Il Principio Gaṇapati*
Harnārāyaṇ Ojha nacque a Bhātni, un villaggio del distretto di Pratāpgaṛha, Uttar Pradesh, nel 1907. Profondo conoscitore dell’Advaita Vedānta e fedele seguace della concezione non-duale della Realtà, Svāmi Karpātrī impegnò il tempo della propria vita alla ricerca e all’approfondimento della conoscenza in quanto jñānaniṣṭha. L’impegno profuso per la custodia e l’adattamento del dharma gli valse l’appellativo, da parte della gente, di dharmasaṃrāṭa, “imperatore del dharma”. In questo scritto Svāmīji tratta di Gaṇapati/Gaṇeśa, “Quel principio sottilissimo, che è al di là delle facoltà di conoscenza e di azione e che può essere descritto solo con il supporto dello Śāstra perché come la percezione (avagati) della parola può avvenire solo tramite l’udito, così l’Intuizione (avagati) del Principio supremo nella sua totalità (pūrṇa paramatattva) può avvenire solo tramite lo Śāstra”. L’esposizione non concede molto spazio agli aspetti simbolici, ma piuttosto fa emergere la portata metafisica che è sottesa a tutto il Sanātana Dharma. In questa prospettiva sarà più agevole comprendere la coesistenza in Gaṇapati dell’uomo e dell’elefante, che indica l’identità o la non distinzione tra il principio tat e il principio tvaṃ laddove il principio tat è il Sé supremo, causa dell’intero universo, onnisciente, onnipotente, e il principio tvaṃ è il sé individuale sottoposto all’ignoranza e privo di potenza, ma pur sempre Brahman. Dunque il tu (tvaṃ), dotato di condizioni limitative [upādhi], è il corpo dell’uomo-Gaṇeśa dal collo ai piedi; il principio tat, il Supremo incondizionato, assume la forma di elefante: è la sezione dalla gola alla sommità del capo di Gaṇeśa; l’intero corpo di Gaṇeśa, dalla testa ai piedi, è il principio asi, l’Essenza una e indivisa.









