I testi dell’Emiro ‘Abd Al-Qâdir che presentiamo in questa antologia tematica, sono tratti dalla sua opera più famosa, il Kitâb al-mawaqîf, «Il Libro delle Soste», composto durante il suo esilio a Damasco. Questo testo, scritto nel XIX secolo, si può collocare a pieno titolo tra i libri fondamentali del Tasawwuf, l’esosterismo islamico, ed è in realtà un commento coranico il cui fondamento dottrinale troviamo nell’opera di Muhyiddîn Ibn ‘Arabî.
Per una più profonda comprensione di questi mawaqîf, ma più in generale di tutto il fondamento dell’insegnamento trasmesso dal Sufismo, occorre rifarsi alla Dottrina dell’Unità (tawhîd). Tawhîd è l’infinito della forma verbale wahhada (o wahada) che si può tradurre con “unificare”, “rendere unico”1; si tratta di un procedimento trasformante che non si limita all’enunciazione dialettica di un principio in modo dogmatico ed esterno a chi lo proferisce, ma che deve coinvolgere l’essere in una trasmutazione interiore che corrisponde alla vera e propria Realizzazione spirituale2. Questa escludendo che possa essere assimilato alcunché alla Unicità (ahadiyya) di Dio, neppure i Suoi Nomi o attributi, in modo reale attesta che al di fuori di Lui non vi è nulla (lâ ilâha illa Allāh) e che “il Principio di ogni esistenza è essenzialmente Uno3.
Di conseguenza affermare che solo Dio agisce come nel mawqif 2, equivale a riconoscere che questo principio (ahadiyya) innerva tutto il piano di esistenza della manifestazione, così come sancito dagli āyāt secondo cui “Dio è il Creatore di ogni cosa (Lui ha creato voi e le vostre azioni4), Egli è l’Unico, il Dominatore Supremo”5: ciò comporta far svanire la suggestione di una dualità originaria che in realtà non esiste, se non nell’ego, e quindi implica bandire ogni possibilità e pretesa della creatura di coltivare la suggestione di una realtà propria che non può essere altro che una contraddizione in termini e configura quella colpa che sola non trova perdono presso Dio: l’associazionismo6.
Seppure a ben vedere il solo a potersi proclamare Unico è l’Uno stesso, riteniamo conseguentemente che anche solo il riconoscimento «teorico» dell’Unità, se è sincero (ossia puro, dunque unificante), sveli alla creatura la possibilità di riconoscere in sé stessa la Sua Unicità, e anzi, sancisca i limiti entro cui essa possa svolgere legittimamente l’indispensabile lavoro interiore e compiere le opere che gli devono corrispondere, infatti ciascuno sarà facilitato in ciò per cui è stato creato7.
Il Tawhid è dunque la stella polare che orienta il cammino di chi cerca Dio (simile al percorso che dalla circonferenza, attraverso un suo raggio, arriva al centro che la origina) e gli consente di superare la molteplicità della manifestazione, la condizione individuale, fino a spingersi oltre la dualità, all’Identità con Lui (wahda)8.
Si può scorgere a questo punto, come l’autentico esoterismo islamico sia modellato sulla shahāda9, la testimonianza di fede a cui abbiamo poco sopra fatto riferimento per quello che è il suo primo postulato (lâ ilâha illa Allāh, non c’è divinità al di fuori di Dio), a cui deve seguire l’attestazione dello status universale dell’Uomo e della sua vocazione (sayyiduna Muhammadan rasûl Allāh, il Signore Muhammad è l’inviato di Dio), archetipo di quella Identità Suprema che è il vero obiettivo del Tasawwuf e della sua iniziazione10.
L’Ahadiyya pertanto, implicando l’impossibilità di alcuna conoscenza (‘ilm) distintiva, è inaccessibile alla creatura come tale che non ha estinto ogni traccia del creato e non si è liberata dai legami dell’esistenza condizionata; risulterà allora un po’ meno ostico comprendere perché non può essere che Dio nella Sua Unità che conosce Sé stesso attraverso Sé. Questo assunto è sancito da Ibn ‘Arabî nell’Introduzione de Al-Futûhâtu al-Makkiyyah là dove definisce la Scienza Divina come la relazione (ta’alluq) della Divinità con Se stessa e con le realtà essenziali (haqaiq) di tutte le cose reali (muhaqqaq) siano esse esistenti o non esistenti.
È detto che quando Dio ama il Suo servo fedele diviene l’orecchio con cui ode, l’occhio con cui vede e la mano con cui afferra11 così da perfezionare l’identificazione fra il Conosciuto e il conoscente; questa trova un esempio realizzato in uno dei Maestri dell’antichità che ha affermato “Io sono il Vero” (Anā ‘l-Haqq)12 in ragione del fatto che non era il suo io a parlare, ma la Personalità del suo Signore in lui13.
Premesso tutto ciò, che consente di inquadrare l’azione e l’opera dell’Emiro secondo la prospettiva dell’esoterismo islamico, vorremmo provare a dire qualche cosa in più per cercare di coglierne la portata e individuare la giusta collocazione nel dominio iniziatico tout court.
Occorre subito precisare che la Conoscenza Metafisica mal si concilia con l’azione (seppur rituale) perché questa non è il mezzo con cui la si possa ottenere; semmai assolve questa funzione l’intuizione metafisica che costituisce il presupposto della realizzazione che gli corrisponde, la Liberazione. Inoltre se si rispetta correttamente l’etimo, la Metafisica è vero che è «di là dalla fisica», ma non per questo la esclude, perché per cogliere la Totalità occorre acquisire la consapevolezza dello Spirito Primordiale e Immutabile che ne è il substrato; tale per cui l’Unica Realtà è quella che permane a seguito della rimozione delle sovrastrutture illusorie create dal senso interno dell’io individuale in tutti gli stati in cui questo si alterna. Nelle pagine che seguono pertanto, si possono scorgere, a sprazzi, delle “aperture”, che se sgravate di tutto quanto pertiene alla “forma” d’origine, cui l’Emiro appartiene, lasciano intravedere quella Dottrina della Tradizione Primordiale di cui il Sanātana Dharma14 è depositario e l’Advaita Vedānta15 la massima espressione16. Inoltre la via della Conoscenza Suprema, avendo come obiettivo l’Assoluto, non può che culminare col riconoscimento della Verità e con la presa di coscienza di essere il “Testimone”, la luce di tutti gli stati; per tale ragione qualsiasi determinazione mentale in quest’ambito, fosse anche la più elevata come quella proveniente dall’intelletto, sarà sempre parziale, instabile e chiaramente illusoria. Lo stesso Emiro ci indica tutta l’inanità dell’azione individuale (ahaṃkāra) là dove si desideri realizzare la propria natura essenziale (svarūpa) e con ciò approdare alla Liberazione:
“Non sono nato per essere un guerriero, non avrei dovuto esserlo neppure per un solo giorno, tuttavia ho portato le armi tutta la mia vita”.
Riteniamo infatti che per maturare pienamente la consapevolezza di questa natura essenziale che è Conoscenza-coscienza, e riconoscersi Essa, si debba andare oltre lo stesso “sogno del Signore”, perché tale è la totalità del mondo manifestato, e abbandonare la convinzione/illusione di essere un’anima individuata quindi distinta dal Sé Supremo, ben espressa dalla dicotomia Dio-io, Creatore-creatura, Signore-servitore; questo, a nostro parere, è senza dubbio il limite delle vie, come il sufismo, che hanno il loro fondamento nell’azione (rituale) e che dunque si sviluppano per tappe, “soste” e con l’acquisizione di maqamat. Tutto ciò infatti inerisce alla conoscenza che si può ottenere nei primi due stati (veglia e sogno) quindi quella del non-Supremo17, e pure essa può sembrare di valore elevatissimo e nobile, come in effetti è quella espressa dall’Emiro ‘Abd Al-Qâdir al-Jaza’irî.
“Nell’alternarsi del giorno e della notte vi sono segni per la gente dotata di intelletto”18.
Dunque in questa alternanza, in cui possiamo scorgere quella del susseguirsi dei primi due stati di coscienza (avasthā)19 si fermano le vie iniziatiche che abbiamo definito sopra del non-Supremo. Oltre a tutto ciò, per mezzo della discriminazione (viveka), si potrà far luogo alla rimozione dell’illusione derivante dall’identificazione con questo mondo; ma, non percepire la Realtà come altro da sé, corrisponde alla realizzazione del “Quarto” pāda20 di Ātman e con ciò alla consapevolezza piena di essere il Testimone cosciente (Sakṣin) che osserva gli altri tre stati senza esserne coinvolto. Si può comprendere con ciò, tutta la differenza che intercorre con l’esoterismo islamico che configura invece la “prossimità” come grado massimo raggiungibile, così come avvenuto al Profeta Muhammad durante la sua ascensione che arrivò
“Alla distanza di due archi o meno”21.
In conclusione riteniamo che questi scritti oltre ad essere di istruzione per tutti coloro che percorrono una via sufica, possano esser d’utilità per chi, potendo andare oltre, li assuma come supporto per la propria purificazione mentale.
D.T.P.
- Cfr. J.L. Michon Le soufi marocain Ahmad ibn ‘Ajîba et son mi’rāj (glossaire de la mystique musumane) ed J. Vrin Paris, dove si può leggere : « Il tawhîd è per i dogmatici il monoteismo rigoroso che afferma la trascendenza divina (al-tanzîh) e la dipendenza assoluta della creazione di fronte al suo Artefice, senza dare ragione delle modalità con cui si sviluppa l’azione divina nel mondo o del riassorbimento del contingente nell’Assoluto. Iniziaticamente la dottrina dell’Unità diviene il fondamento della gnosi e la parola tawhîd per alcuni autori (fra cui notoriamente Junayd), designa l’unità realizzata dall’essere (al-muwahhid che in questo caso è sinonimo di ‘ārif bi’Llāh). Proprio Junayd interrogato sul tawhîd rispose: “Il colore dell’acqua è quella del suo recipiente” volendo affermare con questo che L’Essenza suprema (al-.dhāt al-‘aliyya) è sottile, nascosta e luminosa; si manifesta nei tratti e nelle forme e si tinge dei loro colori. Cerca di comprenderlo e assentirlo se pure non sei nella condizione di realizzarlo».[↩]
- Per quanto riguarda la definizione di «Realizzazione spirituale» ci riferiamo ai testi di René Guénon, L’Uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, ed. Studi Tradizionali, ed. Adelphi; Considerazioni sull’iniziazione, ed. Luni; Iniziazione e realizzazione spirituale, ed. Studi Tradizionali, ed. Luni; La metafisica orientale, Ekatos edizione privata.[↩]
- Cfr. R. Guénon Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, “Et-Tawhid” ed. Adelphi.[↩]
- Corano 37:94.[↩]
- Corano 13:16.[↩]
- A tale proposito è bene osservare che questa colpa che per la shari’a è caratteristica dei “miscredenti” (kāfirûn) ossia di coloro che rifiutano la Rivelazione coranica indistintamente, quindi gli idolatri, secondo una prospettiva iniziatica di haqqîqa può annidarsi anche nella riserva mentale occulta di chi, pur con lo status di credente e di musulmano, quindi attestando l’Unità divina, continua di fatto a ritenersi “autonomo” rispetto a Dio.[↩]
- Cfr. Buhari, Qadar, 2. “Si tramanda che ‘Umar, che Dio sia soddisfatto di lui, chiese: «O Inviato di Dio cosa pensi di quello che intraprendiamo? È una questione già compiuta o è invece una cosa appena incominciata?». «È una questione già compiuta» rispose il Profeta. «Perché allora non rimetterci fiduciosi (a Dio) e rinunciare ad agire?», chiese allora ‘Umar. «Agite – replicò il Profeta – poiché ciascuno sarà facilitato in ciò per cui è stato creato»”.[↩]
- Vedi a tal proposito la nota 10.[↩]
- La Testimonianza di Fede che deve essere pronunciata da chiunque intenda aderire all’Islam di cui è il primo dei cinque pilastri (gli altri sono la salat, l’orazione rituale, la zakat, l’elemosina rituale, sawm, il digiuno durante il nono mese e l’hajj, il pellegrinaggio, per chi ne ha la possibilità, nel corso del dodicesimo mese).[↩]
- Al insan al-kamil, l’Uomo perfetto, l’Uomo universale che ha realizzato la totalità degli stati molteplici dell’Essere. Il mutasawwif (l’iniziato a qualunque grado sia) ricercando l’identificazione con la Realtà muhammadiana (al-haqiqat al Muhammadiyya) ritorna nello stato in cui era prima della creazione, quando era puro spirito nella più pura unione con Dio. Occorre pure osservare però, per non far luogo a confusioni, che questo “stato” concerne comunque il dominio dell’“Universale” (Hiraṇyagarbha), quello che raggruppa tutti gli stati e le possibilità inerenti questo ciclo di manifestazione e non anche l’Assoluto che come tale ne è oltre essendo la Coscienza diretta di quelli. Nel primo caso, in cui tutti gli oggetti sono diventati l’oggetto “mondo”, il soggetto che li osserva corrisponde allo stato di “uomo primordiale” e quando, poi, anche la differenza soggetto-oggetto è rimossa diventa la coscienza dello stato di veglia, quindi “uomo universale” e realizzerà così l’Identità Suprema. Ma questo non è ancora il liberato, perché il liberato rimuove tutti e tre gli stati e si riconosce essere eternamente il Brahmātman come vedremo inseguito.[↩]
- Celebre hadîth qudsî di cui riportiamo il resto: “Dio dice: colui che mi adora non cessa di avvicinarsi a Me con opere supererogatorie fino a che Io non lo ami; e quando Io l’amo, Io sono il suo udito, la sua vista, la sua mano, la sua lingua”; ma anche “…e quando Io lo amo, Io sono l’udito con cui sente, la vista con cui vede, la mano con cui afferra e il piede con cui cammina” (Buhārî, Riqāq, 38).[↩]
- “O Lui che sono io e io che sono Lui! Non c’è altra differenza fra il mio “io” e il Tuo “Lui” che quella fra il temporale e l’eterno…il mio Signore ha colpito la mia temporalità con la Sua eternità fino ad annientare la prima nella seconda non facendo rimanere in me altra qualità che quella dell’eterno e facendomi parlare secondo quella qualità”; cfr. Al-Husayn ibn Mansur al-Hallaj Il Cristo dell’Islam ed. Mondadori e Attar Parole di Sufi, ed. Luni. Messo a morte per le sue affermazioni considerate eretiche e blasfeme, dopo essere stato flagellato gli furono mozzate mani e piedi e poi crocifisso; nel corso del martirio gli fu resa testimonianza da segni miracolosi quali il sangue che uscendo dalle ferite e cadendo sulla terra tracciava il Nome Allah per ottantaquattro volte, tante quanti erano gli accusatori che avevano firmato la sua condanna. Inoltre il giorno seguente non essendo ancora spirato fu decapitato, le sue spoglie bruciate e le ceneri disperse da un minareto. In quei giorni una piena straordinaria del Tigri rischiava di sommergere la città (Bagdad); si tramanda che solo quando le ceneri di Hallaj si depositarono sul fiume assumendo la forma del Nome Allah, l’impeto delle acque si placò.[↩]
- Per consentire di comprendere la differente portata di questo stato rispetto alla Liberazione, se si trattasse di questa, si dovrebbe dire, assieme all’Upaniṣad “Ma quando per il conoscitore del Brahman tutto è diventato l’Ātman, allora cosa potrebbe vedere e per mezzo di che cosa? Cosa potrebbe odorare e per mezzo di che cosa? Cosa potrebbe gustare e per mezzo di che cosa? Di cosa potrebbe parlare e per mezzo di che cosa? Cosa potrebbe ascoltare e per mezzo di che cosa? [ecc.]” (Bṛhadāraṇyaka U., IV. 5.15).[↩]
- Tradizione o Legge permanente; l’induismo o Hindū Dharma.[↩]
- Dottrina della metafisica non duale insegnato da Śaṃkara.[↩]
- Lungi da noi ogni intenzione polemica, a meno che non ci venga attribuita per il solo fatto di dire le cose come sono. Infatti, soprattutto in alcuni ambienti iniziatici, che come tali dovrebbero tenersi lontani da un certo settarismo religioso, in questi ultimi decenni si è assistito a una deriva fagocitata dalla convinzione ossessiva di avere una missione da compiere che poi ad altro non corrisponde che alla difesa di un presunto primato spirituale, del resto più immaginario che effettivo. Infatti fra “i segni che danno” l’acrimonia e la mancanza di qualsiasi bon ton sono la conferma precisa e migliore dello stato dell’arte, al di là di ogni vana e sproporzionata eloquenza.[↩]
- Chiariamo che questa conoscenza è del non-Supremo non solo perché inerisce ai soli stati di veglia e di sogno, quindi quelli della manifestazione formale, ma ancor più perché esclude gli altri due stati (avasthā), suṣupti (sonno profondo) e Turīya (l’Assoluto incondizionato al di là delle tre avasthā precedenti) come strumenti di discriminazione ai fini della ricerca della Realtà che è il substrato di tutto.[↩]
- Corano, 2:164; 3:190 “In verità, nella creazione dei cieli e della terra e nell’alternarsi della notte e del giorno, ci sono certamente segni per coloro che hanno intelletto, che in piedi, seduti o coricati su un fianco ricordano Allah e meditano sulla creazione dei cieli e della terra”.[↩]
- La veglia (jāgrat) a cui corrisponde l’Ātman in quanto principio (Virāṭ) che manifesta e regge la modalità grossolana; il sogno (svapna) a cui corrisponde l’Ātman in quanto principio (Hiraṇyagarbha) che manifesta e regge la manifestazione sottile; il sonno profondo (suṣupti) in cui il jīva esiste nella sua vera natura come Ātman.[↩]
- Letteralmente “piede”; nella Māndūkya Upanishad sono così chiamate le quattro parti di Ātman, ovvero le avasthā di cui si è detto sopra; questi piedi sono le misure e si ricavano dal monosillabo Oṃ.[↩]
- Corano, 53:9 “[Finché] Fu alla distanza di due archi o meno” (fa kâna qâba qawsayn aw adnâ).[↩]
11 commenti
Corrado Filippi · 10 Aprile 2020 alle 19:54
Buongiorno.
In lingua italiana ricordo una versione molto ridotta, penso di circa trent’anni or sono da poco ristampata, del prezioso libro dell’Emiro. Sono invero un po’ spiazzato dall’impostazione dell’introduzione che da un lato ne evidenzia l’importanza e dall’altra lo sminuisce a favore della dottrina della non-dualità. Non voglio soffermarmi troppo nell’esame degli aspetti che mostrerebbero l’insufficienza del tasawwuf, anche perché nella dottrina espressa da René Guénon tutte le forme tradizionali “ortodosse”, in quanto procedono dal Principio, contengono e tramandano la dottrina della “non-dualità”, ancorché tale elemento dottrinale possa essere in esse più o meno occultato. Nel caso della forma islamica, ad esempio, questo dato non è neppure tanto nascosto, sebbene venga richiamato più attraverso espressioni simboliche che esplicite. Scriveva a tale proposito René Guénon in Et-Tawhîd (in “Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo): “La dottrina dell’Unità, cioè l’affermazione che il Principio di ogni esistenza è essenzialmente Uno, è un punto fondamentale a tutte le dottrine ortodosse, e anzi possiamo dire che è proprio su questo punto che la loro identità di fondo appare nella massima chiarezza, manifestandosi sin nell’espressione stessa”. Nelle forme a carattere religioso l’apparente dualità tra “Creatore” e “creatura”, particolarmente marcata nell’exoterismo, viene superata nell’esoterismo, come attestano gli insegnamenti relativi all’Identità Suprema di Ibn ‘Arabî e dei suoi discepoli. La stessa distinzione tra exoterismo ed esoterismo, spesso richiamata a scopo illustrativo dallo stesso Guénon, non è applicabile al di fuori delle forme religiose monoteistiche, e troverebbe nessuna o difficile applicazione, ad esempio, nell’Hinduismo. È forse questa una ragione sufficiente per rigettare tutte le forme in cui vi è una distinzione tra exoterismo ed esoterismo, quasi che questa distinzione sia la traccia di un pensiero eterodosso in ambito dottrinale o un ostacolo alla comprensione della dottrina della “non-dualità”? Assolutamente no, dal momento che il medesimo insegnamento guénoniano si avvale, per ragioni che possiamo definire “didattiche”, della medesima distinzione tra exoterismo ed esoterismo, più famigliare al lettore occidentale, così come è lo stesso Guénon ad attestare la dottrina dell’Unità come elemento di ortodossia tradizionale. Quindi il problema qui sembra più di pregiudizio che di merito nei confronti dell’Islâm, posto che esso stesso veicola la dottrina della “non-dualità” nelle forme e insegnamenti che gli sono propri, e questo indipendentemente dalla comprensione che di questa dottrina abbiano oggi i suoi rappresentanti “ufficiali”. A conferma di ciò, all’interno dell’Islâm e più direttamente nel tasawwuf, ritroviamo gli insegnamenti relativi alla dottrina dell’Identità Suprema. Come scriveva Michel Vâlsan: “Per quanto concerne la forma mohammadica della tradizione, questa è in ogni caso, originariamente ed essenzialmente, imperniata sulla dottrina della Identità Suprema, che è quella della Wahdah al-Wujûd. Questa espressione appartiene allo Shaykh al-Akbar, che visse nel VI-VII secolo dell’Islâm, ma la realtà designata è puramente mohammadica: non è altro che il Tawħîd stesso, nella sua accezione iniziatica, accezione che la storia tradizionale anteriore attesta frequentemente, e che questo maestro non faceva che rendere più esplicita e più sensibile per l’intellettualità contemporanea […] Questa dottrina, che proveniva per sua natura da un insegnamento esoterico, e di cui solo alcuni segni potevano trasparire all’esterno, afferma l’identità del Sé e di Allâh o la Verità Suprema e Universale, e nello stesso tempo l’identità essenziale della manifestazione con il Suo Principio: l’identità del “Se Stesso” e del Principio è attestata tra gli altri dal famoso hadîth [Colui che conosce se stesso, conosce il suo Signore]”.
Ciò detto in breve, credo sia bene mostrare la corretta valutazione dell’assunto finale col quale si vorrebbe mostrare questo limite intrinseco all’esoterismo islamico perché implicito nella figura del suo Profeta. Guénon ne “Iniziazione e Realizzazione spirituale” nel capitolo sulla realizzazione ascendente e discendente: «L’essere che ha realizzato l’identità con Âtmâ e la «ridiscesa» nella manifestazione, o ciò che appare tale dal punto di vista di questa, e che rappresenta quindi la piena universalizzazione di questa stessa identità, non è a questo punto che «l’Âtmâ incorporato nei mondi», il che equivale a dire che, per tale essere, la «ridiscesa» non è in realtà niente di diverso dal processo stesso della manifestazione universale. Ora, questo processo è spesse volte descritto tradizionalmente appunto come un «sacrificio»: nel simbolismo vêdico si tratta del sacrificio del Mahâ-Purusha, cioè dell’«Uomo Universale», al quale, secondo quel che abbiamo esposto, l’essere in questione è effettivamente identico; e non soltanto questo sacrificio primordiale deve intendersi in senso strettamente rituale e non in un’accezione più o meno vagamente «metaforica», ma il suo significato è essenzialmente quello di prototipo di tutti i riti sacrificali». A suffragio di questa affermazione e nella piena concordanza di vedute, Ibn Arabî ne “l’Arbre du Monde”, si sofferma a lungo proprio a considerare lo statuto del Profeta Muhammad e della luce en-Nûr el Muhammadî di cui lui è l’espressione nel nostro mondo. L’identità tra la Luce di Muhammad (ossia la forma principiale e totale dell’Uomo Universale) e il Verbo non fa che rendere evidente anche l’identità tra il “Fiat Lux” e il “Kun” arabo, nonché che tutto ciò che avviene nell’Albero del Mondo sia frutto dell’influenza spirituale propria al ramo di Muhammad.
Risulta inoltre un po’ riduttivo affermare l’incompletezza della realizzazione di chi, come un Profeta portatore di una Legge, abbia necessariamente compiuto quel sacrificio di cui parla Guénon. Ed è proprio grazie all’insegnamento di quest’ultimo, con particolare riferimento alla cura necessaria a comprendere il linguaggio simbolico, che dovrebbe essere letto con maggior attenzione il passaggio coranico riportato alla fine dell’Introduzione. Mi rifaccio ancora a Ibn Arabî quando, enumerando i diversi maqâm “attraversati” dal Profeta per arrivare all’abboccamento con Allah, nell’ultimo, cioè: «Il quarto maqâm è la «stazione testimoniata» (al maqâmu-l-mashhud), il maqâm della «misura di due archi» (qâba qawsayni), per la visione di Colui che è adorato: « poi si approssimò e discese, ed era misura di due archi o meno» (Cor. LIII-8,9)… «e se si fosse fermato limitato «misura di due archi» si sarebbe potuto ammettere che vi fosse un luogo per il Signore, ma il suo dire «o meno» è appunto per negare che né luogo, né tempo, né momento, né esseri». Appare evidente che i quattro maqâm in questione sono in corrispondenza con le quattro condizioni di Atmâ di cui ci parla Guénon, cosa che ci porta al di là («o meno») della distinzione tra manifestato e non-manifestato («misura di due archi»).
Faccio mia la sua osservazione di nota 16 e spero che queste poche righe vengano accolte con l’onestà intellettuale che dovrebbe muovere imprese come la sua.
Ekatos Edizioni · 15 Aprile 2020 alle 17:09
Gentile corrispondente,
la ringraziamo per i suoi cortesi commenti alla presentazione del libro dell’Emiro ‘Abd al-Qadir che accogliamo volentieri e a cui rispondiamo con altrettanta cortesia, così rara al giorno d’oggi. Tuttavia piuttosto dell’onestà intellettuale a cui ella si raccomanda sarà nostra cura usare libertà intellettuale, l’onestà essendo solo una virtù e una inclinazione del manas. Trattandosi di intelletto, di buddhi, la libertà è la qualità che le è più acconcia: libertà da preconcetti, da sistemi chiusi, da punti di vista limitati. Per questa ragione l’intelletto è la facoltà individuale che può concepire il desiderio per la Liberazione (mumukṣā) dalle limitazioni dell’ignoranza. Il metodo che la buddhi impiega all’uopo è la discriminazione (viveka) tra ciò che è falso e ciò che è vero. E per mettere a punto questa affermazione incontestabile, ci sarà facile dimostrare che il pregiudizio nei confronti dell’Islam, evidentemente considerato avverso, ch’ella suppone di aver rilevato nel nostro scritto, in realtà non è tale. Al contrario, è evidente un pregiudizio filoislamico nella sua amabile recensione. Dire le cose come stanno non può essere un pregiudizio, ma semplicemente una constatazione distaccata. Sostenere le cose come non stanno perché coinvolti individualmente e fideisticamente, questo sì è un pregiudizio. Può essere apprezzato nell’ambito delle buone intenzioni e dello zelo religioso, ma ciò non ha nulla a che fare con la ricerca della Verità. Il primo passo da fare dunque, è assumere il distacco e seguire il tracciato della Conoscenza. Cominciamo dunque dalla sua prima affermazione.
1- «Tutte le forme tradizionali “ortodosse”, in quanto procedono dal Principio, contengono e tramandano la dottrina della “non-dualità”». Ciò non corrisponde a verità. In nessuna forma tradizionale, di forma dharmica, religiosa o altro, è presente la dottrina advaita. Nemmeno nell’induismo, se si fa eccezione per il Vedānta e soltanto per l’Advaita Vedānta. E su questo c’è da riflettere.
2- «La dottrina dell’Unità, cioè l’affermazione che il Principio di ogni esistenza è essenzialmente Uno, è un punto fondamentale a tutte le dottrine ortodosse…». Questo è valido per alcune tradizioni, tra le quali le religioni. Ma, per esempio, non è per nulla attribuibile al buddhismo, che non riconosce un Principio per l’esistenza. Perciò, foss’anche solo a causa di questa eccezione, tale affermazione di principio è sbagliata. Ma c’è di più: la dottrina dell’Unità non è affatto l’advaitavāda. «Che il Principio di ogni esistenza è essenzialmente Uno» ne è la dimostrazione. Infatti il Principio, l’Uno, è il punto di origine di ogni esistenza; cioè l’inizio di una serie. Il Brahman non duale non è principio di nulla; principio, sviluppo e fine di ogni esistenza è soltanto la māyā prodotta dall’ignoranza. Anche su questo si deve riflettere con intelletto libero da pregiudizi e sforzandosi di capire il senso vero delle due diverse posizioni.
3- Ci sarebbe da approfondire se le cosiddette “tradizioni ortodosse” siano tra loro equiparabili. Infatti la Tradizione Primordiale, che oggi è rappresentata soltanto dal Sanātana Dharma per diretta discendenza, è quella da cui si sono separate tutte le altre, come i rami dal tronco. E da certi rami si sono dipartiti altri ramoscelli, foglie, fiori e frutti. A ogni separazione corrispose una deviazione parziale, un oscuramento, adattandosi alle condizioni cicliche sempre meno favorevoli. Questo spiega nelle ultime tradizioni l’assenza o la perdita del sacerdozio, l’assenza o la perdita di una gerarchia sacra nella società, l’assenza di testi sacri puramente metafisici, soppiantati da quelli religiosi e, soprattutto, l’assenza di centri iniziatici dove si insegni la Via della Conoscenza; ma questo ci porterebbe molto lontano e non certo in modo favorevole alle sue attuali credenze.
4- «Nelle forme a carattere religioso l’apparente dualità tra “Creatore” e “creatura”, particolarmente marcata nell’exoterismo, viene superata nell’esoterismo, come attestano gli insegnamenti relativi all’Identità Suprema.» Anche questo è sbagliato. La distinzione tra “Creatore” e “creatura” è insuperata sia nell’essoterismo sia nell’esoterismo. L’“Identità suprema” è una formula usata da Ivan Aguéli per tradurre in modo stravolto “Waḥdatul Wujūd”. Si tratta di una traduzione in tutta evidenza forzata per dimostrare proprio quello che anch’ella sostiene. Come lei ben sa, la traduzione corretta è “Unicità dell’esistenza”, il che è assai differente. Ma anche la stessa traduzione viziata non corrisponde al punto di vista advaita. Infatti “Identità” presuppone identificazione tra enti o cose diverse. Inoltre l’aggiunta di “suprema” rende ancor più precario il concetto che vuole esprimere: quale sarebbe allora l’“Identità non-suprema”? Quella con il corpo? Quella con la mente? Con l’intelletto? Il primo principio dell’Advaita Vedānta è che Ātman è Brahman: per questo non c’è dualità. Mi trovi una affermazione simile negli scritti sufici. Basta constatare con quanta prudenza i sufi trattano dell’ittiḥād, per capire la distanza che intercorre tra l’advaita e le dottrine più elevate del sufismo. E l’ittiḥād non è nemmeno lo stato di Libertà, il mokṣa, ma uno stato di unione con distinzione paragonabile al samādhi del pātañjala yoga. La prudenza è talmente fitta che si preferisce definire la supposta “Waḥdatul Wujūd”, nei termini di vicinanza, prossimità, amicizia. Ossia si afferma esplicitamente che questa stazione è ben diversa da “Ātman è Brahman”, che non è affatto una stazione e che non si raggiunge a tappe, perché è l’eterno stato naturale della Realtà.
5- «Ella poi cita: “Questa dottrina, che proveniva per sua natura da un insegnamento esoterico, e di cui solo alcuni segni potevano trasparire all’esterno, afferma l’identità del Sé e di Allâh o la Verità Suprema e Universale, e nello stesso tempo l’identità essenziale della manifestazione con il Suo Principio: l’identità del “Se Stesso” e del Principio è attestata tra gli altri dal famoso hadîth [Colui che conosce se stesso, conosce il suo Signore]”.» Sulla “autorità” di questa citazione, che esprime soltanto il parere personale di chi lo ha espresso, ella trae conferma di quanto trattato nel precedente punto 4. Ma nafs non è mai l’Ātman. Nafs è il sé individuale, l’anima, che rimane sempre servo (‘abd) del suo Signore (Rabb). Sta di fatto che siccome è la conoscenza del Signore che estingue l’anima individuale, si tratta di un fana’, è un samādhi. Non è affatto il riconoscimento che Ātman è sempre Brahman. Perciò il tentativo vâlsaniano di equiparare il tawḥīd all’advaitavāda appare velleitario. Vâlsan infatti, per incapacità di distaccarsi dalla prospettiva che aveva adottato e forse comprendendo anche che il Vedānta rappresentava una dottrina superiore alla sua, è arrivato a sostenere che il mahāvākya “Ahaṃ Brahmāsmi” (io sono Brahman) è soltanto una formula metodica e che nessun discepolo di Vedānta si considera davvero identico a Brahman (Cfr. Ibn ‘Arabi, Livre de l’Extinction dans la Contemplation, a cura di M. Vâlsan, Paris, Éd. de l’Oeuvre, 1984, p. 14, n.1). Parafrasando una sua frase, questo sì significa sminuire la dottrina della non-dualità a favore delle proprie teorie personali.
6- An-Nur Muhammadiyya, per quanto alta nell’ordine della creazione, è pur sempre una realtà creata. E qui entra in gioco la cosiddetta “realizzazione discendente” che evidenzia una grande confusione tra l’uomo universale e il liberato, tra il profeta e l’avatāra. L’uomo universale, come dice la parola, riguarda l’universo, è la realizzazione della propria identità con l’universo. Per quanto elevato sia questo grado, esso appartiene sempre al saṃsāra; ed è perciò che “ridiscende”; “ritorna” per fare qualcosa, per compiere una missione, per esaurire in questo modo il suo karma positivo. Il liberato invece non “ritorna” perché è libero dal saṃsāra, è libero dal karma. Pensare che ci sia un qualcosa che supera la jīvan mukti vuol dire non sapere cos’è la Liberazione. Il liberato non è universale, è l’assoluto, è Brahman. Da questo punto di vista il mukta è identico all’avatāra. Quello che appare come azione compiuta dall’avatāra o dal mukta non è azione; è solo l’illusione di coloro che lo osservano. La ridiscesa sotto forma di profeta o di qualsiasi altra categoria di “missionati” dimostra che non si tratta di liberati. È per questa ragione che le loro azioni, insegnamenti, rituali sono diversi e spesso incompatibili, tanto che la seguente ha la pretesa di abrogare la precedente: ciò perché questi “missionati” (adhikārin) sono individui. La “ridiscesa” è sempre motivata da karma residuo. Non ci fosse, quella persona non rinascerebbe. un errore dottrinale quello della “realizzazione discendente”! Quanto poi al “sacrificio”, esso riguarda il bodhisattva che appartiene a un’altra e differente categoria. Il bodhisattva si astiene temporaneamente dalla Liberazione per poter compiere karma in favore degli altri esseri. Perché dopo la liberazione non può più compiere karma. Nemmeno questo è compatibile con il concetto di profeta. Insomma, si è fatto di tutte le erbe un fascio.
7- Quanto al rapporto tra i quattro maqamāt e i quattro pāda di Ātman c’è in comune solo il numero quattro. Le stazioni, infatti, sono tutte comprese tra la veglia e il sogno. Quanto al sonno profondo, quando lo si conosce, esso non è uno stato, ma è il Brahman in quanto tale. Ben diverso da ciò che in arabo è definito maqām. E comunque, il profeta Muhammad si è fermato alla distanza di due archi o forse meno dall’essenza divina. Perciò non ha raggiunto l’Assoluto.
Caro Corrispondente, è poi ovvio che anche le vie iniziatiche differenti da quella della Conoscenza, hanno il loro posto nell’ordine universale, come è stato peraltro sostenuto anche nella presentazione al libro dell’Emiro ‘Ab el-Qadir. Sono davvero pochi i qualificati per seguire il jñāna mārga. E coloro che ambiscono alla Conoscenza devono passare necessariamente attraverso vie inferiori. Ma non si voglia appiattire tutto a una prospettiva uniformata verso il basso.
Abbiamo cercato di comunicarle certe verità sulla base della logica basata sull’intuizione, conformemente agli insegnamenti della śruti. Non ci siamo peritati di appoggiare le nostre affermazioni sulle corrispondenti citazioni, per desiderio di brevità. Le assicuro, tuttavia, che ogni nostra presa di posizione ha come base le Upaniṣad, la Bhagavad Gītā, i Brahma Sūtra, i loro commenti di Śaṃkara nonché l’Upadeśa Sāhasrī. Cioè testi di vera e incontestabile metafisica. Non testi di oscuro simbolismo o di ampollosa devozione, facilmente utilizzabili per dimostrare tutto e il contrario di tutto.
Di più non possiamo fare, del resto non siamo mossi dalla pretesa o dalla voglia di convincere qualcuno. Ora sta a lei capire, approfondire e scegliere; oppure continuare ad affidarsi ancora a letture libresche o alla parola di “maestri” occidentali. Riteniamo, peraltro, dalla lettura della sua recensione che, in ogni caso, la sua sarà una scelta ponderata.
L’Editore
Mario Rossi · 7 Maggio 2020 alle 16:37
Gentile Editore,
la volevo ringraziare vivamente per il lavoro intellettuale di cui le sue pubblicazioni sono frutto e per la paziente superiorità che ha mostrato nei confronti degli attacchi virulenti di cui è stato destinatario in questi giorni* . Volevo semplicemente sostenerla e mostrarle riconoscenza per l’indiscussa utilità del vostro sforzo editoriale, il quale ci rende facilmente fruibili tesori di conoscenza e testi che brillano per il loro valore su diversi piani. Al malessere altrui continui a rispondere con la serenità di uno sguardo più ampio: non si lasci coinvolgere nel loro basso piano fatto di invettive autoreferenziali e voli più alto! Alle isterie si risponda con la dottrina: chi ha occhi per vedere si può ben rendere conto da sé della differenza. I fiumi di parole che scrivono non mi sembra che brillino per qualche conoscenza diretta e personale, per qualche realizzazione o approfondimento effettivo; brillano invece per assenza di comprensione e di visione metafisica. Perciò continuate con il vostro solito lavoro, di indubbio valore, e di riflesso chiunque potrà verificare la differenza: se si cercasse nelle loro pubblicazioni qualcosa che non sia semplicemente “scolastico” e che testimoni della vivacità della loro penetrazione intellettuale credo che si rimarrebbe delusi. Sono molti invece gli insegnamenti diretti, derivanti da un insegnamento vivo, non di seconda mano e non libresco, cristallini e inestimabili di pura metafisica e di autentica dottrina non duale che si possono ritrovare, quasi sconosciuti anche negli ambienti “iniziatici” occidentali, nelle vostre pubblicazioni: la dottrina del Saksin Caitanya, l’Ātman jnana svarupa, l’avasthatraya mimamsa, il viveka, la corretta dottrina dell’avidya e dell’adhyasa, la distinzione tra jnana e karma khanda, il metodo adhyaropapavada, ecc. Il vostro lavoro permette infatti a chi è mosso da una sincera ricerca della verità, certo con un qualche sforzo e il corrispondente tempo, di maturare la profonda distinzione che qualifica la prospettiva advitiya rispetto tutte le altre tipologie di indagini empiriche e relative (comprese quelle tradizionali delle vie iniziatiche del non-supremo), di superare i pregiudizi sulla realtà, i punti di vista specifici e i condizionamenti relativi anche a quelle prospettive, in modo da poter osservare e riconoscere la realtà per quello che è. Come sempre accade quando c’è di mezzo l’io, non è facile decondizionarsi da punti di vista acquisiti e sedimentati (e questi attacchi ne sono l’esempio); tuttavia si tratta in fondo semplicemente di considerarli e riconsiderarli alla luce della verità per come si mostra nella sua purezza più cristallina, e dunque in questo senso non v’è stata alcuna eccessiva difficoltà, come credo debba essere quando si è sinceri e si aderisce ad una prospettiva non per attaccamento alla forma in sé, o per i nomi, ma per la verità che in essa si riconosce. Dispiace solo che non permettano semplicemente che ognuno possa esprimere la verità e la dottrina per come l’abbia compresa, lasciando al lettore la responsabilità e la libertà di aderirvi o meno. Così non è da parte loro, per motivi facilmente immaginabili.
Gli autori di questi attacchi al di là del punto di vista palesemente autoreferenziale, fideistico, viziato da una totale ignoranza del merito delle cose e insostenibile dal punto di vista della autentica prospettiva advaita, si mostrano semplicemente per quello che sono, e la spiacevolezza e bassezza di certi comportamenti sono solo caratteri solidali alla loro natura. Dunque non si faccia condizionare o intimidire da costoro e proceda dritto senza timori. Anche fosse per pochi, ne vale sicuramente la pena.
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
Cordiali saluti e ringraziamenti.
* Mi riferisco all’articolo dalla Rivista di studi tradizionali, “Qualche nemico in più per l’opera di René Guénon” e a quello apparso su una pagina facebook dal nome altisonante, Il regno della quantità e i segni dei tempi: “Ekatos edizioni ed i testi dell’emiro ‘Abd al Qadir: una pubblicazione pretestuosa per ridimensionare la tradizione islamica e la figura del suo profeta”. Entrambi si rimbalzano a vicenda e si possono leggere in rete.
Maria Chiara de' Fenzi · 8 Maggio 2020 alle 09:05
Gentile Editore,
mi unisco al ringraziamento del precedente lettore e desidero incoraggiarLa a continuare a dare voce, con le sue edizioni, a punti di vista diversi e poco conosciuti della tradizione.
Sono rimasta a bocca aperta per gli attacchi da Lei subiti ultimamente in diversi contesti (nel suo blog, ma anche su Facebook e su Studi Tradizionali).
Mi hanno colpita, ma non stupita, visto che non é la prima volta che questi post-guenoniani si scagliano violentemente contro chiunque osi parlare di René Guenon e dell’Islam prendendo una posizione diversa dalla loro . Ci si scontra cioè con il loro dogmatismo e cieca fede, priva di qualsiasi senso critico nei propri confronti. Essi mal interpretano volutamente ciò che scrive o commenta chiunque non faccia parte della loro parrocchia. Perché, ahimè, si riducono proprio a parrocchia di paese con le loro credenze pietrificate e le pettegole invidie.
Non si capisce che cosa in realtà dia loro fastidio. Se é solo il fatto di non essere gli unici iniziati ( se lo sono poi veramente, visto che i loro maestri , al contrario dei nostri, non si conoscono), o forse perché non sono i soli conoscitori dell’opera di Guenon, oppure perché hanno “intuito” che forse non hanno del tutto afferrato la differenza tra l’esoterismo delle vie iniziatiche del non-Supremo ( di qualsiasi provenienza esse siano …anche hindu) e la metafisica pura che, come loro stessi hanno voluto sottolineare, va al di là delle differenziazioni di occidentale e orientale e di qualsiasi altra categorizzazione. Trovo piuttosto meschini questi attacchi, che però palesano una insicurezza intellettuale dovuta alla poca conoscenza di realtà iniziatiche diverse dalla propria ( e forse anche scarsa preparazione sulla metafisica nel mondo occidentale antico) e che denotano una scarsa elasticità mentale fondamento essenziale della cerca della Realtà.
Non voglio dilungarmi ulteriormente, perché tempus fugit e lo si può utilizzare in maniera più costruttiva, e anche perché purtroppo non c’é peggior cieco di chi non vuol vedere…in questo caso la Realtà.
La ringrazio nuovamente e Le invio il mio incoraggiamento a continuare con il Suo importante lavoro.
Maria Chiara de’ Fenzi
Ekatos Edizioni · 9 Maggio 2020 alle 14:08
Abbiamo ricevuto dal Professor Gian Giuseppe Filippi -che ringraziamo per il lavoro profuso instancabilmente per molti titoli da noi pubblicati e la vicinanza mostrataci- questa lettera che pubblichiamo integralmente.
Cari amici di Ekatos,
essendo stati oggetti, voi e io, di altri attacchi scriteriati pubblicati sulla pagina FB della Rivista di Studi Tradizionali, mi pare sia arrivato il momento di rispondere. Un primo attacco, sempre personale e viscerale nel tono, era già apparso nel numero precedente di quella rivista e, contemporaneamente, sulla loro pagina di FB. Allora avevamo tralasciato di rispondere, confidando che una lettura più approfondita degli scritti che continuano ad apparire sul nostro Sito Veda Vyāsa Maṇḍala sarebbe stata sufficiente anche a una mente mediocre per capire a che livello ci muoviamo. Evidentemente sono ben al di sotto di quella capacità di comprensione. Ma non è tanto l’attacco personale a voi, a me e, per mio tramite, ai miei collaboratori, che appare intollerabile, quanto quello diretto alle autorità iniziatiche hindū che sono i maestri da cui riceviamo direttamente l’insegnamento. Come chiunque, spinto da un minimo desiderio di chiarezza saprebbe informarsi, si tratta di ben due jagadguru, cioè tra le massime autorità riconosciute in tutta l’India, successori dell’Ādi Śaṃkarācārya, e di vari guru di Śrī Vidyā, anch’essi risalenti alla stessa fonte. Livio Masetto, l’uomo dai mille pseudonimi, si permette di criticare e dileggiare tali personalità. Ma si va ben oltre: si sostiene con spudoratezza che “Śrī” Karapātrī (che suona come “il sig. Karapātrī”) era un ingenuo e che ha allentato le regole di casta per accogliere discepoli occidentali. Svāmī Karapātrī è stato ed è riconosciuto da tutti i saṃnyāsin daśanāmī dell’India come Dharma Saṃrāṭ, imperatore del Dharma. Nella sua abissale ignoranza di tutto ciò che riguarda l’induismo, questo individuo non potrà certo capire la portata di tale titolo. Sempre nella sua ignoranza continua a ripetere che non si può essere iniziati se non si appartiene alle prime tre caste. Ora, non è il caso che io sprechi il mio tempo su simili sciocchezze per dimostrare che, per esempio, nel Śāntiparva del Mahābhārata (LXV.13-25) si descriva come gruppi di Yavana (Greci), Kirāta (una tribù tibetana), Gāndhāra (tribù del Hindukush), Cīna (cinesi), Śabara, Barbara (due tribù dei Vindhya), Śaka (sciti), Kanboja (cambogiani) Āndhra (tribù dell’India meridionale) fossero stati riconosciuti appartenere al Sanātana Dharma. E che ancor oggi gli indonesiani di Bali e Lambok sono hindū di tutte e quattro le caste, nonostante la devastante invasione islamica (invasione che, come tutte quelle islamiche, sono caratterizzate da violenza spietata e assenza di cavalleria, proprio perché la umma, priva com’è di una casta guerriera, la sostituisce con una massa di mercanti armati, predoni, pirati e, oggi, terroristi. Rarissima, breve e debole fu l’apparizione della futuwwa). Abbiamo anche descritto il rito Hiraṇyagarbha per accedere a una casta o per passare da una all’altra. Ma questo riguarda soltanto l’induismo esteriore che si basa sui rituali vedici castali. L’iniziazione, informiamo chi ne ha un’idea distorta, si pone a un altro livello. Sul nostro Sito Web abbiamo riportato gli insegnamenti di due Jagadguru del passato, Svāmī Candraśekhara Bhāratī e Svāmī Abhināva Vidyā Tīrtha e del grande jñāni Svāmī Satcidānandendra Sarasvatī, che spiegano che il Sanātana Dharma è composto da due parti, vyaṣṭi e samaṣṭi. Nel vyaṣṭi dharma, del tutto minoritario, hanno accesso all’iniziazione solamente gli appartenenti alla casta brāhmaṇica, poiché lì si devono compiere riti sacrificali. Nel samaṣṭi dharma hanno accesso tutti gli altri esseri umani. Scriviamo queste note in favore di chi legge senza appartenenze settarie che condizionano il modo di pensare, certamente non per Masetto e i suoi sparuti seguaci. Questi non accetterebbero mai dati tradizionali che non provenissero dai libri (e dalla corrispondenza privata, usata senza scrupolo) di René Guénon, unica fonte d’ogni loro sapere. Perché tutto quello che non c’è in Guénon, secondo loro, è sbagliato. Purtroppo anche Guénon ha commesso degli errori, mai ammessi dai suoi idolatri. Eppure è scritto che anche i profeti possono essere indotti in errore (Corano, XXII.52); evidentemente per la setta torinese Guénon godeva d’una infallibilità che non è concessa nemmeno ai profeti. Tuttavia è possibile correggere le sviste di Guénon senza per questo criticarne l’opera. Questo è il nostro atteggiamento tradizionale corretto.
Sia detto per inciso: cosa fa sì che questi si sentano i detentori, i monopolizzatori, e guardiani del verbo guénoniano? Chi ha delegato a tale “funzione” simili nullità? (Come i relitti del disfacimento vâlsaniano, schuoniano e dei più recenti e sempre più numerosi emuli di quei falsi maestri, anche gli epigoni maridortiani sono ossessionati delle “funzioni”, “missioni”, “incarichi”, trasformando la via iniziatica a fine realizzativo in una struttura burocratica.) Evidentemente si sono autoproclamati tali. È un vizio diffuso tra i “sufi” europei, quello di autoproclamarsi!
Nel caso specifico dell’iniziazione hindū, Guénon non ha mai affermato la sua impossibilità, arrivando al punto di dichiarare in modo non velato di averne ricevuta una anche lui. Per i suoi fanatici lettori ciò è stato possibile per le straordinarie qualifiche riconosciutegli; di cui sono evidentemente sprovvisti, considerato che nessuno di loro ha cercato un simile collegamento, ripiegando sull’islam e la massoneria, nonostante che l’inconfessato primo amore di tutti i post-guénoniani sia sempre rimasto quello verso il Vedānta. In questo hanno ragione: infatti, Guénon è stato un gigante, mentre loro sono dei nani. Ma sono dei nani pieni di supponenza, che si permettono di giudicare, dall’abisso della loro ignoranza e della loro condizione semiprofana, i veri iniziati e le vere autorità iniziatiche. Essi che, in ragione dell’inesistenza di una tariqa Tadiliyyah, inventata da Roger Maridort (a Marrakesh la tariqa continua a chiamarsi Darqawiyyah, poiché lo sheykh at-Tadili non ha mai fondato una sua branca: vedere per credere) e della loro iniziazione tutt’al più virtuale massonica, traggono la loro pretesa d’autorità soltanto dall’aver letto i libri di Guénon. Senza averli capiti, ne hanno fatto il manifesto di una pseudo-religione in cui l’apparato rituale è preso in prestito da una dubbiosa afferenza al sufismo, e la cui dottrina è il loro scadente studio libresco di Guénon. Con loro immenso dolore, Guénon non divenne mai shaykh at-tariqa; non hanno perciò goduto di alcuna trasmissione reale dal loro idolo e hanno dovuto accontentarsi degli inefficaci metodi arrangiati della “Tadiliyyah” e all’intensificazione dei rituali esteriori, sotto un opprimente controllo poliziesco.
Il tasawwuf, quello vero, è una via iniziatica del tutto regolare, anche in questo periodo di generale sbandamento dell’islam. Rimane pur sempre una via del non-Supremo. Basta che i lettori consultino le stesse rare pubblicazioni di testi sufici apparse sulla Rivista torinese per accorgersene con facilità. Sfrondate dalle lunghe e pesanti eulogie ad Allah e al suo profeta, quello che rimane è la descrizione di una via a tappe (o a soste, se si preferisce). Il che sarebbe anche sovrabbondante per le possibilità intellettuali degli occidentali. Ma questo ai post-guénoniani non basta. Vogliono vedervi la metafisica pura. E per dimostrarlo si arrampicano sugli specchi. “Chi conosce la sua nafs conosce il suo Signore (Rabb)”. Ma la nasf non è Allah, è a Sua immagine e somiglianza soltanto, è l’anima individuale di cui Allah rimane il Signore. È forzando il senso di queste frasi che si vuole dimostrare come anche il sufismo sia metafisica pura, sia advaita! Nessun accenno alla conoscenza che libera dall’ignoranza, al di là di ogni azione, rituale o meno. Certamente, scoprire un sito che illustra la vera metafisica, quella vedāntica, deve rappresentare un duro colpo alla debole credibilità che questo gruppo si è costruito nei decenni, riciclando articoli e scatenando polemiche. E, invece di riconoscerla, la mistificano dileggiando i legittimi maestri della trasmissione iniziatica śaṃkariana. S’indignano perché “Śrī” Krarapātrī afferma che gli avatāra si manifestano solo in India, senza chiedersi perché i profeti nascano soltanto in ambiente semitico. Ma a questo proposito un collaboratore sta preparando un articolo per spiegare in termini vedāntici il concetto di avatāra, per cui non mi dilungo sul tema.
Il colmo è che i nostro poco gentili contradditori s’indignano perché abbiamo definito Maometto un individuo. Evidentemente l’ignoranza, essendo una qualità della mente, si applica anche nei campi che si illudono di conoscere. Se non era un individuo che cos’era? Allah? Lo vadano a dire agli ulamā! Tutti gli esseri manifestati sono individui, perché condizionati da nome e forma.
Mi criticano anche perché ho dato una versione iniziatica della vita di Gesù. Ma per un iniziato il fondatore umano di una forma tradizionale è un modello iniziatico da seguire per i suoi fedeli, e non il personaggio più o meno storico descritto dall’essoterismo. Ma per interpretare in questo modo si deve esser degli iniziati. Mi rimproverano di non aver riconosciuto Gesù come un profeta? Non l’ho negato, l’ho soltanto inteso in un senso più profondo. Quella è solo l’interpretazione esteriore islamica, la quale, però, si permette di negare che fosse figlio di Dio. Chiaro esempio di esclusivismo semitico.
Hanno la spudoratezza di minacciare l’inferno per coloro che seguono una vera via iniziatica della conoscenza. Costoro non si firmano mai con i loro veri nomi per il terrore di essere attaccati dai “maghi neri”, una delle loro idee fisse. E fanno bene, dato che non hanno alcuna protezione spirituale dietro alle spalle. Ma nella loro ottusità non si rendono conto di aver toccato con mani impure quanto di più sacro esiste ancora in questo secolo avanzato del kali yuga. Lungi da noi augurare loro, com’essi si permettono di fare nei nostri confronti, una sorte nefasta. Anzi li invitiamo vivamente a cambiare atteggiamento, onde evitare una rinascita sotto forma di scarafaggio, tafano, zecca. Più probabilmente zecca, poiché essi sì sono vissuti finora come parassiti, incistati nell’opera di Guénon, senza mai riuscire ad aggiungere una virgola in più. Si veda a questo proposito gli articoli inutili firmati Manara o le altrettanto inutili introduzioni ai libri di Guénon firmate con il suo vero nome.
Caro Editore, qui mi fermo. Non ho più intenzione di ritornare a occuparmi di tali nullità. Non ho proprio del tempo da perdere dietro i loro grossolani deliri. Non entrerò più in polemica per non stimolare i loro bassi istinti di attaccabrighe. Do appuntamento, invece, a tutte le menti aperte, mature e desiderose di conoscenza sul nostro sito Veda Vyāsa Maṇḍala e alle tue pregevolissime edizioni.
Senza considerare amico uno e nemico un altro, il saggio dall’intelletto stabile e libero dall’illusione riconosce tutti equanimemente come Brahman (BhG V. 20).
Gian Giuseppe Filippi
Ekatos Edizioni · 10 Maggio 2020 alle 20:25
Riportiamo come commento un attestato di stima pervenutoci privatamente e la presa di posizione a difesa dei Guru dileggiati negli articoli pubblicati sulla Rivista di studi tradizionali e nella pagina facebook a questa collegata.
Gentile Editore,
non posso non esprimere il mio dispiacere e il disappunto per le critiche senza fondamento, ingiuste e anche ridicole che, ultimamente, sono state rivolte a Lei e al sito internet ‘vedavyasamandala’ dalla Rivista di Studi tradizionali. Lei sta svolgendo il suo lavoro in modo professionale e con grande onestà intellettuale, ed è grazie alle sue pubblicazioni, agli articoli e ai testi del sito ‘vedavyasamandala’ se varie persone si sono potute avvicinare alla verità della metafisica, trasmessa, e lo sottolineo, dall’insegnamento perfettamente tradizionale di grandi Maestri hindū, Jagadguru e Saṃyāsin paramaḩaṃsa.
Mi sono sentita indignata e offesa per il dileggio e il tono stupidamente ironico, per i maligni giudizi gratuiti emessi, tempo addietro, sempre dalla stessa rivista nei confronti dei miei Maestri, senza nulla sapere delle loro persone. Inoltre ‘l’illustre rivista’ si è permessa di mettere in dubbio il comportamento tradizionalmente corretto di chi ha aderito al Dharma. Ma a che titolo osano parlare in modo siffatto? Questo è un segno di grande presunzione, cioè di ignoranza.
Ancora qualche parola.
Fatico a comprendere la presa di posizione dogmatica contro i ‘distinguo’ sul pensiero di Réné Guénon. Fin dall’adolescenza le opere di Guénon sono state la mia guida e il mio punto di riferimento, ma proseguendo nella ‘cerca’, e grazie agli insegnamenti tradizionali e insostituibili dei miei Guru, molti veli sono caduti, così da permettermi di vedere sotto un’altra luce l’opera guénoniana : validissima, ma lungi dalla perfezione. A tutti è capitato, negli anni, di riprendere in mano qualche testo che era stato giudicato ineccepibile e straordinario, e riscontrarvi invece pensieri e affermazioni che, nel tempo, sono apparsi limitati o errati. Ciò è assolutamente normale e indice di crescita interiore. Quindi affermo che l’atteggiamento intransigente di chi scrive sulla suddetta rivista è sciocco, immaturo e fossilizzato. Sicuramente Guénon parlerebbe di miopia intellettuale.
A tutti i maestri che mi hanno guidata e mi guidano a procedere nella via della Conoscenza, il mio ringraziamento.
Durgā Devī
Oṃ Tat Sat
Talib · 12 Maggio 2020 alle 17:17
Un aspetto senz’altro positivo di questa lunga discussione è che si è chiarito un punto che, se ad alcuni era già chiaro da tempo, per altri poteva forse essere causa di malintesi. Se il sito Veda Vyasa Mandala si rivolge in particolare “ai lettori delle opere di René Guénon, l’unico fermo rappresentante del pensiero tradizionale del ventesimo secolo in Occidente, a condizione che siano liberi da ogni legame con i suoi imitatori occidentali che, auto nominatisi maestri, ingannevolmente a lui si richiamano”, ciò non va inteso come una pretesa comprensione più autentica e corretta delle dottrine orientali alla luce dell’opus guénoniano, da contrapporre agli errori di certi suoi “seguaci” deviati, ma come una vera e propria correzione degli asseriti errori di chi si semplicemente si richiama ad esso, tanto “ingannevolmente” che in modo assolutamente fedele. Ciò è legittimo, ma sarebbe stato utile saperlo fin da subito, in modo da aver chiaro che l’Introduzione di cui sopra non è un caso di lettura evidentemente poco attenta di quel che Guénon ha avuto modo di dire in merito a temi come l’Uomo “Universale” o, più letteralmente, “Perfetto” (L’Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Il Simbolismo della Croce, La Grande Triade), la Realizzazione Discendente (Considerazioni sulla Via Iniziatica), lo statuto del Profeta Muhammad (l’articolo “Er-Ruh” in Scritti dull’Esoterismo islamico e il Taoismo, Il Re del Mondo), l’ovvietà per cui il Tasawwuf è una via di realizzazione dei grandi misteri ATTRAVERSO i piccoli misteri, e non altro (altrimenti, come già avevo scritto in un precedente messaggio sfortunatamente inghiottito dal web, quale iniziazione avrebbe condotto l’Emiro Abdel Kader, o lo stesso Ibn ‘Arabi, alla Liberazione?), et cetera, ma semplicemente di un punto di vista alieno a quello di René Guénon; punto di vista che si è liberissimi di sostenere, come altri sono liberissimi di far presente che il grande metafisico francese lo avrebbe ritenuto un ammasso di sciocchinerie.
Saluti.
Ekatos Edizioni · 14 Maggio 2020 alle 09:46
Ringraziamo di cuore tutti i Lettori che ci hanno comunicato attestati di stima e apprezzamento per le attività svolte e ricordiamo che i commenti possono essere inseriti direttamente nel blog.
Gentile Editore,
non ho un modo di esprimere ricercato o cattedratico e sarà al di sotto dell’acutezza degli altri messaggi.
Non sono qui a difendere una Via (mi passi il termine) questa non ha bisogno sicuramente di me per dimostrarsi Vera. Mi preme solo solidarizzare con lei, che con sforzo, in questi tempi “virtuali”stampa ancora libri; in più col coraggio di farlo su argomenti che sappiamo non diventeranno dei best seller. Voglio anche solidarizzare con chi riceve continue insinuazioni, a volte dei veri e propri attacchi, benché costui con modi disinteressati, con la maggiore umiltà, con estrema pazienza e autorevolezza cerca di avvicinare il Vedānta a quelli che, lontani dall’origine geografica, cercano in questa Via la conoscenza scorrendo il velo dell’illusione; proprio questa illusione che ci mantiene gli uni di fronte agli altri, mettendo velo su velo invece di toglierli.
Giudicare poi la autorevolezza di un maestro per il solo fatto di trovare i suoi insegnamenti in internet sarebbe come giudicare l’opera di René Guénon perché circola in pdf sempre in internet. Se ci fosse coerenza, dopo questo, si potrebbe ancora fare promozione per la vendita di una rivista tradizionale su Facebook? Questo è forse meno anti tradizionale?
L’opera di Guénon fu per me una solida base di partenza e fu una guida eccellente per indicare il camino, ma guai se mi fossi soffermato sul dito…
Si potrebbero sprecare molte parole facendo esercizio di dialettica e logica, ma credo che siano materie che non ci portino molto lontano; credo inoltre che martellare in modo continuo “mettendo in guardia” da quelli che si crede siano dei falsi maestri è sottostimare l’intelligenza delle persone.
Si può fare ben poco per cambiare la direzione dei tempi bui, ma si può sempre guardare verso la luce piuttosto che fissarsi sulle ombre.
Cordiali saluti.
Martín
GB · 17 Maggio 2020 alle 02:12
Gentile editore ed egregi lettori,
per prima cosa ci tengo a precisare che scrivo a mio nome solo, haime’ non essendo ricollegato ad alcuna via iniziatica tradizionale. Detto ciò qualcosa ho letto e, per grazia di Dio o per merito di inclinazioni prenatali, un pizzico di ragione e orientamento intellettuale credo di averlo.
Ci tenevo a sottolineare in primis come sia assolutamente importante, per tutti colori che come me si ostinano faticosamente a ricercare la Verità, il prezioso contributo che il gruppo, e il sito connesso, di Veda Vyāsa Maṇḍala sta coraggiosamente donando a chi anela sinceramente alla conoscenza. Di conseguenza anche l’editore di questa pagina merita tutto il mio plauso!
Quanto mancavano esposizioni dall’interno e autorevoli del punto di vista indu’, ed in particolare vedāntico, nel filone del “tradizionalismo”?
Ho scritto di proposito, ovviamente, il termine tra virgolette perché per chi è fuori (come me) da un collegamento vivo e partecipato (vale a dire ufficiale) da una tradizione vivente, ciò che attualmente rimane è un orientamento dottrinal-filosofico che trova irrimediabilmente nell’opera di Guénon un faro ed un’indicazione (in questa chiave di lettura non solo il francese è stato un passo fondamentale per una formazione intellettuale ed interiore, ma addirittura uno Schuon, un Eliade, Burckhardt, Coomaraswamy e non per ultimo il più scandaloso: Evola).
Non avendo la “verità in tasca” e anelando sinceramente alla conoscenza non si può negare che quel gruppo che è stato attaccato da alcune firme della Rivista di Studi Tradizionali ha portato una ventata di antica novità, e perché no, di ottimismo!
Lo spettacolo deplorevole che il mondo islamico offre al mondo e la sostanza umana dell’immigrazione delle schiere dei fedeli di Allah è haime’ sotto gli occhi di tutti. Pur non negando, ma anzi, ammirando e venerando la grandezza e la profonda dottrina che si può ravvisare in ambiente sufico, pare legittimo che non ci si senta convinti di cercare un collegamento autentico in vie esoteriche che, a detta degli stessi adepti, prevedano la necessità di abbracciare l’essoterismo, la sfera religiosa esteriore, e così immischiarsi in un ambiente nel quale non ci sarebbe modo di sentirsi a proprio agio (specifico che questo è un pensiero, anzi sentimento, frutto di una constatazione rispetto allo stato visibile delle cose dall’angolo europeo del mondo in cui mi trovo e non il frutto di un pregiudizio razziale che è istintivamente, ancor prima che intellettualmente contrario alla mia natura).
Fatto questo piccolo ed incompleto preambolo, ma doveroso per dare almeno un’idea del punto di vista da cui scrivo, ci sono alcune questioni che ritengo possibile sollevare. Se qualcuno avrà poi la pazienza di adombrare qualche considerazione in merito ne sarò comunque grato, da qualsiasi angolo essa provenga!
1 – È casuale che Guénon abbia deciso per dar forma all’idea stessa di “Tradizione” e di “Tradizione Primordiale” in particolare utilizzando primariamente e sopratutto le dottrine ed idee afferenti all’universo induista? Senza il contatto, che certamente è avvenuto e quasi sicuramente con tanto di iniziazione con autentici rappresentanti (Guru? ) induisti sarebbe stata possibile la sua formulazione così universalistica e non settaria del mondo tradizionale?
2 – Non è forse innegabile che i “successori” ( scrivo tra parentesi perché non sono evidentemente da lui designati tali) appartengano in larga parte al mondo musulmano, e da questo abbiano ereditato un certo esclusivismo che ha contribuito ad irrigidire alcuni aspetti già presenti nell’opora dell’immenso francese? (Ad esempio le esagerazioni nella confutazione della cosidetta teoria reincarnazionista; piuttosto che la visione fin troppo rigida sulla necessità del ricollegamento iniziatico: come si spiega il formidabile caso di Ramaṇa Maharṣi? O ancora, la necessità di aderire all’essoterismo anche quando questo è già virtualmente superato una volta che si è raggiunta una certa comprensione: non è forse questo un punto di vista valido all’interno delle sole tradizioni semitiche? (Sto ipotizzando perché ripeto che non sono iniziato).
3 – nei punti esplicitati sopra, puo’ aver giocato un ruolo l’aver abbracciato come scelta definitiva la via sufica? Inoltre: questo sodalizio è avvenuto perché Guénon reputava questa la via migliore e piu’ elevata o perché magari la riteneva confacente alla propria “equazione personale” e gli faciliva il contatto personale con maestri autentici (da lì certi spunti sulla difficoltà per chi è europeo di collegarsi alla tradizione induista)?
Lascio questi pochi quesit ed evito di dilungarmi troppo.
Per il resto voglio precisare che conosco poco della produzione della Rivista di Studi Tradizionali, mentre per quel che riguarda il gruppo che anima Veda Vyāsa Maṇḍala ho avuto alcuni contatti via mail, e sono rimasto piacevolissimamente colpito non solo dalla dottrina che emerge dalle loro risposte, ma anche dalla loro celerità, gentilezza e capacità comunque di dare ad ogni tradizione ed autore il loro grado di veridicita’, senza al contempo abdicare all’elevato punto di vista advaita che in ultima istanza assumono. Posso testimoniare che non nutrono pregiudizi sulle diverse forme delle Tradizione, arrivando ad approvare un mio personale interesse per il Buddhismo. Non ho ravvisato per nulla settarismi di sorta.
Se poi, di alcuni maestri viventi, Jagadguru o meno tra i quali magari si cela un jivanmukta, possiamo vedere una foto, beh questo mi sembra più che altro un segno di speranza per chi come me ancora anela ed attende all’incontro con un’iziazione che sia confacente alle proprie caratteristiche individuali.
Concludendo ci tengo a rinnovare tutta la mia deferente stima verso coloro che animano il sito di Veda Vyāsa Mandala e verso l’editore che pubblica le loro opere. Una ventata d’aria fresca!
Viceversa non voglio per nulla attaccare punti di vista diversi, che meno conosco e ho seguito, ma che credo in alcune critiche siano andati un po’ oltre..
Un caro saluto.
G. B.
Al Fitiyan 11 · 20 Maggio 2020 alle 15:05
Egregi Signori,
nonostante non siamo più da diversi anni lettori di Guénon e ci muoviamo all’interno di una corrente Sufi non-perennialista (Faydah Tijaniya), proviamo sempre un grande interesse per i lavori di coloro che, con grande cura filologica ed intellettuale, traducono i testi delle sagezze non contaminate dalla corrosione dell’eurocentrismo. Seguiamo con grande piacere i vostri lavori sugli insegnamenti di Adi Shankara che, come quelli degli altri studiosi di altre prospettive metafisiche, ci aiutano sempre a capire meglio certi punti dell’insegnamento orale che riceviamo.
Con grande delusione siamo giunti pertanto a conoscenza della vostra pubblicazione di un libro di ‘Abd al-Qadir al-Jaza’iri, che ha quale fine quello di disprezzarne e sminuirne la tradizione. Ci è difficile comprendere le ragioni di una tale manifesta contraddizione intellettuale.
In tal senso sono due i punti di cui non ci ravvediamo:
Per quale motivo un editore consente di svilire il lavoro che pubblica riducendone l’interesse e la portata del suo messaggio? Se si ritiene l’Induismo la miglior tradizione, non ci si preoccupi né occupi di pubblicare testi di tradizione islamica.
Per quale motivo l’editore fa continuamente riferimento a Guénon e ai suoi insegnamenti ma non prende mai in considerazione gli ultimi vent’anni della sua vita quale musulmano ? Se non si è seguaci di Guénon nella totalità del suo percorso, ci si limiti a trasmettere gli insegnamenti del proprio Guru.
Non intendendo pronunciarci ulteriormente né su queste contraddizioni – celate dietro ad un’apparente libertà intellettuale – né tanto meno sulla pochezza dei commenti di certi utenti sul sito che associavano l’Islam al terrorismo, alla dualità oppure ancora al sentimentalismo, vogliamo ora occuparci delle critiche mosse dalla vostra prefazione e dal Prof. Filippi.
Esse possono essere sunteggiate nei punti seguenti:
1. La meditazione sulla Ahadiya viene presentata come una meditazione che procede per tappe e rende di conseguenza irrealizzabile quello che Guénon definisce con «passaggio al limite», ossia il salto oltre i tre «pada» per giungere alla conoscenza-coscienza pura propria del Testimone cosciente che sa di essere l’Assoluto di tutta eternità. Inoltre, nel rispetto dell’unica eterna Realtà, la dicotomia servo-Signore viene espresso come un sogno che quindi pertiene ai tre primi «pada».
2. In quanto tale il Sufismo sarebbe una Via del non-Supremo poiché non oltrepassa il dominio dell’«universale» che comprende in se tutti gli stati. Oltre, «l’universale» vi è l’unica Realtà che non è coinvolta da questi stati.
Sarebbe stato opportuno approfondire meglio queste tematiche dal punto di vista islamico-dottrinale in quanto a sconfessare i due precedenti enunciati vi sono il Kitab Shahid di Ibn Arabi e i più recenti scritti di Ibrahim Niasse (Kashif ul Ilbas e il Sirr al Akbar). Infatti in questi scritti viene largamente profuso l’insegnamento secondo cui è Dio che vede Sé stesso attraverso il centro (il cuore) dei ravvicinati.
A questo punto si potrebbe ribattere che si tratta ancora di un rapporto duale tra il servo che funge da specchio e l’Essenza divina che si rispecchia sul servo.
A questa obiezione, si precisa che la visione di Dio risiede tra due altre realizzazioni:
1. L’esperienza che precede la visione di Dio è quella in cui il Sufi, come il noto al Bistami, realizza ‘Ana Allah’, ‘Io sono Allah’.
2. L’esperienza che segue la visione di Dio è quella in cui il Sufi si estingue nel Hahut (o Huwiya) che è aldilà dell’universale poiché in termini islamici è aldilà della misericordia (Corano 7 : 156) nella quale vengono ad essere tutte le cose. Qui, non vi è percezione alcuna. Inoltre, il contenuto sapienziale qui non è puramente apofatico ma si da simultaneamente in un contenuto positivo : quello dell’istituzione dell’atto d’essere che stabilisce la differenza tra Sé e altro-da-Sé, tra il Sé e la presenza ahmadiana al Sé. Questo atto d’essere viene conosciuto dall’intelletto regale (‘aql rabbani). Secondo gli scritti della Tijaniyah, questo stesso intelletto regale è al di là dell’intelletto universale. Aggiungiamo, che è proprio la differenza tra questi due intelletti che istituisce la « forma impossibile » (surat mustahila) nella quale gli opposti vengono a co-esistere simultaneamente (la coincidentia oppositorum non è contemplata dal sufismo autentico).
Ci direte forse : « anche qui vige la dualità » ! Si, poiché tocchiamo alla differenza fondamentale ed insuperabile tra le due prospettive (quella advaita-vedanta e quella del Sufismo non-perennialista) sulla Realtà Ultima. Per il mashrab al quale apparteniamo, il « sogno » e « l’illusione » hanno principalmente un valore pedagogico. Questo è dovuto al fatto che queste due metafore non danno la possibilità di ottenere un sapere saldo sulla Realtà : chi decide chi si trova nel sogno e chi è al di fuori del sogno ? Il sogno del Signor Giacomo è la realtà del sogno Gianni che è il sogno del Signor Enrico : la fuga nei falsi regni dei meta livelli di altri meta livelli sopra altri meta livelli è solo l’indicazione del solipsismo (e il suo correlato narcissismo filosofico) autoritario che vige nei salotti esoterici occidentali intrisi della lettura di Guénon. Se seguiamo il sufismo autentico, ci rendiamo presto conto che è esclusivista; e per chi segue l’advaita vedanta, ci rendiamo altrettanto conto che è anch’esso esclusivista quando è in gioco la « conoscenza suprema ». Per ogni tradizione, l’esclusivismo ha una propria funzione epistemologica fondamentale : quella di stabilire un rapporto tra la realizzazione la più elevata e ciascuna situazione particolare della nostra esistenza. Ma, non è sicuramente qui il posto per dilungarci su questo tema.
Il sufismo non-perennialista da Sadr Din Qunawi a Ibrahim Niasse via Ismail Haqqi fugge in grande parte da questi solipsismi eurocentrici poiché questo sapere metafisico Sufi è tenuto fermo dalla visione del trono sul quale avviene l’epifania muhammadiana, ossia il tajalli muhammadiano. Questa realizzazione simboleggia la fermezza del sapere integrale della Realtà del Wujud. In altri termini, la metafisica Sufi propone una conoscenza integrale della Realtà poché giunge alla conoscenza del Sé senza Ahmad, in Ahmad e infine nel grado del wujud proprio dei cinque sensi, nel cuore del quale risiede il tajalli muhammadiano. Per chi risiede sul trono muhammadiano, le sensazioni percepite sono autentiche quanto lo sono le intuizioni contemplate dall’intelletto regale. Questo è d’altronde il segreto della poesia dei grandi Sufi.
Nella nostra prospettiva, il fatto di mantenere una pratica rituale supponendo una relazione affettiva tra il Creatore e la creatura non è il segno di una inferiorità. In effetti, questa differenza non annulla la realizzazione dell’Unità ma piuttosto la porta alla propria perfezione : la realizzazione dell’unicità nella molteplicità, o in altri termini la contemplazione dell’Intero del wujud. È un segno manifesto di incompletezza e inferiorità non adorare il suo Signore ed avere una prospettiva esclusivamente intellettuale. Gli affetti che emergono nell’adorazione del proprio Signore permettono di srotolare nelle situazioni particolari della nostra esistenza, il Senso dell’Intero del Wujud che risiede in modo analitico presso la scienza dell’Essenza divina.
Probabilmente, il sufismo autentico è dunque per certi versi più vicino alla metafisica devozionale di Ramanuja che alla metafisica strettamente intellettuale di Shankara. Infine in questi tempi in cui il nazionalismo indu e buddista conduce a delle conseguenze politiche catastrofiche, non possiamo che ricordare le parole che Ibrahim Niasse disse al presidente ateo Kroutchev : di giorno lavoriamo insieme per il bene comune ; di notte, ognuno a casa propria, cerchiamo la Verità.
A voi la vostra Din, A me la mia Din (109:6).
Cordiali Saluti,
Un piccolo gruppo di servitori della Hadrah Tijaniyah.
D.T.P. · 21 Maggio 2020 alle 21:42
Gentili Corrispondenti,
vi sono grato per il garbo con cui ci presentate le vostre osservazioni, cosa del tutto apprezzabile in questo periodo di barbarie scatenata.
Rispondo brevemente: la mia prefazione al libro dell’Emiro ‘Abd al-Qadir al-Jaza’iri è stata chiaramente elogiativa, riconoscendo l’alto livello di dottrina in esso esposta. Per tale ragione non ravviso contraddizione nella presentazione che ho vergato, perché la sola stella che ci orienta è la Verità. Ci si consenta anche di ricordare che lo stretto legame che questa ha con la Libertà ci permette di non essere troppo deferenti verso le individualità e le forme, ma semmai considerarle come funzionali al conseguimento dell’obiettivo supremo dell’affrancamento dal ritorno incessante nel divenire. Così parlare di islam e induismo ci sembra riduttivo, rispetto alle pretese che poi si avanzano: bisognerebbe avere il coraggio di rinunciare per il Supremo; ma tanto in una forma come nell’altra, chi non si colloca nella prospettiva dell’Advaita Vedānta, onestamente non può farlo, perché non riesce a superare i limiti dell’individuale e dell’universale.
La Casa Editrice Ekatos ha dedicato una collana all’esposizione della dottrina dell’Advaita Vedānta, con la pubblicazione di testi inediti in italiano curati dai collaboratori del Sito Web vedavyasamandala.com, che ha lo scopo di riempire un vuoto assoluto in questo campo. Vuoto assoluto soprattutto tra i lettori di René Guénon. Basandosi principalmente sulle fonti śaṃkariane e della tradizione orale vivente dei suoi legittimi rappresentanti, da questi testi emerge la dottrina-metodo della via della conoscenza del Supremo Brahman. La quale non avviene per tappe, ma in un attimo, col riconoscimento della Realtà come propria vera natura. Ora, poiché l’ottimo libro dell’Emiro tratta ripetutamente di queste tappe, non mi pare affatto che la mia precisazione possa essere considerata una riduzione della portata del suo contenuto, quanto piuttosto una sua corretta descrizione.
Per Guénon vale senza riserva l’apprezzamento espresso per l’Emiro. Ciò malgrado, riteniamo che seppure si tratta di uomini siffatta levatura, non si debba cadere nella trappola di farne dei “modelli” perché alla lunga si finirebbe per scimmiottarli. L’unica cosa che si deve considerare è la dottrina esposta e la sua esperibilità nella prospettiva realizzativa che si ricerca.
Se si leggono i testi di Advaita Vedānta, al di là di una primordiale semplicità dell’esposizione, si ravvisa anche una estrema concretezza, forse perché la realizzazione advitīya non ha nulla a che fare con l’intelletto individuale, che è limitato e illusorio e che è oggetto di discriminazione in quanto anātman. E nemmeno ha nulla a che fare con un “intelletto divino”, che altro non è se non una proiezione della mente individuale (antaḥkaraṇa) per attribuire al Brahman una irreale “capacità intellettiva”, al fine di poter in qualche modo “immaginare l’Assoluto” secondo parametri individuali, seppur estesi all’universale; anche questo falso concetto di un intelletto divino è espressamente oggetto di discriminazione in quanto anātman. La realizzazione advitīya insegna l’abbandono del mondo dell’azione, sia essa corporea, vocale o mentale sia che sia indifferentemente compiuta a fini di adharma o di dharma sia che si tratti di riti esteriori o iniziatici. Infatti come già scritto altrove, per mezzo dell’azione non si esce dal mondo dell’azione. Nemmeno la fede libera, essendo una proprietà dell’intelletto.
Quanto a Rāmānuja, il Viśiṣṭhādvaita Vedānta, mantenendo una seppur minima distinzione tra il jīva e il Brahman, è in tutta evidenza una via del non-Supremo. Non per nulla gli iniziati a questa scuola non compiono mai la rinuncia all’azione, nemmeno da samnyāsin. Si perviene all’unione (yoga) con distinzione, come indica il celebre adagio “fusi, ma non confusi”. Che è poi la conclusione a cui siamo pervenuti nella ormai celebre e contestata presentazione al volume dell’Emiro ‘Abd al-Qadir al-Jaza’iri.
Nel ringraziarvi per la vostra cortese missiva, ci congediamo contraccambiando la bella citazione finale con questo śloka del Tad tvam asi:
222. Per compiere la discriminazione necessaria a trovare il significato di “tu” ci deve essere la rinuncia (saṃnyāsa) a ogni azione, dice il Dharma Śāstra. Questo è il significato corretto. Perché la śruti lo descrive come “[…] pacificato, auto controllato rivolto al suo interno, mai distratto, e vede il Sé in se stesso, e lo vede in tutto”.
A ognuno il suo allora; e chi vede il Sé in se stesso e lo vede in tutto, non sarà certo distratto dal pensiero di presunti “negatori”, oppositori e nemici, perché questo distingue chi ambisce davvero alla advitīya caitanyavāda.
Col personale augurio di riuscita per tutti coloro che sinceramente la cercano, porgo i più cordiali saluti,
D.T.P.