Tra le centinaia di opere che il fervore popolare ha attribuito all’insegnamento di Śaṃkara, la massima parte non sono state scritte dal grande maestro. Gli studiosi accademici spesso attribuiscono al dolo l’aver usato il suo nome da parte di personaggi secondari o del tutto sconosciuti. Non hanno tenuto conto che, fin dalla scomparsa di quello che da allora è stato chiamato Ādi Śaṃkarācārya, i suoi legittimi successori dei Pīṭham furono designati con il suo nome usato come un titolo. Nelle diverse paramparā, inoltre, compaiono non pochi maestri che hanno assunto Śaṃkara come loro nome iniziatico. Gli scritti di costoro circolano lecitamente come opere di uno Śaṃkarācārya o di uno Śaṃkara senza che in origine ci fosse alcuna intenzione di dolo; è certo, tuttavia, che una simile proliferazione di opere ha provocato numerose confusioni circa l’identità dell’autore. È perciò necessario dedicare qualche riga per indicare al lettore quali sono i testi certamente scritti dall’Ādi Śaṃkarācārya, quali sono dubbiosi e quali sono da escludere.
Tradizionalmente le sue opere sono divise in quattro categorie: i commentari (bhāṣya), i trattati (prakaraṇa), le odi (stotra) e gli inni tantrici. I bhāṣya, a loro volta, sono divisi in tre: śruti prasthāna, il ‘percorso’ delle Upaniṣad; smṛti prasthāna, il ‘percorso’ della Bhagavad Gītā; e sūtra prasthāna, il ‘percorso’ dei Vedānta Sūtra, più comunemente noti come Brahma Sūtra. Questo triplice ‘percorso’ è noto come Prasthānatraya.
I Bhāṣya
Śruti prasthāna: le Upaniṣad commentate dall’Ācārya sono dieci. Esse sono la Chāndogya, la Bṛhadāraṇyaka, la Māṇḍūkya, comprese le Kārikā di Gauḍapāda, l’Īśā, la Kena, la Kaṭha, la Taittirīya, l’Aitareya, la Muṇḍaka e la Praśna. Passaggi di queste Upaniṣad con stralci del suo stesso commento si trovano citati nei Brahma Sūtra, a riprova che così egli conferma esserne l’autore. Circolano anche a suo nome i bhāṣya alla Śvetāśvatara e alla Nṛsiṃhatāpanīya Upaniṣad. Nessun brano di questi commenti appare negli altri due prasthāna; inoltre l’importanza che questi bhāṣya attribuisce a vari Purāṇa, le citazioni dallo Yoga Vāsiṣtha (testo più tardo) e da testi tantrici comprova che i Śvetāśvatara e Nṛsiṃhatāpanīya Bhāṣya non sono autentici.
Sūtra prasthāna: il Brahma Sūtra Bhāṣya, di converso, cita in continuazione i commenti di Śaṃkara alle dieci Upaniṣad sopra menzionate. Altre Upaniṣad non commentate dall’Ācārya, che si trovano citate nello sviluppo del Sūtra Bhāṣya, sono annotate e commentate in forma originale, non riscontrabile nei loro commentari tradizionali. Per quello che riguarda le citazioni dalla Bṛhadāraṇyaka, Śaṃkara qui preferisce usare la recensione di Kāṅva piuttosto della Mādhyandina, al contrario di quello che aveva fatto nel suo bhāṣya di quell’Upaniṣad. Tuttavia, egli stesso nel Sūtra Bhāṣya sottolinea di aver scelto in quel caso l’altra fonte. Tutto ciò sta a dimostrare l’autenticità del Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya e la sua perfetta coerenza con gli altre due prasthāna.
Smṛti prasthāna: Il Bhagavad Gītā Bhāṣya è perfettamente in linea con la dottrina che Śaṃkara ha esposto negli altri due prasthāna. La dottrina di Kṣetra-Kṣetrājñā (BhG XIII Kṣetra Kṣetrājñā Vibhāga), com’è espressa nel Gītā Bhāṣya, corrisponde con esattezza, talvolta parola per parola, al commento dell’Ācārya alle Gauḍapāda Kārikā dell’Ālata Śānti Prakaraṇa e a certi passaggi dell’Adhyāsa Bhāṣya, l’introduzione (upodghāta) al suo Sūtra Bhāṣya. Ciò farebbe pensare che Śaṃkara avesse composto il Gītā Bhāṣya anteriormente ai commenti della Māṇḍūkya Upaniṣad e dei Brahma Sūtra. Alcuni hanno fatto rilevare che solamente nel suo commento alla Gītā Śaṃkara ha trattato della bhakti e in nessun’altra parte della sua opera. Tuttavia è lo stesso testo della Bhagavad Gītā che esige la trattazione di tale tema, perciò il Bhāṣyakāra non se ne poteva dispensare. Tuttavia egli distingue una gauṇa bhakti (devozione per il qualificato), di natura saṃsāri, dalla parā bhakti (bhakti per il Supremo) che corrisponde alla beatitudine (ānanda) fruita dal conoscitore del Brahman, il vedāntin. Non c’è alcun dubbio che anche il Bhagavad Gītā Bhāṣya debba essere attribuito a Śaṃkara1.
I Prakaraṇa
Tra i molti trattati che la tradizione popolare considera opere di Śaṃkara, solamente uno dà tutte le garanzie contenutistiche e formali della sua autenticità. Si tratta dell’Upadeśa Sāhasrī, i ‘Mille insegnamenti’. Oltre al fatto che questo trattato si basa esclusivamente sui testi del Prasthānatraya commentati dallo stesso autore, è la purezza della dottrina advitīya che vi si riscontra a dare la garanzia finale2. Gli altri prakaraṇa appaiono spesso formalmente e linguisticamente lontani dalle opere sicuramente śaṃkariane, ma, come sempre, è il contenuto che sta a garanzia finale. In alcuni casi le divergenze dottrinali sono ripetute ed estese, e ciò induce a pensare a un altro autore sconosciuto. In altri casi le anomalie dottrinali sono poche e limitate a poche frasi o versi. In questo caso è lecito supporre che un testo autentico di Śaṃkara sia stato modificato in epoca più tarda per mezzo di interpolazioni, al fine di allineare quell’opera a una tendenza deviante che si è diramata dalla medesima paramparā. Per esempio l’Ātmabodha è una composizione largamente coerente con la dottrina dell’Advaita Vedānta. In esso però è presente un distico in netta contraddizione con l’insegnamento dell’Ācārya. Ciò induce a pensare che si tratti di un’inserzione spuria. Ciò induce alla prudenza nella lettura delle altre parti più convincenti, poiché in argomentazioni logiche basate sull’intuizione e sulla śruti, anche il cambiamento d’un caso nella declinazione d’un sostantivo può risultare squilibrante e passare inosservato. Al contrario, altri trattati, pur contenendo interi paragrafi di elevato interesse, possono riproporre in continuazione affermazioni erronee, sincretismi innaturali tra Vedānta, Yoga e Sāṃkhya, o persino teorie deviate, tra cui quella della mūlāvidyā. Questa teoria risulta la più invasiva, dovuta alla erronea interpretazione dell’ignoranza (avidyā, adhyāsa) da parte dei seguaci del Vivaraṇa e della Bhāmatī, che solitamente vengono considerati tra gli advaitin. Tra i prakaraṇa del tutto dubbisi enumerano, per esempio, il Vivekacūḍāmaṇi, il Dṛg Dṛśya Viveka e il Tattva Bodha. Questa categoria di trattati contiene, dunque, autentica dottrina advaita inestricabilmente mischiata a varie scienze del non-Supremo e a teorie errate. Perciò la loro lettura è consigliabile soltanto se compiuta sotto la guida di un maestro che abbia perfetta padronanza della via della conoscenza; in questo modo si potrà discriminare (vij, vivic) gli insegnamenti regolari da teorie spurie.
Gli Stotra
Sono più di duecento quaranta le odi o laudi attribuite a Śaṃkara. Per la natura stessa di questo genere scritturale, è assai difficile affrontarle senza l’ausilio di un commentario o di una spiegazione orale da parte di un interprete qualificato.
L’avviso dei più rigorosi guru di Advaita Vedānta concorda nel riconoscere quali opere certe di Śaṃkara il Dakṣiṇāmūrti Stotram e l’Adavaita Pañcaratnam, considerando l’autenticità di tutti gli altri Stotra non verificabile. Infatti, la loro forma poetica e, soprattutto la brevità del testo rende necessaria la lettura di un commento per coglierne la dottrina racchiusa. In questo caso è l’interpretazione del commentatore che indirizza a una lettura correttamente advitīya oppure no.
Inni e opere tantriche
I Maṭha fondati per volere di Śaṃkarācārya fin dall’inizio furono gestiti e amministrati da gṛhasthin; infatti non sarebbe stato consono con il voto di rinuncia che i compiti riguardanti gli aspetti pratici fossero assolti dai saṃnyāsin. I contemplativi che, invece di condurre una vita solitaria ed errabonda, decidevano di rimanere presso il Pīṭham al servizio dell’ācārya per contribuire all’insegnamento dell’Advaita Vedānta vicāra, dovevano comunque tenersi lontani dalla sfera dell’azione e delle relazioni propriamente sociali.
Ai gṛhasthin era impartito soprattutto l’insegnamento di Śrī Vidyā. Pare infatti che molti śākta, che avevano abbandonato i culti della mano sinistra grazie alla predicazione di Śaṃkara, fossero rimasti nella cerchia dei rinuncianti vedāntin, seguendo la via iniziatica purificata e intellettuale di Śrī Vidyā. Per questa ragione questa disciplina tantrica, installatasi fin dall’origine nei principali maṭha, fu conosciuta anche con il nome di Brahma Vidyā, che in generale definisce la conoscenza dell’Advaita. Infatti Śrī Vidyā divenne la disciplina prediletta dal Vedānta per far compiere ai discepoli la purificazione della mente al fine di arrivare alla via della conoscenza. Questa simbiosi è diventata così naturale che le due vie iniziatiche spesso sono descritte come se fossero una sola, divisa in un percorso preliminare attivo e in un perfezionamento contemplativo. Si può dire che questa situazione sia giunta fino a noi inalterata. L’unica differenza è che spesso ai saṃnyāsin che hanno abbracciato di recente quel quarto stadio della vita (āśrama) è preliminarmente impartito l’insegnamento di Śrī Vidyā. Inversamente, non si deve pensare che alcuni gṛhasthin non possano essere accettati direttamente come discepoli advaitin3. Tutto dipende dalle qualifiche, dal compimento della purificazione mentale, già conclusa in questa vita o in altre precedenti, e dall’assunzione del quadruplice metodo4 che comprende le sei attitudini del sādhaka5. L’importante per questo innesto tra una Brahma Vidyā non-suprema e quella della conoscenza suprema è che non si verifichino commistioni tra due settori diversi per natura. Vale a dire che non si richieda l’uso di yantra, mantra e tantra a chi si dedica alla conoscenza pura; o che si impartisca il metodo śrāvaṇa, manana e nidhidhyāsana a chi non ha ancora compiuto la purificazione mentale (bauddhī śuddhi).
In questa situazione è naturale che a Śaṃkara siano stati attribuiti molti inni e trattati di natura tantrica. Tuttavia in nessuna delle opere di cui è sicuramente l’autore, è mai menzionato il minimo accenno a dottrine, miti, simboli o rituali śākta. Rimane da considerare l’attribuzione di due opere di Śrī Vidyā di altissimo profilo, che la tradizione gli ha da sempre riconosciuto. Si tratta della Saundaryalaharī e della Prapañcasāra6. Ma la tradizione prevale anche su tutte queste prudenze. Invece gli altri inni alla Dea sono certamente da assegnare ad altri autori.
- Il fatto che indologi quali Paul Hacker, Mayeda Sengaku ed altri accademici si siano allineati al giudizio degli eruditi tradizionali (paṇḍita) non apporta alcuna ulteriore autorevolezza a questo discrimine tra le opere autentiche e quelle dubbie di Śaṃkara. Tuttalpiù sono essi che, così schierandosi, si sono guadagnati della credibilità.[↩]
- Questo approccio critico è quasi del tutto accantonato dagli studiosi accademici che usano esclusivamente strumenti filologici e di comparazione letteraria e ‘filosofica’. Infatti per riconoscere la coerenza dottrinale tra testi diversi si deve comprendere a fondo il siddhānta śaṃkariano. Tra gli studiosi di quella categoria, purtroppo anche tra quelli nati in India, non risulta esserci alcuno che abbia dimostrato una tale competenza. Perciò il riconoscimento dell’autore con mezzi profani è del tutto inadeguato.[↩]
- Alcuni pensano erroneamente che i jñani diventino sempre più rari a causa del declino ciclico. L’insorgere della conoscenza, invece, non dipende da alcun condizionamento, nemmeno da quello temporale. Piuttosto, diventano sempre più rari a causa della decadenza degli iniziati alle vie del non-Supremo, perché essi sì dipendono dall’azione e dal divenire.[↩]
- 1) Viveka, discriminazione tra reale e irreale; 2) Vairāgya, rinuncia; 3) Ṣaṭsampad, le sei attitudini ovvero il controllo della mente (śama), controllo dei sensi (dama), introspezione (uparati), equanimità (titikṣā), ferma intenzione (śraddhā), mente aperta alla conoscenza (samādhāna); 4) Mumukṣā, desiderio di Liberazione.[↩]
- Yāñavalkya era già un celebre jñāni prima di assumere il saṃnyāsa. Re Janaka aveva raggiunto la jīvanmukti senza mai essere diventato un rinunciante.[↩]
- Di quest’ultimo ci sarebbe un commento di Padmapāda. Tuttavia è molto discutibile che questo commentatore sia lo stesso discepolo di Śaṃkara Bhagavatpāda.[↩]
2 commenti
A.B. · 5 Giugno 2022 alle 01:44
“Alcuni pensano erroneamente che i jñani diventino sempre più rari a causa del declino ciclico. L’insorgere della conoscenza, invece, non dipende da alcun condizionamento, nemmeno da quello temporale. Piuttosto, diventano sempre più rari a causa della decadenza degli iniziati alle vie del non-Supremo, perché essi sì dipendono dall’azione e dal divenire.”.
Raramente mi è capitato di leggere cose di una disonestà intellettuale come queste. Seguiamo lo pseudo ragionamento dell’autore: nessuno sano di mente ha mai sostenuto che l’insorgere della Conoscenza possa dipendere da condizionamenti, temporale o di qualsiasi altra natura. Ma come si fa a far finta (non è possibile credere che non ci sia malafede…) di addebitare al pensiero di chi sostiene la rarità, in questa fase ciclica, delle qualifiche per seguire la Via non duale, l’incapacità di comprenderne il vero motivo, facendo credere che non abbia contezza che sia la stragrande maggioranza delle attuali individualità ad essere un supporto inadatto a questo tipo di iniziazione, e non certo l’idea di una Conoscenza limitata e sottomessa al decadimento ciclico? Cosa che, ossessione a parte per le vie del non-Supremo, è la stessa cosa quando si afferma che “diventano sempre più rari a causa della decadenza degli iniziati alle vie del non-Supremo”. Nel chiederci cosa un’affermazione di questo tipo significhi (non si capisce – o si capisce benissimo – se la decadenza sia da riferirsi agli iniziati tout court, o al fatto che, questi poveretti, non sanno che dedicarsi a cosucce come il non-Supremo…), ci spingeremmo ben volentieri oltre: perché non dire “la decadenza degli individui” semplicemente? A ben vedere, in questo blog ne bazzicano parecchi, tanto meno decadenti, quanto più “modesti”…
Ekatos Edizioni · 9 Giugno 2022 alle 08:44
Purtroppo invece, non raramente capita che molti di coloro che commentano i nostri post, mostrino il necessario bon ton; e l’incomprensione di quanto pubblichiamo, anziché stimolarli a porre domande, si risolve in una sterile arroganza che va subito alla carica con l’inconfondibile vis polemica. L’unico motivo per cui sino ad ora ci siamo ostinati a dare ugualmente spazio a tutti è perché i molti lettori che seguono con libertà intellettuale le nostre pagine hanno così avuto modo di riflettere su questioni che è invece necessario capire bene ed approfondire, come ci hanno più volte testimoniato con la corrispondenza che intratteniamo con loro.
La distinzione del tempo nelle fasi cicliche è un’illusione che opera esclusivamente nel mondo della relazione (vyavahāra), di cui proprio quella fra soggetto e oggetto è la principale; mentre, per quanto concerne la Realtà non-duale (pāramārthika), l’Unico immutabile è il Brahmātman. Quindi non c’è realmente nessun Kali Yuga e nessun Satya Yuga perché l’Essere non può avere età, ma solo Coscienza e Beatitudine. Pertanto, è solo a causa dell’ignoranza (avidyā) che ciascuno crede erroneamente di avere un corpo con cui si identifica, sovrapponendolo alla propria reale natura (Ātmasvarūpa) che, in quanto tale, rimane comunque non modificata da questo pensiero falso e dalle condizioni di tempo e spazio a cui essa è apparentemente sottoposta. C’è da aggiungere che, nel corso dei secoli, alcuni iniziati al Vedānta, ben “più sani di mente” degli estemporanei lettori occidentali di libri ‘tradizionali’, hanno formulato l’erronea domanda: “Quando si raggiunge la Conoscenza? In vita? Al momento della morte o dopo di essa? Dove, nel mondo degli uomini o nel Brahmaloka?”. In questo modo hanno dimostrato di non aver capito che la Conoscenza non dipende da un “Quando?” né da un “Dove?”.
Fatta questa breve premessa, per entrare nel merito dell’affermazione di A.B., occorre aggiungere che le vie iniziatiche del non-Supremo sono tutt’altro che trascurabili e hanno anzi l’indiscutibile e arduo compito principale di purificare la mente o, se si preferisce in senso più esaustivo, l’antaḥkāraṇa, in vista della possibilità di formare dei śiṣya capaci di ricercare e ricevere un insegnamento advitīya. Quindi, quanto sostenuto dall’Autrice di Gesta di Śaṃkarācārya non sembra possa prestarsi ad alcun equivoco pretestuoso; infatti è proprio la scadente qualità degli individui che oggi vengono iniziati a tali vie, basate su metodi sottoposti al dominio dell’azione e del tempo, a determinarne la decadenza e la corruzione, finendo così per tradire il loro autentico fine. Pochi, perciò, riescono oggi a purificare la mente e questo spiega perché pochi riescono a passare all’insegnamento advitīya. Oltre a questi pochi, ci sono anche rare personalità, pure fin dalla nascita, qualificate per accedere al jñāna direttamente. Di alcuni di costoro abbiamo dato notizia pubblicandone gli scritti.
Chi è sinceramente interessato, dovrà così sforzarsi a comprendere la peculiarità della Via della Conoscenza (jñāna mārga) che non è sottoposta ad alcun condizionamento di relazione (vyāvahārika sambandha). Ma qui, siccome si dovrebbe aprire un discorso molto dettagliato che inerisce alla dottrina/metodo della Pāramārtika vidyā e all’Ātmānātma viveka, ci fermiamo e rimandiamo alle nostre più che esaustive pubblicazioni.
La Redazione