Babilonia non è l’oggetto di questo studio, è solo un’immagine, una metafora, per cui basteranno poche annotazioni per introdurre l’argomento. Babilonia è citata all’inizio e alla fine della Bibbia, nel Genesi e nell’Apocalissedi Giovanni e in entrambi i casi si presenta con connotazioni negative1. Nel Genesi è citata in relazione a Nimrod, “il primo ad esercitare il potere sopra la terra”2 che costruì la Torre di Babele3, evento determinante per la confusio linguarum4, confusione delle lingue che alcuni hanno voluto interpretare come divisione e formazione di differenti tradizioni con le relative dottrine a partire da una Tradizione Primordiale5. Confusione è il significato del termine biblico bālalderivato dalla radice BL che forma anche il nome bābel6;tuttavia confusione non significa divisione o dispersione ma, esattamente il contrario; dividere i popoli significa allontanarli, fisicamente o idealmente e nel Genesi è indicata col verbo yā-peṣ7; confusione, invece, indica l’unione di elementi eterogenei, confusione è una caratteristica intellettuale, è ignoranza, sincretismo, non è una divisione o una moltiplicazione di popolazioni o di tradizioni. Confusione si spiega con un esempio: è come entrare in una stanza in penombra e vedere un serpente invece della corda posata sul pavimento; in questo caso si uniscono elementi eterogenei, una percezione visiva (corda) di un sostrato con un’interpretazione (serpente etc.) dovuta a esperienza, ricordo e immaginazione (in sanscrito kalpanā)8.
Dante nella Divina Commedia lo chiama Nembrotto9 e Virgilio lo descrive come “anima confusa”10, è un gigante descritto nel trentunesimo canto dell’Inferno e la sua pena è caratterizzata dal contrappasso: la sua colpa per aver permesso la perdita della lingua unica e originale lo costringe a parlarne una incomprensibile, rozza e barbara11, e al contempo di non comprenderne nessuna trovandosi perciò in un isolamento totale. Così Virgilio a Dante:
Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal cóto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto12.
La confusione delle lingue non è l’effetto ma è causa della divisione dei popoli, e se il tutto si riporta alle tradizioni e loro dottrine risulta ancora più chiaro13; Dante scrive che le lingue (ydiomata) sono un artificio umano14: “Ora, ogni nostro linguaggio — salvo quello concreato da Dio insieme col primo uomo — è frutto di una ricostruzione avvenuta per nostro arbitrio”15. È importante rilevare questi dettagli: Dante dice che la prima lingua è “concreata da Dio insieme col primo uomo”e questa collaborazione è già un fatto notevole, inoltre continua dichiarando che le successive lingue siano “frutto di una ricostruzione avvenuta per nostro arbitrio”, quindi per opera umana. La teologia rifiutava la possibilità di nuove creazioni successive a quella descritta nel Genesie questo valeva anche per la lingua, persa con la morte di Adamo.
Per Dante la confusio linguarum non riguarda lingue naturali o materne nate da un ceppo originario, sono lingue artificiali e, oltre ad essere una creazione umana, subiscono sempre per opera umana un’evoluzione nell’arco dei secoli16. Queste caratteristiche delle lingue propongono argomenti che portano troppo lontano perché connessi con aspetti dottrinali importanti; qui è sufficiente suggerire che l’artificiosità delle lingue post-confusio ridimensiona radicalmente l’idea di «lingua sacra» intesa come direttamente ricevuta da Dio, rimane perciò l’idea di una «lingua sacra» ma per opera umana; se le lingue sono interpretate come tradizioni e relative dottrine è facile coglierne le conclusioni. Dante aggiunge un altro dettaglio interessante, anch’esso espresso dal contrappasso: le lingue sono differenti in base alle attività umane: “Quante erano le varie forme di attività tendenti al compimento dell’opera17, tante sono le lingue in cui il genere umano allora si divide; e quanto più eccellente era l’attività, tanto più ora è rozza e barbara la lingua”18; trasponendo la metafora sul piano intellettuale, il passaggio suggerisce che tanto più elevato è il soggetto e la forma intellettuale presentata, essendo pur sempre frutto di attività umana, tanto più è ignorante. Tutti gli uomini non si capivano l’uno con l’altro ad eccezione di quelli appartenenti a una stessa corporazione/attività, gli architetti con gli architetti, chi costruiva i muri con chi costruiva muri etc., questi si capivano tra loro, avevano la stessa lingua ma non si capivano con quelli di un altro gruppo19, separazione che descrive le relazioni interrotte tra tutte le differenti forme intellettuali, religiose, tradizionali, etc.20. Nimrod, solo e unico capo dell’opera, si trovò perciò in isolamento totale. L’immagine della Torre di Babele evoca naturalmente la Massoneria che su questo argomento ha speculato a lungo21; nella frammentazione delle attività del cantiere biblico si può leggere la creazione di gradi all’interno della stessa organizzazione, esempio che ha permesso alla Massoneria negli ultimi secoli la creazione di corpi massonici e gradi, distinti da altrettante parole «sacre» e «di passo» che richiedono puntualmente divisione e incomunicabilità e che si tramutano in altrettanti «segreti» e «misteri»22: quello che potrebbe sembrare un pregio o un completamento, la moltiplicazione di gradi e livelli risulta essere il ricordo di una decadenza.
Se l’esempio è calato sulla forma massonica tuttavia le conclusioni si possono estendere all’insieme delle forme iniziatiche; in termini generali si può concludere che, nella metafora, è l’azione a determinare la qualità e la differenza tra le lingue, per Dante artificiali, lingue con le quali si devono intendere le dottrine23. Dante incontra Nimrod nel «bassissimo pozzo», anche questa un’immagine del contrappasso della Torre da lui elevata in altezza24; per il suo linguaggio e intelletto Nimrod si trova in un isolamento totale, dovuto alla confusione della lingua/dottrina e l’incomprensione delle lingue/dottrine altrui, per cui è una figura che, come vedremo, si presta a governare Babylon: decisivo il consiglio di Virgilio di non dialogare con lui per non parlare «a vuoto» (non parliamo a vòto).
La confusione delle lingue è stata interpretata come divisione di una Tradizione primordiale, esistente prima dell’evento di Babilonia,in una pluralità di tradizioni secondarie e differenti con le rispettive dottrine25; in Dante vi è evidenza di questo perché parla esplicitamente di confusione intellettuale: Nimrod è presentato nel Canto con le parole “Questi è Nembrotto per lo cui mal cóto”, il mal cóto è il cattivo cogitare, quindi il pensare erroneo26; l’incomprensione è dottrinale e questa crea divisione. L’interpretazione tradizionalista richiede perciò una riserva considerando che le lingue, le dottrine/tradizioni, sono tra loro incomprensibili il che significa, fuor di metafora, inconciliabili ed è la spiegazione del loro essere elementi eterogenei nella confusio, elementi umani e artificiali come spiegato più in alto. La confusione intellettuale è la causa della formazione delle differenti dottrine la cui pluralità e distanza è il risultato di questa incomprensione; dottrine che, alla luce della loro artificiosità, sono meglio definibili come ideologie quindi, per essere più precisi, si tratta di confusione della e nella dottrina.
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In merito a questa confusione avremo modo di argomentare riguardo a ciò che scrive Coomaraswamy ricordando l’espressione «fuso, ma non confuso» attribuita a Meister Eckhart e usata per commentare il sanscrito bhedābheda. Coomaraswamy traduce il termine con «distinzione senza differenza»27 e René Guénon con «distinzione senza separazione»28, traduzioni funzionali alle conclusioni che contraddistinguono le rispettive opere; gli autori pensano in questo caso ad una generale (o universale) fusione di opposti senza che vi sia confusione.Nei testi di Eckhart non abbiamo trovato la formula esatta che tradurrebbe «fuso, ma non confuso», forse si tratta di una rielaborazione di Coomaraswamy (nell’articolo non cita il tedesco come fa di solito); Eckhart parla invece di «fusione con l’Unità» (Verschmelzung mit der Einheit) o di «fusione dell’uomo con Dio» (Verschmelzung des Menschen mit Gott) che non cambia la sostanza della sua dottrina. Non si coglie la differenza tra «fuso» e «confuso» visto che il prefisso nominale «con-» è solo un rafforzativo dell’«insieme» che definisce entrambi i termini e che non è escluso né da «fuso» né da «confuso» (altrimenti senza elementi da mettere insieme ci si chiederebbe in che cosa consisterebbe questa unione). La realizzazione della conoscenza (in sanscrito vidyā) non consiste nell’unione di qualcosa con qualcos’altro, niente che possa definirsi una fusione (Verschmelzung in Eckhart) di due in uno; la realizzazione della conoscenza è rimozione dell’ignoranza (avidyā),è prendere coscienza di ciò che è sempre stato senza che vi sia nulla da unire o fondere e già precedentemente disunito; è questa imperfezione dottrinale che, al contrario, determina l’ordinaria confusione29. Per contro bhedābheda non si traduce con «distinzione senza differenza» o «distinzione senza separazione» ma con «differenza-non-differenza» perché il termine bheda è identico nel raddoppio con negazione nel secondo. Anche in Eckhart si trova la stessa formula, più vicina alla dottrina del bhedābheda laddove, dovendo esprimere «la differenza nell’unità» (Differenz in die Einheit), elabora l’idea di «differenza attraverso l’indifferenza» (Unterscheidung durch Ununterschiedenheit) che genera lo stesso tipo di problema. L’espressione hindū contraddistingue la scuola Bhedābheda Vedānta portavoce di una dottrina dualista (dvaita) risalente a Bhartṛprapañca; questa branca sosteneva che l’Ātman fosse sia identico sia differente dal Brahman andando contro al buon senso e al principio di non contraddizione: potremmo dire con Dante “Elli stessi s’accusa”. La difficoltà a risolvere il «problema» dottrinale dell’Unità costringe molti autori a creare alcune parole o formule che lasciano la soluzione nell’ambiguità30; ad esempio l’espressione «fuso ma non confuso» o bhedābheda mantengono il «problema», posto ma irrisolto; Eckhart conclude con la soluzione «Due-Uno» (Zwei-Eine), “Io e Dio siamo uno e due allo stesso tempo”31. Pur evocando idee di Unità, la supposta necessaria «esistenza della dualità», che in altre formulazioni più drammatiche diventa un variegato catalogo di «lotta degli opposti»(ed eventuale soluzione) è ciò che fa stare in piedi e rende credibili, o quasi, alcuni autori32.
Insomma, una buona metafora della confusione venutasi a creare in Babylon33.
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Gli operai della Torre non si comprendevano tra loro e non comprendevano più la lingua originaria; come visto in Dante significa che le lingue non erano derivate da questa prima ma ci fu una cesura netta tra la prima lingua e le molteplici successive (ydiomata), non ci fu continuità tra l’una e le altre, ma discontinuità essendo la prima una creazione divina e queste ultime creazioni umane34; non ci fu un «passaggio» in relazione di causa/effetto in quanto quest’ultimo porterebbe in sé una traccia della propria causa. Ne consegue che da una lingua artificiale posteriore non si può risalire alla lingua originale, la mano amputata non ricresce con una medicazione ma con un miracolo. Il linguaggio è la sede in cui si crea la dualità (innanzi tutto con il soggetto-oggetto), o meglio appare che si possa creare dualità, e questa caratteristica trova riscontro ovunque sia applicato e utilizzato, in ogni disciplina, dalla metafisica alla più elementare ideologia; anche l’ambiente «spirituale» ne è pienamente coinvolto; prima di credere il linguaggio deve descrivere ciò a cui credere per cui la fede è sempre conseguente al linguaggio che forma ciò a cui credere.
La dispersione del popolo di Nimrod è la creazione della molteplicità35. Al netto dell’aspetto linguistico riportando i termini generali applicati alla dottrina, questa confusione ricalca l’illusorio «passaggio» dall’unità alla molteplicità; illusorio perché dall’unità non può nascere la molteplicità come derivazione o produzione seriale, la molteplicità è una creazione indipendente e artificiale, immaginata, come sono gli ydiomata in Dante; allo stesso modo da questa illusoria molteplicità non si ritorna all’unità ma alla confusione. Gli elementi divisi artificialmente a partire dall’uno non possono artificialmente ritornare all’uno se non simulando un’unione che è solo una giustapposizione, un accostamento quindi ancora confusione. Lo specchio rotto in pezzi non può ritornare integro ma si possono solo accostare le parti separate, si tratta di una somma, un sincretismo, non di unità36. Il raggio di luce bianca è diviso dal prisma nello spettro dei colori nei quali non vi è più traccia di luce bianca37.
Dall’unità non può nascere una molteplicità se non arbitrariamente e artificialmente come operazione mentale che immagina, come in un miraggio, nell’alterazione o nella follia, che quell’uno possa essere al contempo due e che tra questo doppio immaginato possa esservi una relazione con proprie qualità. Nella notazione numerica 1 e 1 sono un’identità (1=1), l’unità è Assoluta, cioè sola, cosa si può dunque sommare a ciò che è solo? Invece quando si immagina di doppiare l’unità, s’immagina una serie, 1 diventa differente da 1 (1≠1), ipotesi già abbastanza illogica per comprenderne l’infondatezza; quando 1 non è 1, l’immaginazione permette la relazione (il segno «+»), quindi l’operazione 1+1=2, ma questa è una relazione immaginata e non reale, come il volare e l’asino, due realtà, in sé, ma inconciliabili; per converso, che il 2 possa ritornare 1 è altrettanto impossibile o immaginato possibile, almeno quanto l’immaginazione dell’esistenza del 2. L’operazione 1+1=2 è pensabile nell’astrazione matematica, che è essa stessa immaginata, ma impossibile da applicarsi alla metafisica. Che l’unità si possa sdoppiare è una magia analoga al coniglio estratto dal cappello del mago, è un’impossibilità quando si tratta di metafisica; può apparire verosimile nel ragionamento, ma non vero, quando soggetto a induzione: “percepisco la dualità per cui è reale” non differente dal cartesiano cogito ergo sum; c’è chi ha voluto dimostrare tale possibilità della divisione dell’unità sull’esempio della mitosi e/o mielosi cellulare senza considerare che la cellula, oltre ad essere materiale quindi estesa, è già un elemento complesso e non unitario38; questo esempio è pertinente perché in molte dichiarazioni metafisiche, o pretese tali, l’Unità si presenta come molteplice in relazione alle possibilità che porta in sé39. L’unione è impossibile perché è impossibile la divisione da cui si pretende produrre questa unione, è come voler saltare senza l’appoggio sotto i piedi, come voler saldare i pezzi di uno specchio mai rotto, non essendoci divisione non può esserci unione40. Finché si cerca l’unione a partire dall’immaginaria dualità e molteplicità si troveranno solo ostacoli e i risultati saranno chimere, perché si sta percorrendo a ritroso una via immaginata che non esiste, e questi ostacoli sono i gradi, gli stati etc. delle differenti vie. Vedremo qualche ragione di questa impossibilità nel testo descrivendo l’unità senza serie e la molteplicità senza origine.
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Ritroviamo infine Babylonanche nell’Apocalisse. È la stessa Babylon, ma descritta con parole e immagini differenti; qui diventa, sempre metaforicamente parlando, il covo di demòni e il carcere di ogni spirito immondo etc.41. Poco prima è chiamata “Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra”42, Babylon richiama la figura della megále pòrne (μεγάλη πόρνη), in greco la «grande prostituta». Pòrne (πόρνη) viene dal verbo pérnēmi (πέρνημι) che significa «io vendo»43 formato dalla radice per- presente anche in péran «al di là», «dall’altra parte», infatti pérnēmi più in generale può significare «trasferimento» o «alienare qualcosa (da sé)»; passa al latino pretium ma in generale a pār,portiō con cui s’intende parte, porzione e proporzione etc., si tratta ancora di un’artificiale divisione del Tutto o intero, come sono sempre le parti, le porzioni, le proporzioni etc.44; applicata alla dottrina, Babylon è l’immaginata creazione di una dualità perché l’unità è ormai incomprensibile45; divisione e molteplicità inesistente e senza origine, molteplicità che si presenta e appare ma che alla fine cade (cecidit Babylon magna)46, cade come la Torre di Babele, come il miraggio e il serpente degli esempie, per quanto ci riguarda, cade senza l’intervento di cavalieri, senza squilli di trombe, sigilli aperti o quant’altro, ma cade perché è solo frutto d’immaginazione. Cercheremo di far luce su questa confusione grazie all’aiuto di alcune nozioni prese dall’Advaita Vedānta, la dottrina più precisa e semplice per descrivere ciò che indichiamo47 in questo Requiem Babylon48.
- Babilonia non s’incontra solo in questi due libri; è la città più citata nella Bibbia dopo Gerusalemme, ad esempio nei libri di Isaia e soprattutto in Geremia dove viene profetizzata la sua distruzione.[↩]
- GenesiX, 8-12.[↩]
- In ebraico migdàl Bavèl (torre di Babele) è un nome che ha fatto fantasticare generazioni di esoteristi, cabbalisti ebrei e cristiani; la sua ghematria è 111, numero che, come immaginabile, ha permesso ogni genere d’interpretazione, così come la relazione ghematrica più complessa tra Bavèl e Seth; lo stesso per Nimrod la cui ghematria 294 corrisponde a quella di Melki-Tsedeq. Nimrod è così descritto: “Nimrod cominciò a essere potente sulla terra, Egli era valente nella caccia davanti al Signore” (“Nemrod ipse coepit esse potens in terra et erat robustus venator coram Domino”) Genesi X. 8-9. La Cabbala ha interpretato l’ebraico lifneh, «davanti, di fronte, al cospetto (del Signore)» con valenza negativa, «contro, in opposizione», traduzione che rispetta meglio il carattere del personaggio. Nella cultura sumero-accadica Nimurta è una divinità della guerra e della caccia.[↩]
- Genesi XI. 6-8. “[…] Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo (na-belah) la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il Signore li disperse (way-yā-pēṣ) di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città”. Secondo la tradizione la lingua unica era il siriaco (suryāyā).[↩]
- Gli stessi interpreti aggiungono che con questo evento si vuole indicare l’inizio del Kali-Yuga ben distante dal primo Satya-Yuga che s’identifica con la Tradizione Primordiale; con quanto seguirà chiariremo questo equivoco.[↩]
- La confusione è indicata nel testo ebraico del Genesi dal termine bālal (bālal śepat = confusione della lingua) che viene dall’unica radice BL (beth-lamed) che forma anche BBL, che in accadico nel nome Bāb-ili significa «porta di Dio». Anche in arabo balbalat è confusione delle lingue.[↩]
- Dalla radice Dalla radice pé e tzade (ṣ). La divisione delle popolazioni è indicata col verbo yā-peṣ (GenesiXI. 8): “Il Signore li disperse di là su tutta la terra”. Per la presenza dei termini nella Bibbia cfr. Grande lessico dell’Antico Testamento. A cura di G. Johannes Botterweck e Helmer Ringgren, Paideia, Brescia, 1988[↩]
- Cfr. Gauḍapāda, Kārikā II.17-18. Senza esperienza, ricordo e immaginazione del serpente etc. questa confusione che l’associa alla corretta percezione della corda non potrebbe avvenire. Cfr. Gauḍapāda, Kārikā II. 17.[↩]
- In questa forma Nembrotto è anagramma di «trombone» il corno da caccia con cui è rappresentato.[↩]
- Divina Commedia, Inferno XXXI, 73. In Ibn ‘Arabī la figura del Faraone è in certi casi affiancata a Nimrod (Al-Futūḥāt al-Makkiyya I, 301) che, secondo la Tradizione, è colui che gettò Abramo nel fuoco. Nel corso dell’ascensione del suo viaggio spirituale Ibn ‘Arabī trova nel 7° cielo Nimrod in dialogo con Abramo il quale afferma che “La sua confusione fu una meraviglia realizzata da Dio” perché permise di mostrare la ragione di Abramo e il torto di Nimrod, Ibn ‘Arabī, Al-Futūḥāt al-Makkiyya. Cap. 367. Trad. Le voyage spirituel. Bruylant-Academia,Louvain-la-Neuve,1995.[↩]
- Dante, De Vulgari EloquentiaI, 7. In ambiente greco la descrizione di Tifone fatta da Esiodo nella Teogonia ripropone l’elemento nemrodiano della confusione delle lingue; dalle spalle di Tifone “nascono cento teste di serpe, di terribile drago, di lingue nere vibranti; … e voci s’alzavano da tutte le terribili teste, che suoni d’ogni sorta emettevano, indicibili…”, Esiodo, Teogonia, 825 segg. Nel Corano (16, 103) si parla di «lingua straniera» (a’jamiyy) in opposizione alla lingua araba pura (lisan ‘arabiyy mubîn): a’jamiy deriva dalla radice ‘JM da cui il verbo in’ajam «essere oscuro, incomprensibile», riferito alla lingua «inintelligibile» e ‘ajam che ha il significato di «muto», cfr. Vlad Atanasiu, 5170 marches jusqu’à Dieu. Traditions musulmanes relatives à la Tour de babel et à la confusion des langues. Annales islamologiques n° 35, 2001.[↩]
- Dante, Divina Commedia, Inferno, XXXI, 76-81. Nimrod in presenza di Dante e Virgilio pronuncia un verso famoso, alla prima lettura incomprensibile ma senz’altro “rozzo e barbaro”, (Divina Commedia, Inferno, XXXI, 67-69):
«Raphél maì amèche zabì almi»,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.
Esiste una leggenda medievale che racconta la fondazione mitica di Roma e la presenza di Saturno identificato a Nimrod: “Circa quel medesimo tempo venne in Italia anche Nembrot, che è tutt’uno con Saturno: «Nemroth, qui est Saturnus, a Jove filio eunuchizatus, ad jam dictum Jani regnum devenit»”, cfr. Arturo Graf, Roma nella memoria e nelle immaginazioni del medio evo. Giovanni Chiantore, Torino, 1923.[↩]
- Genesi XI, 9: “Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra” (“‘Al-kên qārā šemāh bāḇel, kî-šām bālal Yahweh śepaṯ kāl-hā’āreṣ”). Per Dante la «confusione» non fu altro “se non dimenticanza del linguaggio precedente” (“post confusionem illam que nil aliud fuit quam prioris oblivio”) Dante, De Vulgari Eloquentia I.9.6. Per Isidoro di Siviglia “Le nazioni sono nate dalle lingue, non le lingue dalle nazioni” (ex linguis gentes, non ex gentibus linguae ortae sunt).[↩]
- La moderna linguistica chiama questa capacità glossopoiesi.[↩]
- Dante, De Vulgari Eloquentia I, 9, 6: Cum igitur omnis nostra loquela – preter illam homini primo concreatam a Deo – sit a nostro beneplacito reparata. “Arbitrio: il Beneplacitum o placitum, «piacimento, libera volontà», è termine di uso comune nel Medioevo per indicare il carattere convenzionale e arbitrario del linguaggio”, cfr. nota di Sergio Cecchin, traduttore e curatore di Opere minori di Dante Alighieri, vol. II, UTET. È opportuno a questo punto una breve cronologia sull’evoluzione della lingua secondo Dante. La lingua originaria non era quella parlata al tempo di Nimrod, nella Divina Commedia Adamo dice a Dante: “La lingua ch’io parlai fu tutta spenta / innanzi che a l’ovra inconsummabile / fosse la gente di Nembròt attenta” (Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 124-6). Più avanti precisa però che la lingua originaria fu parlata solo da Adamo: “Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia. / I s’appellava in terra il sommo bene” (Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 133-4), con la sua morte fu sostituita da un’altra lingua: “e El si chiamò poi” (Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 136). In occasione della Confusio linguarum vi fu un gruppo di uomini cui rimase la lingua parlata in quel tempo identificata dal verso “El si chiamò poi”: “Quelli cui rimase la lingua sacra non erano presenti né approvavano quest’attività, ma la deridevano con profondo orrore per la stupidità di quanti vi prestavano opera. Ora questa parte, che quanto al numero fu minima, apparteneva, a quel che io congetturo, alla stirpe di Sem, che fu il terzo figlio di Noè: proprio da essa sorse il popolo d’Israele, che usò l’antichissimo linguaggio fino alla sua dispersione” (De Vulgari Eloquentia I, 7, 8). Questa lingua è l’ebraico scomparso con la deportazione del popolo a Babilonia, quindi “Dall’unica lingua identica per tutti che avevano ricevuto nella confusione punitrice trassero in seguito origine diversi volgari” (De Vulgari Eloquentia I, 8, 3). Anche nella Divina Commedia si insiste sul carattere artificioso della lingua e della sua trasformazione: “Ché nullo effetto mai razionabile, / per lo piacere uman che rinovella” (Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 127-8) e continua: “Opera naturale è ch’uom favella; /ma così o così, natura lascia /poi fare a voi secondo che v’abbella” (Divina Commedia, Paradiso, XXVI, 130-2).[↩]
- De Vulgari Eloquentia I.9.6: “Il linguaggio pertanto non può essere né durevole né continuo, ma, come le altre cose umane (usi e costumi per esempio), varia necessariamente con la distanza nello spazio e nel tempo” (“Nec durabilis nec continua esse potest, sed sicut alia que nostra sunt, puta mores et habitus, per locorum temporumque distantias variari oportet”).[↩]
- N.d.R.: in questo caso la costruzione della Torre di Babele.[↩]
- Dante, De Vulgari Eloquentia I, 7, 7: “Quot quot autem exercitii varietates tendebant ad opus, tot tot ydiomatibus tunc genus humanum disiungitur; et quanto excellentius exercebant, tanto rudius nunc barbariusque locuntur”.[↩]
- Dante, ibid.: “Solis etenim in uno convenientibus actu eadem loquela remansit: puta cunctis architectoribus una, cunctis saxa volventibus una, cunctis ea parantibus una; et sic de singulis operantibus accidit”. “Nessuno seppe quello che diceva l’altro. Uno chiedeva la malta e l’altro gli porgeva un mattone; allora il primo s’infuriava, scagliava il mattone contro il compagno e lo uccideva”, Jacob Ben Isaac Achkenazi de Janow, Le commentaire sur la Torah, Verdier, Lagrasse, 1987. Questo dettaglio è presente anche nella General Estoria di Alfonso X el Sabio. Il contrappasso per cui l’attività più elevata al contempo aveva la lingua più rozza e barbara potrebbe dar luogo ad ulteriori considerazioni in merito alle dottrine rappresentate dalle lingue.[↩]
- Fuor di polemica, l’incomprensione di cui si tratta non è altro che l’effetto della differenza.[↩]
- La Massoneria, non solo in questo caso ma in generale nell’intero scritto, è presa ad esempio per come dire alla nuora perché suocera intenda.[↩]
- La figura di Nimrod è presa come modello in alcuni Old Charges della Massoneria, chiamato «grande Hermorian»padre della Saggezza, come ad esempio nel ms. Dumfries n°4, da alcuni associato a Hermes; tralasciamo l’argomento perché esula dal presente studio.[↩]
- Dante li chiama correttamente ydiomata, termine dal greco ídios (ἴδιος) che significa privato, particolare, proprio della persona, usato anche come pronome riflessivo «sé»; da ídios viene «idiota» che nell’antica Grecia (idiotes ιδιωτης) era il cittadino privato che non ricopriva incarichi pubblici, per cui incompetente o estraneo.[↩]
-
Divina Commedia, Inferno, XXIV, 34-36:
Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
Le raffigurazioni dell’Inferno dantesco lo rappresentano come un cono rovesciato, l’inverso della montagna del Purgatorio, esattamente come le immagini della torre di Babele. Il pozzo dei Giganti che Virgilio ha premura di non confondere con delle torri (“sappi che non son torri, ma giganti”, Divina Commedia, InfernoXXXI, 31), che Dante paragona alle torri murarie del paese Monteriggioni, nella rappresentazione dantesca dell’Inferno precede immediatamente il Cocito. Secondo un’interpretazione il termine Raphél, che compone l’enigmatica frase pronunciata da Nimrod, si riferisce proprio al pozzo.[↩]
- Tratteremo di questo aspetto nel capitolo “L’unità trascendente delle religioni”.[↩]
- Divina Commedia, Inferno, XXXI, 77.[↩]
- L’articolo in questione è A. K. Coomaraswamy, Âkimchanna: Selfnaughting, in «The New Indian Antiquary», aprile 1940 citato da René Guénon, Il Regno della quantità e i segni dei tempi. Cap. 9. “Il doppio senso dell’anonimato” (in francese “fondu, mais non confondu”in inglese “fused but not confused”). Coomaraswamy ne tratta anche in Tempo ed eternità, cap. “Cristianesimo e pensiero moderno” e Induismo e Buddhismo, cap. 4. “L’ordine sociale”, capitolo dove scrive che Śaṃkara non avrebbe rifiutato questa tesi dualista, al contrario in Brahma Sūtra Śaṃkara BhāṣyaIII.2.25-29 dedica alcune pagine per confutare questa dottrina.[↩]
- René Guénon, Simboli della scienza sacra. Cap. 62. “Le ‘radici delle piante’”. Questi modi di tradurre bhedābheda sono scorretti perché fanno pensare che le due parti della parola, come i loro significati, siano differenti, invece bheda e abheda sono perfettamente speculari, uno è la negazione (data dalla a- privativa) dell’altro. La tesi di Coomaraswamy, come vedremo, è seguita dalla totalità della scuola tradizionalista e da ogni forma di esoterismo, coincide con quella dualista di Caitanya Mahaprabhu (mistico Viṣṇuista del XVI secolo) la cui dottrina, Acintya-Bhedābheda, afferma che Dio è simultaneamente differente e non-differente dall’anima individuale e dalla sua creazione; in questa formulazione coincide per sommi capi con quella di Dvaitādvaita, «duale-non-duale» sostenuta da Nimbārka.[↩]
- Śaṃkara nel suo commento alla Taittirīya Upaniṣad (II, 8) propone l’esempio del villaggio; quando il villaggio è lontano occorre una strada per raggiungerlo ma quando già si abita nel villaggio non si deve ricercare alcuna strada.[↩]
- Nell’ambito teologico emerge la difficoltà di non sottoporre la dottrina all’accusa di immanenza o panteismo.[↩]
- Gott und ich, wir sind Eines und Zwei zugleich.[↩]
- La «lotta degli opposti» è un evergreen dei tradizionalisti sempre ghiotti di ossimori.[↩]
- V. infra. Sul Bhedābheda Vedānta cfr. Gian Giuseppe Filippi, Il serpente e la corda, Śrī Satcidānandendra Sarasvatī, La via della Conoscenza e le altre vie e Piccolo glossario dei termini tradizionali (in seguito Glossario dal quale sono estratte le definizioni dei termini sanscriti salvo diversa indicazione). I tre testi qui citati sono pubblicati da Ekatos Edizioni (www.ekatosedizioni.it) e presenti nel Sito Veda Vyāsa Maṇḍala, www.vedavyasamandala.com (in seguito VVM).[↩]
- Dante, De Vulgari Eloquentia I, 9, 6.[↩]
- Non è argomento di questo studio ma utile da memorizzare: le storie tradizionali riferiscono che Nimrod fu il primo a organizzare uno Stato, individuato con la costruzione di una città e struttura sociale fino ad allora sconosciuta.[↩]
- Ogni esempio vale nei limiti degli elementi primari che lo descrivono e illustrano, pertanto non è di nessuna utilità analizzarlo con argomenti che esulano da quell’immagine, ad esempio dimostrazioni scientifiche o quant’altro; soprattutto nei casi in cui l’esempio vuole esprimere una verità che supera il suo ambito è evidente che, se si cavilla, può apparire inadeguato se analizzato nei dettagli perché trae gli oggetti della sua immagine da un mondo in sé duale e molteplice. L’esempio è una sorta di intuizione del significato immediato che propone.[↩]
- Il raggio luminoso in sé non può dividersi se non con l’interpolazione di un prisma che ne rifrange la direzione (cioè la devia) e lo divide nello spettro cromatico; applicato alla dottrina questo prisma rappresenta la mente, manas, che pensa di poter dividere l’unità. È stato obiettato che nel raggio di luce bianca è già compresa la gamma dei colori per cui quel raggio è solo scomposto, questo è ovvio perché il mondo fisico, grossolano e sottile, è già esso stesso una composizione molteplice, è un mondo nel quale è impossibile trovare qualcosa che soddisfi le condizioni di unità mentre l’esempio non può che servirsi degli elementi di questo mondo. È stato obiettato anche che la luce bianca è ricomponibile ponendo un altro prisma davanti allo spettro dei colori, questo è vero ma con l’accortezza di invertire sottosopra il secondo prisma così, in un certo senso, da annullare l’effetto del primo.[↩]
- In Citologia la mitosi è la fase riproduttiva della singola cellula dalla quale si formano due cellule «figlie» geneticamente identiche alla cellula «madre»; nel processo di meiosi, al contrario, dividendosi la cellula dimezza il corredo cromosomico. In termini generali, essendo complessa, la cellula moltiplica una preesistente molteplicità.[↩]
- In alcuni casi la fisica, psichica o materiale, diventa principio della metafisica, infine māyāstessa diventa essa stessa «principio» della metafisica.[↩]
- Per tornare all’immagine biblica, lo stesso vale per gli utopistici tentativi di ritrovare una lingua originaria, o primordiale come si dice in certi circoli, vale anche per la Tradizione in sé.[↩]
- Apocalisse, XVIII, 2: “Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore. Gridò a gran voce: «È caduta, è caduta Babilonia la grande (Cecidit, cecidit Babylon magna) ed è diventata covo di demòni, carcere di ogni spirito immondo, carcere d’ogni uccello impuro e aborrito e carcere di ogni bestia immonda e aborrita…»”. Le interpretazioni di chi sia la «prostituta» sono molteplici quanti i nemici che si vogliono identificare con essa, ognuno il proprio.[↩]
- Apocalisse XVII, 5.[↩]
- Vendita che unitamente alla figura della Bestia è un tema caro agli interpreti e mitomani del testo e del suo numero; l’Apocalisse descrive la “donna seduta sopra una bestia scarlatta” (GenesiXVII, 3) solitamente rappresentata come drago, drakos (δράκος), nome che ha la stessa isopsefia di megále pórne (μεγάληπόρνη). Il colore rosso (scarlatto) ricorre anche in alcune interpretazioni del nome Nimrod.[↩]
- Dividere o tentare di dividere il Tutto in parti, porzioni e proporzioni, equivale in altro modo, ad assegnare nomi e forme (nāma-rūpa) alle cose.[↩]
- Nella stessa prostituzione, donna o uomo vendono evidentemente solo la parte corporea della loro persona totale, operando artificiosamente una sorta di scissione innaturale tra corpo sottile e corpo materiale, cfr. M. Strong, Private glossary of words, § “Selling”.[↩]
- Apocalisse XIV, 8: “È caduta, è caduta Babilonia la grande”; XVIII, 21: “Con la stessa violenza sarà precipitata Babilonia, la grande città e più non riapparirà”.[↩]
- Vedānta letteralmente significa «compimento del Veda»; nel testo è utilizzato il solo nome Vedānta per Advaitavāda, dottrina che fa capo a Gauḍapāda e Śaṃkara, senza tenere conto di altre scuole Vedānta che si presentano in forma dvaita, duale: saranno specificate volta per volta come nel caso citato più in basso. Sull’argomento cfr. Gian Giuseppe Filippi, I darśana considerati dal punto di vista advitīya, § “Vedānta”, nella sezione Blog del sito di Ekatos Edizioni (www.ekatosedizioni.it). Ciò nonostante non è nelle intenzioni dare una connotazione hindū al testo, non è la finalità di questo studio; la confusione di cui si tratta si trova ovunque e in ogni dottrina, metafisica, teologia, filosofia o ideologia in genere, se qui emerge in termini vedāntici è solo per la semplicità di questa dottrina.[↩]
- Ci scusiamo infine con il Lettore per le ripetizioni di alcuni concetti dottrinali, ciò è dovuto alla stesura originaria di singoli testi poi riuniti in questo volume; nelle intenzioni questo testo avrebbe dovuto introdurre una seconda parte più tecnica entrando nello specifico delle vie iniziatiche; abbiamo preferito separare le due parti in modo che questo volume possa servire da introduzione ai successivi che ci auguriamo di poter pubblicare prossimamente.[↩]
1 commento
Pucci Giorgio · 2 Settembre 2024 alle 10:41
Egregio articolista, circa la questione “fuso ma non confuso” e bhedābheda, controllando sulla traduzione inglese di Eckhart in due volumi dell’Evans, l’edizione più citata da Coomaraswamy, la formula, in effetti, non è presente. Ciò non significa che E. non l’abbia usata, perché egli non scrisse solo opere “mistiche” in tedesco ma anche opere teologiche in latino. Prima di tutto manca infatti la formulazione in lingua orginale (medio altotedesco o latino? sicuramente non inglese!). Credo di poter confermare che Coomaraswamy non abbia mai dato il riferimento e Guénon, a sua volta, ha citato Coomaraswamy. Il concetto comunque è certamente presente in Dionigi l’Aeropagita (per esempio nei Nomi Divini), autore che Eckhart conosceva molto bene e potrebbe quindi avere utilizzato a sua volta una formula per sintetizzare il suo pensiero. Ma, ancora, dovremmo andare a vedere tra le sue opere latine e capire come possa avere tradotto la frase, compito più che arduo.
In sostanza, mi pare che in ogni caso Coomaraswamy con questa formula renda fedelmente sia il pensiero di Eckhart che quello di Dionigi, mentre quanto alla traduzione letterale di bhedābheda, indubbiamente “differenza-non-differenza” è più lineare, ma quella di Coomaraswamy ha il pregio della possibilità di una comparazione immediata con la metafisica “occidentale” (consapevoli che la metafisica non è più orientale che occidentale e viceversa, spero non vi dispiaccia se noi occidentali ci destreggiamo meglio su formulazioni meno “esotiche”.).
Come che sia, l”unica cosa che ho trovato che ci va vicino, che però è nell’edizione Quint (pubblicata dopo la morte di Coomaraswamy) è relativa alla Trinità (ma Eckhart l’avrebbe applicata per analogia anche al rapporto tra la Deità e l'”uomo nobile”):
Meister Eckhart, Sermone 11 (edizione Quint) In diebus suis placuit Deo:
La distinzione viene dall’Unità, (voglio dire) la distinzione nella Trinità. L’Unità è la distinzione, e la distinzione è l’Unità. Più grande è la distinzione, più grande è l’Unità, perché essa è la distinzione-senza-distinzione
(Die Unterschiedenheit kommt aus der Einhait, (ich meine) die Unterschiedenheit in der Deifaltigkeit. Die Einheit ist die Unterschiedenheit, und die Unterschiedenheit ist die Einheit. Je grösser die Unterschiedenheit, um so grösser ist die Einheit, denn das (eben) ist die Unterschiedenheit ohne Unterschied.).
Come vedete, qui Eckhart darebbe la definizione più precisa (“lineare”) di bhedābheda.
Un’ultima cosa, abbastanza curiosa: per un’implacabile legge del contrappasso, nel vostro sito, citate voi stessi il detto “fusi ma non confusi”, ma senza – ovviamente – darne la fonte: succede anche nelle migliori famiglie?
https://www.ekatosedizioni.it/metafisica-e-sufismo/
Quanto a Rāmānuja, il Viśiṣṭhādvaita Vedānta, mantenendo una seppur minima distinzione tra il jīva e il Brahman, è in tutta evidenza una via del non-Supremo. Non per nulla gli iniziati a questa scuola non compiono mai la rinuncia all’azione, nemmeno da samnyāsin. Si perviene all’unione (yoga) con distinzione, come indica il celebre adagio “fusi, ma non confusi”. Che è poi la conclusione a cui siamo pervenuti nella ormai celebre e contestata presentazione al volume dell’Emiro ‘Abd al-Qadir al-Jaza’iri.