Prendo spunto dal post di Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī 1 di cui riporto sotto la traduzione per evidenziare come il più delle volte eruditi ed esoteristi che godono di credito in occidente hanno travisato l’autentica dottrina Advaita di Śaṃkarācārya; leggendo i sette punti riportati sotto si può anche capire il perché. Lo śloka attribuito a Ādi Śaṃkarācārya da Ananda Kentish Coomaraswamy, in realtà è il primo verso del capitolo VIII dell’Avadhūta Gītā che recita così:
Oh Brahman, andando in cerca di Te come un pellegrino, ho negato la Tua onnipresenza;
meditando su di Te, ho attribuito a Te una forma nella mia mente, negando così la Tua Natura che è [assolutamente] priva di forma;
cantando inni, Ti ho descritto e così ho negato la Tua Natura che è indescrivibile [oltre qualsiasi pensiero].
Perdonami per questa triplice forma di ignoranza.
Śaṃkarācārya dunque ha commesso davvero tre aparādha (colpe, manchevolezze, fraintendimenti)?
Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī a proposito di questa errata attribuzione evidenzia quanto segue:
1) Queste parole non si trovano negli scritti di Śaṃkarācārya, ma sono riuscite in qualche modo a diventare molto popolari, legate al Suo nome. Purtroppo da qualche tempo gli Indù sembrano amare più le interpretazioni errate degli indologi che quello che insegna la loro tradizione.
2) Ananda Kentish Coomaraswamy ha citato questo śloka scambiandolo per una frase di Śaṃkarācārya. In realtà, lo śloka si trova verso la fine dell’Avadhūta Gītā e non negli scritti dell’Ācārya.
3) Occorre dire, comunque, che il suo significato è totalmente diverso da quello che alcuni gli hanno attribuito. Non si tratta né di fraintendimenti né di richiesta di perdono, ma della pura contemplazione della Verità assoluta che falsifica tutte le dualità, [così come avviene] durante il nididhyāsana. Al contrario se venisse preso alla lettera e, quindi, se il dvaita fosse una colpa, anche questa preghiera di perdono sarebbe una colpa, perché è evidente che implica dualità.
4) La mente occidentalizzata degli Indù moderni è molto suggestionata da tutto ciò che è abramico e si sente al contrario in colpa per tutto ciò che è inerente alla sua tradizione; per questo motivo cerca di spiegare i postulati del Sanātana Dharma in conformità con quelli abramici. Essi sono iconoclasti, quindi anche noi con zelo cerchiamo di dimostrargli che anche l’Induismo condanna il culto delle immagini. Così ci si ritiene corretti fintanto che ci si conforma ai loro dogmi: la loro religione è il modello per qualsiasi cosa.
5) Se seguiamo questa impostazione, Śrī Ramakrishna, che ha adorato Kali nel tempio anche dopo l’illuminazione e fino all’ultimo giorno della sua vita, avrebbe dovuto scusarsi molto di più. Anche Ramaṇa Maharṣi, che faceva la circoambulazione rituale attorno alla collina (giri pradakṣina) anche dopo l’illuminazione e chiamava Aruṇācala come Śivāvatāra, avrebbe dovuto considerare ciò aparādha e scusarsi. Anche lo stesso Śaṃkarācārya avrebbe dovuto scusarsi per aver scritto i Bhāṣya, per aver viaggiato e discusso con la gente, e anche per aver insegnato perché tutto questo comporta dualità (dvaitam).
6) Purtroppo, si può imparare tutto il Vedānta che si vuole, ma sembra che gli Abramici ossessionino la nostra mente, al punto che ci sforziamo di interpretare le nostre dottrine attraverso le loro.
7) Di solito non tratto aspetti vedāntici su Facebook perché ritengo che il Vedānta non sia argomento da giornali o per fare qualche chiacchiera, ma vada appreso personalmente da un Guru. Vedendo però il ripetersi di queste falsità su Facebook, ho ritenuto di doverle chiarire una volta per tutte.
- https://www.facebook.com/photo?fbid=6920764994648279&set=a.1811519002239596[↩]
2 commenti
Giuseppe · 14 Dicembre 2023 alle 11:32
Avrei bisogno di un chiarimento, se possibile: è più corretto tradurre “aparadha” con “peccato” o con “errore”?
Ekatos Edizioni · 14 Dicembre 2023 alle 13:22
Il concetto di “peccato”, così come inteso nell’alveo dei monoteismi abramici, non esiste in sanscrito. Con il termine aparādha dunque si esprime essenzialmente l’idea di ‘fraintendimento’ dovuto a ‘manchevolezza’, a ‘colpa’; si tratta quindi di una modalità con cui si manifesta l’ignoranza.