Lucciole per lanterne (parte 2): Ancora gli incompetenti di Vedānta
Brahma Sūtra Bhāṣya II. 3. 38

Nella seconda parte di questo studio, si evince perfettamente il senso del suo titolo “Lucciole per lanterne”. Infatti, al rinnovato interesse che abbiamo riscontrato per l’Advaita Vedānta, ha fatto seguito da più parti, la pretesa di trattarne senza alcun titolo (intellettuale, iniziatico, accademico) che ha mostrato una evidente e fuorviante incomprensione dottrinale. Questo a nostro avviso, come abbiamo già asserito altrove, è dovuto in parte al fatto che gli pseudo-esperti hanno una collocazione nell’ambito delle vie dualiste della conoscenza del non-Supremo, ma soprattutto perché, cosa unica persino in quegli ambiti e certamente poco ortodossa, hanno deformato quelle stesse sulla base di speculazioni tutte nostrane sorte nell’ambito settario del guénonismo, speculazioni con cui pretendono di misurare e interpretare tutto, anche ciò che con esse non ha misura come l’advitīya caitanyavāda. Con queste premesse, asserire che la buddhi è non-agente perché sovra-individuale, cozza frontalmente con quanto insegna l’autentica dottrina vedāntica, secondo cui è agente perché non cosciente (acit) e strumentale; comunque parte integrante dell’aggregato che compone l’individualità. Del resto le parole dei testi citati da Carlo Rocchi nella loro completezza e corretta contestualizzazione, non lasciano margini a dubbi: “L’intelletto assume tutte le forme, il Sé è senza forma; l’intelletto esiste per un «altro», il Sé è auto-esistente; l’intelletto è soggetto a passato, presente e futuro e a temporanee distruzioni; il Sé è al di là del tempo, è senza moto e immutabile” (Naiṣkarmya Siddhi II.74); e ancora: “La capacità conoscitiva (boddhṛtā) dell’intelletto è (un tipo di) azione. In quanto ego, l’intelletto è un oggetto” (Naiṣkarmya Siddhi III.12). Sembra evidente allora che buddhi non oltrepassa affatto il dominio dell’individualità umana, ed è sempre e solo individualizzata essendo lo strumento di volizione dell’io (aham) che come tale partecipa dei tre guṇa. Ma come chiunque può riscontrare con l’esperienza, si può ingiungere a qualcuno di compiere un’azione (rito, meditazione, ecc.), ma non di comprendere e realizzare la conoscenza.

Lucciole per lanterne (parte 1): Ancora gli incompetenti di Vedānta
Questione di “punti di vista”?

Se non si accosta l’Advaita Vedānta con la dovuta libertà intellettuale, risulterà arduo se non addirittura impossibile coglierne la portata e si finirà al contrario per perdersi nella difesa del partito preso della propria posizione individuale. Infatti quello che frastorna maggiormente tutti, tanto i sinceri cercatori come i presuntuosi, è l’assoluta mancanza, nella Via della Conoscenza (jñāna mārga), di supporti a cui aggrapparsi. In quest’ambito, il mondo della relazione (vyavahāra) vacilla con le sue pseudo-certezze, fino a rivelarsi totalmente illusorio quando la stabile e costante intuizione della Pura coscienza, rimuoverà definitivamente ogni sovrapposizione (adhyāsa) determinata dall’ignoranza (avidyā). Per tale motivo questo studio di Carlo Rocchi che segue e completa il precedente Alātaśānti – L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, si propone come una ulteriore generosa e precisa disamina su una questione che potrebbe sembrare logicamente contraddittoria, quella della “realtà relativa”, ma che è stata formulata ad hoc dalle dottrine dualiste per cercare di salvare se stesse dal licenziamento operato dalla conoscenza vedāntica.

Alātaśānti – Presentazione a cura dell’Editore

Questo studio di Carlo Rocchi, Alātaśānti – L’Advaita Vedānta e i suoi più consueti travisamenti, attraverso l’abbondante proposizione dei testi della śruti e dei commenti dei più importanti Guru, fornisce gli strumenti, a chi ne ha le possibilità, per fare chiarezza riguardo alle incomprensioni che in ogni epoca mostrano la difficoltà di capire l’Advaita Vedānta per quello che è realmente.

Advitīya Caitanyavāda

Questo studio che ci pregiamo di pubblicare e per cui ringraziamo vivamente l’Autore, ha il titolo significativo di Advitīya caitanyavāda che sembra proprio il più idoneo a qualificare il tema trattato. Non si tratta infatti di un confronto fra differenti dottrine, che nei fatti è improponibile da una prospettiva squisitamente Metafisica, ma piuttosto di una spiegazione di cosa sia questa Conoscenza dell’Assoluto, servendosi come esempio per discriminare (neti neti), di quella che è la conoscenza nelle altre vie.