Sono passati ottant’anni dalla prima pubblicazione di questo breve testo, presentato nel corso di una conferenza all’Università parigina della Sorbona.

La circostanza stessa in cui fu esposto da René Guénon quel 17 dicembre 1925, era tale da indurre a ritenere che il messaggio fosse rivolto a tutti; così spieghiamo la sua permanente attualità e la forte attrazione che esercitano queste poche parole che vanno a toccare, più o meno profondamente, in base alla sensibilità propria, i centri sottili dell’ascoltatore. E ciò che a nostro avviso impressiona maggiormente è che l’Autore, malgrado il pubblico eterogeneo a cui si rivolge, allora come ora, va direttamente al punto, asserendo subito, fermamente, che trattando di Metafisica, quello che conta è il suo

 “fondamento identico che si riscontra ovunque e sempre, per lo meno là dove vi è autentica metafisica, e questo semplicemente perché la Verità è una”.

Da ciò ne consegue che le sole cose che contano sono la possibilità di realizzare la Verità che la Metafisica sottende e le condizioni per farlo.

Forse potrebbe insorgere, a questo punto, la necessità di approfondire, magari consultando altri testi del Nostro Autore o rifacendosi ai lavori compiuti dagli studiosi della Sua Opera. Nulla di sconveniente, ma se possiamo permetterci un consiglio, ispirato dalla Parola evangelica

E voi chi dite che io sia1,

sarebbe più opportuno, a fronte di un’esposizione sintetica, ma così puntuale, in vista di quella ricerca spirituale auspicata fra le righe, che prima di procedere oltre, si provasse a dare una personale risposta alle sollecitazioni del testo. Questo presenterebbe innumerevoli vantaggi.

Il primo, quello di mettersi in relazione, almeno come prospettiva intellettuale di riferimento, con il proprio Sé, quell’Ātman che altri non è che il fondo naturale di ciascuno, la natura primordiale da cui irraggia la luce necessaria all’illuminazione iniziatica, la Coscienza degli stati (avasthā)2; quel “Vero Io” di cui non si deve avere timore, ma che piuttosto si deve cercare di non confondere con quello individuale che produce tutte quelle sovrapposizioni ingannevoli che portano ad ignorarLo. Ma non è neppure da trascurare che in questa cerca, fra i vantaggi, vi possa essere quello di non subire le influenze psicologiche delle speculazioni altrui.

Lungi da noi la polemica e la contrapposizione che troppo spesso, forse per eccesso d’amore, caratterizzano i lettori di René Guénon. Constatiamo solo, con la serenità e il distacco che fa seguito a un personale e sincero esame di coscienza – e per questo con la speranza di non essere accusati di “parassitismo” e “contraffazione” solo per esserci espressi senza seguire pedissequamente la vulgata sclerotizzata – cosa possa produrre l’appiattimento di ciò che è esoterico – e, nel caso della Metafisica, anche Assoluto- su ciò che invece inerisce all’essoterismo, nella sua forma religiosa, in una sorta di ingannevole ribaltamento gerarchico di cose che quanto a natura e a leggi che le governano, come ebbe a scrivere anche Guénon, sono profondamente diverse. La prova di questo subdolo e pure così evidente sovvertimento, a parere di chi scrive, è fornita tutte le volte che si ritiene di fare della metafisica trattando dell’Essere3 e delle virtù necessarie a conoscerlo.

Da ciò derivano conseguenze inimmaginabili, da cui diventa difficile districarsi perché è davvero arduo mettere un fondamento alla propria edificazione e poi dovervi rinunciare, senza il passaggio-limite attraverso cui si acquisisce la certezza effettiva che il divino è solo un’estenzione della condizione individuale, mentre è l’Assoluto che regge tutto, proprio perché libero da ogni relazione. Per questo, oltre a ciò, riteniamo che nell’aspirante, non possa mancare una buona dose di coraggio e di “incoscienza giovanile”4, tale da assumere personalmente, senza delegarla ad alcuno, la responsabilità della propria realizzazione, trattandosi di reale “esperienza”, quella che sarà chiamato a fare:

Il saggio aspirante deve applicarsi con zelo a sperimentare da sé la vera natura dell’Ātman5.

Infatti la qualificazione che riteniamo fra le più importanti per accedere al dominio della Metafisica, oltre al “senso dell’eternità” menzionato da Guénon, è il “senso della non-dualità” che sfortunatamente non si acquisisce solo con una preparazione libresca (letture, studi, traduzioni e altre cose di questo genere) e neppure l’azione (karma), lo sforzo (prayatna) e la ritualità (dharma); ma richiede quel profondo lavoro interiore che nessuno può fare in vece d’altri e culmina in uno stato effettivo che si rifletterà nella perfetta educazione spirituale, quella che si può definire così6:

«Affermare “Io sono Brahman” esige un intimo convincimento».

A questa intima convinzione, si perviene con l’intuizione metafisica7 (pāramārthika anubhava), che per sua natura non si presta a contraffazioni di alcun genere, è istantanea e immediata e svela il Maestro interiore, Colui che solo può affermare “Io esisto”. Dunque chi si accinge ad abbracciare un sādhana 8 di questo genere, deve sapere che è fondamentale superare le proprie occlusioni mentali e quelle che si annidano nell’ambiente, delle quali la più pericolosa è senza dubbio la percezione dell’altro-da-sé.   In questo lavoro penoso, per l’individuo sempre rivolto all’affermazione di sé stesso, e pure necessario per ordinare/orientare le sue energie in modo che da centrifughe e dispersive divengano riunite e concentrate, la guida di un maestro risulta indispensabile perché configura l’alter ego umano del Maestro interiore. Ma il risvolto che ci sembra più “operativo” è che il maestro si pone davanti al discepolo come uno specchio in cui questi, attraverso la comprensione e l’applicazione dell’insegnamento ricevuto, potrà veder svanire quella suggestione dell’altro-da-sé a cui, all’inizio, neppure il maestro potrà sottrarsi.

Una raccomandazione tradizionale insegna di:

apprendere da una Scienza in cui si trova la salute

a non creare divisione perché questa è una forma di ignoranza che determina l’errore e lo smarrimento del cuore9. A questo punto si deve riconsiderare la teoria, che secondo la sua etimologia ha il significato di “visione”, “contemplazione” (dal greco theào, theàomai), e non potrà mai essere “pensata”, in ambito metafisico, come sufficiente a se stessa, ovvero come una speculazione, perché ciò inficerebbe la conoscenza di cui è un veicolo; al contrario necessiterà di essere orientata all’effettiva realizzazione corrispondente che sarà sempre e solo non-umana, come la Metafisica stessa.

Comprendiamo che le affermazioni di René Guénon possano determinare disorientamento e forse anche una certa frustrazione; ma le cose stanno proprio così, dato che quest’ambito è caratterizzato dall’intemporalità, perché la Verità metafisica è eterna, e grazie a ciò sempre presente e accessibile ovunque.

Occorre però precisare, per non fare luogo a confusioni e fraintendimenti, che la Metafisica orientale è in realtà il Vedānta (advitīya, non-duale), non lo Yoga che per quanto elevato è pur sempre un darśana10 duale, avendo come obbiettivo finale il samādhi ovvero la congiunzione attraverso l’estasi, di due esseri nello stato di veglia, ma in assenza di coscienza individuale, a cui però si farà ritorno essendo il samādhi uno stato transitorio che non libera dal divenire (saṃsāra).

Costituendo invece il Vedānta, secondo il significato tradizionale proposto altrove da Guénon11, il “fine del Veda” o il suo compimento, di cui le Upaniṣad sono il coronamento, queste e quello coincidono e dispiegano un “insegnamento che rimuove” (secondo l’etimologia proposta da Śaṃkara) la falsa conoscenza, solo se si ammette realmente che il punto di partenza è quello di arrivo e dunque l’obiettivo da raggiungere, paradossalmente è già raggiunto.  Occorre “solo” acquisirne la consapevolezza, permettergli di sorgere dalle ceneri dell’individuo; a ciò pensavamo quando abbiamo citato sopra il passaggio dell’Upadeśāpaňcakam.

Così si sperimenta la Metafisica e si constata che, contrariamente alle supposizioni individuali, la riacquisizione della propria vera natura essenziale (svarūpa) attraverso la discriminazione del neti neti12, eliminate tutte le sovrapposizioni, consente di scoprirsi Coscienza di tutti gli stati perché come ebbe a dire Guénon,

se vi è davvero totalizzazione, vi è posto per tutto13.

Concludiamo allora con le parole di ādi Shankarāchārya14:

Mi prosterno al Brahman; è Lui che nello stato di veglia [tramite me] fa esperienza degli oggetti grossolani penetrando l’universo intero con i raggi onnipresenti della Sua inalterabile coscienza, la quale abbraccia la molteplicità di oggetti mobili [in divenire] e immobili [fissi].
Nello stato di sogno è sempre Lui che assorbe dentro di Sé l’esperienza della molteplicità degli oggetti che sono prodotti dal desiderio e ai quali è la mente che presta esistenza.
Nello stato di sonno profondo è Lui che gode di Ānanda e che in virtù della māyā ci fa assaporare questa beatitudine in quanto si designa come Turīya (il Quarto) che è il Supremo, l’Immortale, l’Immutabile.
[…] possa dunque questo Turīya eternamente esente da ogni attributo, accordarci la sua protezione”.

Si comincia così a intravedere sinteticamente che si esce dal divenire (saṃsāra) senza opporsi ad esso, si realizzano gli stati senza alcun desiderio di ottenerli e ci si scopre Beatitudine perché si è davvero Quello (Brahman- Ātman15). Parafrasando Gauḍapāda, si potrebbe asserire infine che i conoscitori del Brahman realizzano la Realtà suprema in questo modo perché solo la non-dualità (advaita), essendo libera dalla causa delle contrapposizioni, è propizia a questo scopo16. A nostro parere è questa la chiave che apre la porta configurata in questo prezioso testo; e la Liberazione (mokṣa), di cui troppo spesso il ricordo è sfuocato, o peggio travisato, l’unico obbiettivo che la Metafisica ci indica.

D.T.P.


  1. Marco, VIII, 29[]
  2. Stato di coscienza, che include il mondo e la persona che gli sono propri; per chi fosse interessato a un approfondimento di questa dottrina rimandiamo alla Māṇḍūkya Upaniṣad, alle Kārikā di Gauḍapāda e al Bhāṣya di Śaṃkara.[]
  3. Naturalmente, in questo caso, con Essere intendiamo il principio della manifestazione, sia essa grossolana o sottile, e dunque secondo la celebre affermazione di Aristotele, quello che “si dice in molti modi”. Questo Essere, avendo per oggetto una sostanza immobile, sarà l’oggetto di una scienza anteriore alle altre (la filosofia prima) e “in questo modo, in quanto prima, essa sarà universale. Ad essa spetterà il compito di studiare l’Essere in quanto essere, cioè che cosa l’Essere sia e quali attributi, in quanto Essere, gli appartengono” (Metafisica, VI. 1. 1026a 32). Seppure la speculazione aristotelica si spinga a cercare il significato primario dell’Essere, quello dell’uno a cui tutti i significati molteplici si devono ricongiungere, il “problema dell’Essere” rimane essendo l’“uno” il principio della successione numerica e quindi della molteplicità in cui questo Essere rimane velato. L’incapacità, dunque, di coglierlo per quello che è si spiega con il “mistero” e si formalizza come dogma. Si può rilevare qunto ciò sia lontano dalla vera metafisica non-duale in cui l’Essere è la Realtà assoluta e incondizionata, libera dalle bolge della manifestazione e dai suoi stati transitori; questo è l’Essere che è Coscienza-Conoscenza e Pienezza assoluta, saccidānanda. Concludendo questa nota, dovrebbe risultare evidente a questo punto, come la dottrina esoterica dell’Essere, in quanto principio di manifestazione, non differisce in nulla dalla teologia esteriore. L’unica differenza consiste nel fatto che la teologia è sprovvista dei riti corrispondenti, ossia del metodo. Invece l’Assoluto metafisico non può essere raggiunto per mezzo di riti, ma dalla sola Conoscenza.[]
  4. Secondo l’etimologia l’aggettivo deriva dal latino jùvenem, “giovane”, in relazione con juvare, “giovare”, entrambi derivati dal sanscrito yùvan,  “giovane”, il cui senso figurato corrisponde a “forte”, “eccellente”, “difensore”. Dalla radice YU si ricava anche il significato di “respingere”. Segnaliamo anche, senza approfondire, l’assonanza col nome Giovanni, e la vita eterna, intesa come perenne giovinezza.[]
  5. Vivekacudamani, Il gran gioiello della discriminazione, 60.[]
  6. Cfr. Upadeśāpaňcakam.[]
  7. Diciamo intuizione metafisica e non intellettuale, perché l’intelletto è pur sempre solo una facoltà individuale.[]
  8. Questo termine sanscrito esprime tre significati: il metodo iniziatico; la pratica del metodo e delle varie tecniche ingiunte o insegnate da un guru; la via interiore su cui si deve procedere.[]
  9. Cfr. Muhammad ben ‘Ali at-Tâdilî, Ad-dînun-Nasîha, La vie traditionelle c’est la sincérité, E. S. T. Torino 1960; ripreso nel volume dedicato da Ekatos edizione privata a quanto è ginto sino a noi dell’Opera dello Shaykh marocchino.[]
  10. Questo termine esprime il punto di vista o di osservazione attraverso cui si ha la visione dell’Ātman. In senso lato corrisponde ai sei punti di vista dottrinali con cui esaminare la realtà. Per un approfondimento del termine Yoga nella prospettiva dell’Advaita Vedānta si consulti G. G. Filippi, Il serpente e la corda, capp. 9 e13, Ekatos edizione privata 2019.[]
  11. Cfr. L’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, cap. I: Generalità sul Vêdânta.[]
  12. “Né questo né questo” (BU IV. 2. 4), formula per discriminare (viveka, vijñāna) Ātman da anātman.[]
  13. Cfr. René Guénon, Frammenti dottrinali. Epistolario inedito, pag. 277, Luni Editrice Milano.[]
  14. Invocazione che precede il commento della Māṇḍūkya Upaniṣad.[]
  15. Binomio che indica l’identità tra l’Assoluto e la natura reale del Sé.[]
  16. Māṇḍūkya Upaniṣad, Kārikā di Gauḍapāda 2.34 eBhāṣya di Śaṃkara.[]

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