Requiem Babylon (Introduzione)

Nella Introduzione di Requiem Babylon, l’Autore getta le basi su cui svilupperà, nei capitoli successivi, il tema centrale di questo lavoro di ricerca e rettifica: il modo differente in cui viene considerata Māyā nella Brahma vidyā e da tutte le altre dottrine dualiste. Una differenza davvero abissale che nel primo caso consente di creare i presupposti per superare la dualità, mentre nel secondo imprigiona irrimediabilmente in essa.

Alcune precisazioni sullo “Śivaismo del Kaśmīra”

Un articolo volto a fare chiarezza su un argomento tanto affascinante quanto, forse, mal compreso, lo Śivaismo del Kaśmīra, corrente tantrica che sollevò un interesse inaspettato e la la cui fortuna si diffuse rapidamente, soprattutto in Occidente, sull’onda del movimento hippy.
Diverse comunità di “figli dei fiori”, trapiantate in varie località dell’India, presero a combinare la pratica di danza e musica indiana all’uso di stupefacenti e a metodi appresi da libri o da Guru di dubbia regolarità. Tutto ciò costituì un ‘cavallo di Troia’ con cui introdurre nel sanātana dharma un elemento di critica e aggressione all’Advaita che ne costituisce l’essenza e il cuore; malauguratamente questo retaggio continua a produrre i suoi effetti ancora oggi, con conseguenze nefaste per quanti sono in cerca dell’autentica spiritualità indiana, ma non riescono a districarsi nei molti rivoli che la compongono.

Il Principio Gaṇapati*

Harnārāyaṇ Ojha nacque a Bhātni, un villaggio del distretto di Pratāpgaṛha, Uttar Pradesh, nel 1907. Profondo conoscitore dell’Advaita Vedānta e fedele seguace della concezione non-duale della Realtà, Svāmi Karpātrī impegnò il tempo della propria vita alla ricerca e all’approfondimento della conoscenza in quanto jñānaniṣṭha. L’impegno profuso per la custodia e l’adattamento del dharma gli valse l’appellativo, da parte della gente, di dharmasaṃrāṭa, “imperatore del dharma”. In questo scritto Svāmīji tratta di Gaṇapati/Gaṇeśa, “Quel principio sottilissimo, che è al di là delle facoltà di conoscenza e di azione e che può essere descritto solo con il supporto dello Śāstra perché come la percezione (avagati) della parola può avvenire solo tramite l’udito, così l’Intuizione (avagati) del Principio supremo nella sua totalità (pūrṇa paramatattva) può avvenire solo tramite lo Śāstra”. L’esposizione non concede molto spazio agli aspetti simbolici, ma piuttosto fa emergere la portata metafisica che è sottesa a tutto il Sanātana Dharma. In questa prospettiva sarà più agevole comprendere la coesistenza in Gaṇapati dell’uomo e dell’elefante, che indica l’identità o la non distinzione tra il principio tat e il principio tvaṃ laddove il principio tat è il Sé supremo, causa dell’intero universo, onnisciente, onnipotente, e il principio tvaṃ è il sé individuale sottoposto all’ignoranza e privo di potenza, ma pur sempre Brahman. Dunque il tu (tvaṃ), dotato di condizioni limitative [upādhi], è il corpo dell’uomo-Gaṇeśa dal collo ai piedi; il principio tat, il Supremo incondizionato, assume la forma di elefante: è la sezione dalla gola alla sommità del capo di Gaṇeśa; l’intero corpo di Gaṇeśa, dalla testa ai piedi, è il principio asi, l’Essenza una e indivisa.

I darśana considerati dal punto di vista advitīya

Questo articolo è stato sollecitato dalla necessità di dipanare le confusioni che spesso possono insorgere nel lettore a causa del condizionamento operato da alcuni ‘pregiudizi’ culturali. Come si leggerà, il sanātana dharma, avendo sempre sottesa, come fine ultimo, la liberazione dall’ignoranza, è completamente scevro da tali condizionamenti e anzi fornisce la dottrina e il metodo atti a rimuovere proprio tutto quanto fa parte dell’ignoranza. Dunque i darśana considerati nella prostettiva advitīya, assumono tutta un’altra portata rispetto a dei ‘punti di vista’ equivalenti con cui operare l’indagine conoscitiva. Infatti l’Unica Realtà non duale costituisce il vero discrimine per ordinarli e subordinarli alla Brahman vidyā che ne è l’espressione.

Tripurā Rahasya, Introduzione della Curatrice

Tripurā Rahasya è stata pubblicata alcune volte in lingue occidentali: i traduttori e curatori di tali versioni hanno interpretato il testo alla luce della loro categoria d’appartenenza. In generale, i traduttori indiani dal sanscrito all’inglese hanno usato un approccio al testo più diretto e, quindi, più genuino, sebbene poco ‘filologico’ e meno ‘scientifico’; le loro interpretazioni della dottrina contenuta variano tra i due estremi di considerarla un testo di Advaita śaṃkariano –supposizione, tutto sommato, non del tutto errata– fino a una esposizione di un metodo di Yoga tantrico. I sanscritisti e indologi occidentali, invece, del tutto spaesati a causa della loro totale mancanza di conoscenze riguardanti Śrī Vidyā, hanno visto nel Tripurā Rahasya una trasposizione ‘popolare’ dell’Advaita Vedānta, infarcita di interpolazioni provenienti da correnti tantriche e sāṃkhya le più disparate, con la preponderante e immancabile influenza dello ‘Śivaismo del Kashmir’.