācārya soleva passare diverse ore a spiegare ai suoi śiṣya i diversi bhāṣya che aveva composto. Tra loro era presente, fin dai tempi di Kāśī, un giovane di buoni sentimenti, ma piuttosto ottuso. Per questa ragione gli venivano affidati i compiti più umili. Un giorno i discepoli si erano adunati attorno al Guru, fatta eccezione per quel discepolo che era sceso alla riva della Tuṅgā per lavare l’abito zafferano di Śaṃkara. Il maestro rimaneva in attesa che anche l’ultimo si riunisse con loro. Qualcuno si lamentò del ritardo, affermando che, tanto, quel discepolo assente non avrebbe capito nulla dell’inse-gnamento così elevato. In quel preciso momento arrivò il quarto discepolo declamando, con armoniosi versi nel metro vedico toṭaka,la più perfetta descrizione dei misteri più ineffabili dell’Advaita.
La compassione del Guru aveva rimosso il velo del torpore intellettuale, purificandogli la mente e aprendolo alla conoscenza. Da quel momento egli fu chiamato Toṭaka e, più avanti, divenne un jagadguru.
In quello stesso periodo Śaṃkara incaricò Sūreśvarācārya di scrivere due sotto-commentari (vārttika) ai suoi Bṛhadāraṇyaka e Taittirīya Upaniṣad Bhāṣya. Rapidamente il nuovo Jagadguru compose il Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad Bhāṣya Vārttika e il Taittirīya Vārttika, a cui aggiunse anche la Naiṣkarmyasiddhi, che non è un commentario, ma un’opera originale sull’Advaitavāda. Śaṃkara ne rimase compiaciuto, approvando la perfetta aderenza delle tre opere alla dottrina.
Śaṃkara e i suoi discepoli, allora, presero congedo da Sūreśvarācārya e ripresero il loro viaggio verso meridione. Fu così che arrivò al suo villaggio natale di Kālaḍi. Trovò sua madre che giaceva sul suo letto, ormai in fine di vita.
A questo punto ci si può chiedere quanto fosse allora anziana Āryāṃbā e quale fosse l’età di Śaṃkarācārya. La tradizione vuole che i genitori si fossero recati al tempio di Vadaku Nātha a chiedere la grazia di avere un figlio. Questo potrebbe suggerire che la coppia avesse difficoltà a generare e che perciò fosse piuttosto matura. Inoltre Śivaguru morì che Śaṃkara era ancora bambino, subito dopo il suo rito di assunzione del cordone brāhmaṇico, vale a dire quando era tra i cinque e i sette anni. Tutti gli Śaṃkara Vijaya concordano nel sostenere che morì di vecchiaia e nessuno accenna a una qualche malattia. Sappiamo, inoltre, che Śaṃkara concluse la sua stesura dei Bhāṣya all’età di sedici anni. A conclusione egli divenne regolarmente ācārya e cominciò la sua funzione magistrale accogliendo i primi discepoli proprio a Kāśī, dove risiedeva. Come conseguenza dell’incontro con Veda Vyāsa, il giovane Ācārya iniziò la sua peregrinazione per l’India del nord. Dopo la vittoria su Maṇḍana Miśra, desideroso di mantenere la parola data a sua madre al momento in cui lasciava la casa natale, egli cominciò a peregrinare verso l’India meridionale. Fu un viaggio a piedi e con notevoli digressioni e lunghe soste, come quelle di Śrī Śaila e di Śṛṅgerī. Possiamo perciò supporre che Śaṃkara fosse ritornato a casa a un’età compresa tra i venti e i venticinque anni. La madre poteva essere sulla sessantina, un’età per cui a quell’epoca una donna era ritenuta davvero anziana. È necessario, però, considerare che queste sono soltanto delle deduzioni fondate sui pochi dati certi di cui disponiamo.
Āryāṃbā fu commossa dall’amore filiale che l’Ācārya le riservò in quei giorni sereni. Egli la accudì e, allo stesso tempo, cominciò a impartirle i primi insegnamenti sulla dottrina della non dualità. Tuttavia, nonostante egli si prodigasse a illustrare la Realtà assoluta ricorrendo a molti punti di vista diversi, con argomentazioni logiche semplici e con esempi illuminanti, Āryāṃbā alla fine confessò di non essere in grado di comprendere l’Advaita Vedānta. Fu così che Śaṃkara preparò la madre a intraprendere la via della Bhakti per il dio Viṣṇu.
Questo insegnamento dimostra che l’Advaitavāda si sovrappone alle diverse sādhanā minori senza però sottovalutarne l’effettiva efficacia. Fu così che dopo poco Āryāṃbā s’addormentò per sempre. Alla notizia, i loro parenti accorsero assieme a sacerdoti specializzati nel celebrare i riti funebri, e trovarono Śaṃkara che si apprestava a compiere la cremazione, come aveva promesso di fare allorché da brahmacārin stava partendo alla ricerca del guru. Egli chiese subito che gli fornissero del fuoco proveniente dai loro focolari domestici. I suoi familiari, però, rimasero scandalizzati. Un saṃnyāsin, per regola, non doveva compiere alcun rito; era almeno quella una proibizione sul comportamento delle quattro caste e dei quattro āśrama durante il kali yuga, come si legge nei Dharma Sūtra. Egli rispose che il saṃnyāsin è libero da ogni dovere, compreso quello di seguire testi come i Dharma Sūtra che riguardano soltanto i doveri sociali. Inoltre il kali yuga e le sue regole non toccano chi è libero da condizionamenti temporali. I parenti e i brāhmaṇa, indignati, se ne andarono. Śaṃkara raccolse della legna nei campi vicini e apprestò una catasta nel cortile di casa. Usò poi le mani del cadavere della madre per accendere un fuoco con il trapano usato tradizionalmente a quello scopo21; appiccò il fuoco alla pira e rimase ad assistere alla cremazione. Dal cielo scesero gli aiutanti divini (paricārika devatā) di Viṣṇu, che raccolsero l’anima di Āryāṃbā per condurla, attraverso il devayāna22, fino alla più alta dimora del Dio (Vaikuṇṭha). Compiuto questo ultimo vincolo di pietà filiale, Śaṃkara riprese il suo pellegrinaggio ai quattro capi dell’India al fine di diffondere l’insegnamento del-l’Advaita. Curiosamente questo episodio è descritto come se fosse compiuto in solitario, come se, per pudore, i suoi quattro discepoli più fedeli se ne fossero tenuti da parte. È però probabile che essi vollero astenersi dai riti funebri i quali comportano sempre una certa impurità che l’Ācārya non volle tenere in alcuna considerazione.
- Ujjayinī e Nāsik, assieme a Prayāga e Haridvāra sono le città sante in cui si alterna negli anni il più importante pellegrinaggio dell’induismo, il Kumbha mela.[↩]
- I dodici jyotirliṅgam sono: il Somanātha, in Gujarat; il Mallikārjuna, a Śrī Śaila, Andhra Pradesh; il Mahākāla a Ujjayinī, Madhya Pradesh; il Parameśvara o Oṃkāreśvara a Oṃkāra, un’isola del fiume Narmadā; il Kedāra, nell’Himālayas; Bhīmāśaṅkara, alle sorgenti del fiume Bhīmā in Mahārāṣṭra; il Viśveśvara, a Kāśī (Benares) nell’Uttar Pradesh; il Tryambakeśvara, presso Nāsik in Mahārāṣṭra; il Vaidyanātha, a Citābhūmi nel Bihar; il Nāgeśa a Dvārakā, in Gujarat; Rāmeśvara, in Tamilnadu, nella prima isola del Setubandha che unisce l’India a Ceylon; e il Ghṛṣṇeśa, a Śivālaya, vicino a Daulatabad, in Mahārāṣṭra).[↩]
- Il celebre maestro buddhista Nāgārjuna avrebbe fatto ascesi proprio in quella località dell’attuale Andhra. Sui versanti dei monti che dominano la valle di Śrī Śaila sorgevano due eremi-grotta buddhisti.[↩]
- Setta śaiva tantrica fondata da Lākulīśa nel I sec. d.C.; non deve essere confusa con l’omonima scuola ascetica vedica. I pāśupatha sostenevano che il culto di Śiva era l’unico ammesso e, in modo particolare, disapprovavano l’induismo vaiṣṇava, considerandolo eretico.[↩]
- Setta eterodossa e criminale. Come Bhairava, la divinità che avevano prescelto come iṣṭadevatā, in un mitoaveva decapitato Brahmā, così il metodo (prakriyā) dei kāpālika prevedeva anche la decapitazione di un brāhmaṇa, di un Re o di un mercante di olio (tailika). Spesso i kāpālika erano denominati bhairava e le loro yoginī, bhairavī, per la loro identificazione con il Dio.[↩]
- Questa setta nāstika, anti castale e monoteistica, più nota come liṅgāyat, era a quei tempi concentrata nell’area di Śrī Śaila. Solamente nel XII secolo tale Basavanna la diffuse in tutto il Karṇāṭaka con la sua predicazione.[↩]
- Come gli śaiva chiamano il Brahmaloka.[↩]
- Il tridente, arma di Śiva, che è impugnato anche oggi dagli asceti śaiva.[↩]
- Nārasiṃha, l’Uomo-leone, quarto avatāra di Viṣṇu.[↩]
- Nome dell’asura per sconfiggere il quale Viṣṇu scese sulla terra in quella forma antropo-teriomorfica.[↩]
- Inno vedico elogiativo.[↩]
- Città dell’Andhra Pradesh, oggi Ahobilam.[↩]
- Tuttavia, a conferma che il racconto non è del tutto privo di realtà, nelle vicinanze del tempio di Mallikārjuna è stata scoperta una lapide con un’iscrizione datata 639 d.C., in cui per ordine del re Nāgavardhana Chālūkya si donava il terreno circostante per sostentare i seguaci del culto a Kāpāleśvara.[↩]
- Ṣaḍūrmi: fame e sete, attrazione e repulsione, nascita e morte.[↩]
- Ṣaḍ bhāva vikāra: incorporazione nell’embrione, nascita, crescita, maturità, decadenza e morte.[↩]
- Lett. la collina (giri) del corno (śṛṅga) o dell’unicorno (ekaśṛṅga), che si riferisce alla località dove si trovava l’eremo di Ṛṣyaśṛṅga, un ṛṣi che portava nel mezzo della fronte un unico corno.[↩]
- Con maṭha in linguaggio advitīya s’intende un istituto fondato per l’istruzione di discepoli di Vedānta. Si distingue dal vimāna o complesso templare, perché questo è aperto a tutti: nel vimāna è impartito l’insegnamento basico del dharma, particolarmente attinente alla divinità la cui immagine è esposta nel sanctum (garbhagṛha).[↩]
- Questo termine significa ‘seggio’. Un maṭha può essere anche diretto da un brahmacārin esperto o da un gṛhastha erudito negli Śāstra, mentre un pīṭham è la sede di un maestro che è un saṃnyāsin. Un altro modo per definire la cattedra di un guru è siṃhāsana, ‘trono del leone’.[↩]
- Śāradā è il nome della vīṇā, la citara con due casse di risonanza, strumento musicale della Dea Sarasvatī. Ma c’è un ulteriore significato: essendo Sarasvatī la Dea della sapienza, il suo strumento è la conoscenza stessa.[↩]
- I titoli (yogapaṭṭa) che seguono il nome iniziatico dei saṃnyāsin e che qualcuno scambia per ‘cognomi’, possono essere più frequenti in un Pīṭham piuttosto che in altri, ma non sono affatto esclusivi. Infatti gli yogapaṭṭa designano determinate attitudini con cui il saṃnyāsin appare al mondo. Per esempio chi si abluisce nel triplice fiume del tattvamasi è chiamato Tīrtha (guado); chi è totalmente libero dai legami rituali, avendo assunto il saṃnyāsa,è un Āśrama (stadio della vita); chi si è isolato nella selva della beatitudine è detto Āraṇya (selva); chi si è ritirato su una montagna per riflettere sulla Gītā è un Giri (montagna); chi ha annullato l’illusione del saṃsāra è noto come Sarasvatī; chi ha rinunciato a tutto, compreso il proprio ego,viene detto Bhāratī, e così via.[↩]
- Nelle famiglie brāhmaṇiche che conservano il fuoco sacro sacrificale (āhitāgni), la pira della cremazione deve essere accesa con quello stesso fuoco. Poiché i saṃnyāsin non possono accendere il fuoco ritualmente, Śaṃkara usò le mani della salma.[↩]
- Si tratta di una forma narrativa per descrivere quelle che nelle Upaniṣad sono le divinità reggitrici dei diversi loka, vale a dire dei mondi che rappresentano le tappe per raggiungere il Brahmaloka.[↩]
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