La fede è espressa in sanscrito dalla parola śraddhā. La Bhagavad Gītā (XVII.2-3) afferma: “La śraddhā di ogni essere vivente sorge dalla sua stessa natura ed è triplice. Quella della purezza [sorge] da sattva, quella della passione da rajas e quella dell’inerzia da tamas. O discendente di Bharatha, la fede di un essere umano è connaturata alla sua mente. Ogni persona è costituita dalla sua śraddhā. In verità ognuno è quello che è la sua fede”. Da questa affermazione scritturale si deduce che śraddhā assume caratteristiche diverse a seconda della prevalenza di un guṇa sugli altri due. Ciò è una caratteristica della lingua sanscrita, per cui una stessa parola non ha un significato definitivamente fissato; perciò il suo senso deve essere armonizzato con il contesto in cui è usata. Ma prima di esaminare i vari sensi a cui si applica la parola fede, faremo notare che śraddhā è connaturata con la mente, vale a dire che con essa si nasce; è una costituente della natura individuale, un saṃskāra, la cui origine è da attribuire a comportamenti tenuti nelle esistenze precedenti. E durante la vita, assumendo con costanza un’attività in vista di un risultato da raggiungere, la śraddhā con cui si è nati potrà essere modificata in meglio o in peggio, per cui si rinascerà in una modalità corrispondente alla propria śraddhā. È un altro modo per esprimere il medesimo concetto di “Si rinasce secondo il proprio desiderio”.
La śraddhā che sorge da sattva ha come base la conoscenza ed è perciò tipica del Vedānta. La śraddhā che sorge da rajas ha come base l’azione. La śraddhā che sorge da tamas ha come base l’ignoranza. Consideriamo la prima: è evidente che in questo caso non possiamo tradurre śraddhā con fede, in quanto la conoscenza esclude la fede; a meno che non forziamo il significato che ha assunto nella religione e nella filosofia occidentali la fides latina. Vediamo dunque cosa si intende con sāttvika śraddhā. Si tratta della natura individuale che è spinta dalle sue qualifiche a conoscere per intuizione (anubhava). Quando si dice ‘io esisto’ si esprime l’unica certezza assoluta che ognuno sperimenta. L’esperienza intuitiva di esistere, vale a dire la coscienza d’essere esistente, precede e supera qualitativamente qualsiasi altra conoscenza che si basi sui sensi e sulla deduzione. A questo proposito Śaṃkara afferma: “L’Ātman non è estraneo a nessuno, perché esso è auto evidente” (Brahma Sūtra Śaṃkara Bhāṣya, II.3.7). L’intuizione d’essere esistente è, poi, il riconoscimento che l’Esistenza è, ed è Reale e Assoluta. A questo proposito la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad dichiara: “Il Brahman stesso è conosciuto direttamente perché è il Sé interiore” (III.4.1). Alla domanda dell’obiettore “L’Ātman non è forse rivelato dai testi sacri e prima ancora, dalla percezione dei sensi e dagli altri validi mezzi di conoscenza (pramāṇa)?” Śaṃkara ribatte: “No, perché Ātman è auto evidente” (Bhagavad Gītā Śaṃkara Bhāṣya, II.18). Ed ecco il punto messo ben in chiaro: l’intuizione sperimenta la realtà in forma conoscitiva-coscienziale. Questa è la fede del jñāni, la sāttvika śraddhā. Non è basata sulla fede nei testi sacri e tantomeno sui mezzi conoscitivi forniti dalle componenti individuali, grosse o sottili che siano. Tuttavia riconosce che le affermazioni delle scritture e delle parole del guru sono vere, perché corrispondono alla propria intuizione. Per questa ragione i maestri di jñāna insistono a dire che si devono accettare le affermazioni della śruti solo se corrispondono alla propria intuizione e alla logica che ne deriva. Perciò il jijñāsu presta autorità alla śruti, ai testi di Vedānta e alle parole del guru, quando, per mezzo di manana, ne riconosca la coerenza con il proprio anubhava. In sanscrito ciò è chiamato śraddhā; in questo caso, si può considerarla ‘fede’ solamente in senso trasposto. Il riconoscimento dell’autorità di śruti e del guru da parte di un jijñāsu, sulla base di questa śraddhā, non ha nulla in comune con la credenza cieca, con la fiducia o l’adesione acritica.
La rājasa śraddhā, invece, corrisponde proprio a questo concetto di ‘fede’ elencato per ultimo. La natura rājasa spinge l’individuo all’azione (anche all’indagine conoscitiva, ben inteso) e lo allontana dal soffermare la sua attenzione sull’intuizione. L’individuo attivo, pur sperimentando anch’egli l’intuizione primordiale ‘io sono, io esisto, io sono cosciente’, non vi presta sufficiente attenzione, essendo maggiormente attratto dall’esperienza dell’‘io sono così e così’. ‘Così e così’ sono le sostanze, gli attributi e le azioni che compongono l’individualità. O, se vogliamo, le azioni tout court, poiché sostanze e attributi sono tutti riconducibili all’azione (karma). Lo vediamo nel verbo che, grammaticalmente, traduce in parole il senso del karma: l’azione del ‘mangiare’, verbo sostantivato, cioè il cibo, la sostanza (dravya); ‘mangiato’, participio aggettivale, come attributo del cibo (guṇa) ecc. Il rājasa jīva è tendenzialmente rivolto verso il mondo esterno della veglia, ed è lì che cerca le risposte alle sue domande interiori. Questa sua indagine conoscitiva (jñāpti) è forzatamente mediata, cioè priva dell’immediatezza dell’anubhava. La sua mente, per conoscere il mondo esterno, deve affidarsi ai sensi. Cioè deve porre fede nei propri jñānendriya, dare loro fiducia. Poi la mente (manas) elabora i cinque dati che le sono stati riportati dai cinque sensi, li compatta in un unico pensiero ed è su questo pensiero (doppiamente mediato) che l’intelletto compie le sue indagini conoscitive. Sappiamo già che la mente può errare nell’assemblare quanto le riferiscono i sensi e fare della sinuosità, della tubolarità e del colore grigio della corda, un serpente. Perciò l’intelletto (buddhi) ‘fidandosi’ dell’elaborato che la mente gli presenta, può mettersi a filosofeggiare su un serpente che, in realtà, è del tutto illusorio e inesistente. Da quanto precede si trae che la rājasa śraddhā è ‘fede’ basata sulla conoscenza indiretta dipendente dal mondo dell’azione. Perciò questa fede è comune sia al dharma esteriore sia alle vie iniziatiche della conoscenza non suprema. In questo caso, l’autorità dei testi è accettata acriticamente, cioè senza il raffronto con l’intuizione esperienziale e con la logica: cieli, inferni, cicli cosmici, attributi divini, esseri di altri mondi, l’idea di Dio, la trasmigrazione ecc., sono tutti recepiti sull’infallibilità del testo sacro accettata aprioristicamente. Così le istruzioni dei guru di queste vie, appaiono come ordini indiscutibili a cui si deve obbedire, anche se non se ne capiscono i fini e i significati di quelle ingiunzioni. “Quando avrai realizzato, allora ne capirai il senso” è l’unica spiegazione concessa. Naturalmente non è affatto da disprezzare o sottostimare questa ‘fede’ dei rājasa jīva. Affidarsi alla fede nel dogma impedisce alle menti poco stabili, in quanto soggette alle continue modificazioni del karma, di cadere nel terzo caso di tāmasa śraddhā. Perciò anche le forme essoteriche più esteriori sono utili per mantenere nell’ordine cosmico gli individui più immaturi.
A questo punto dovrebbe risultare facile comprendere come l’accettazione dogmatica degli articoli fondamentali di qualsiasi fede produca quel difetto logico che il Nyāya chiama anyonyāśraya, circolo vizioso. In modo particolare questo è riscontrabile nelle forme religiose monoteistiche, i cui profeti affermano: «Mi ha inviato Dio», «Questo è attestato della rivelazione contenuta nel Libro» e «Il Libro ve l’ho portato io per volere di Dio». Con tale argomentazione non si può dimostrare nulla di accettabile a livello logico e, tantomeno, a livello intuitivo. Il credente, se vuole potersi considerare tale, deve accettarle così come sono. Deve farlo, altrimenti non avrebbe nessuna collocazione religiosa e sarebbe escluso dai mezzi per ottenere la salvezza. Ciò non toglie che, anche se in qualche modo positiva, si tratti comunque di fede cieca tipica della rājasa śraddhā. Il problema si ripropone qualora il credente entrerà in una via iniziatica che proprio in quella fede ha il suo fondamento: il dogma resterà inamovibile e, in ogni caso, privo di spiegazione. Al contrario, la fiducia nei ṛṣi è di natura intuitiva perché ciò che dicono i ṛṣi corrisponde esattamente alla propria intuizione. Quando il ṛṣi afferma “tu sei Quello”, dove tu è l’Ātman e Quello è il Brahman, io vi aderisco perché lo capisco e so che è così. Il ṛṣi conferma con la sua esperienza interiore la mia stessa intuizione. Ma l’intuizione è mia, la realizzazione è mia, perciò essa prevale sulla śruti. Questa è il senso di sāttvika śraddhā.
Tāmasa śraddhā è l’affioramento delle tendenze più tenebrose dell’individuo. In questo caso l’adesione fideistica è assolutamente cieca e proviene da incontrollate pulsioni dei saṃskāra. Il tāmasa jīva non è nemmeno interessato all’indagine conoscitiva del mondo della veglia mediata da sensi e mente. È invece impegnato a imporre la propria visione del mondo, la propria ideologia, alla stessa realtà empirica (vyāvahārika sattā). È come se, dopo aver visto che il serpente era solo proiettato sulla corda, il tāmasa jīva rifiutasse di riconoscere la verità, sostenendo e imponendo a tutti l’assoluta realtà del serpente illusorio. È quello a cui abbiamo assistito e assistiamo sempre di più con la diffusione delle ideologie moderne, comunismo, nazionalsocialismo, liberismo, le teorie del Nuovo Ordine Mondiale, della “buona morte”, dell’eugenetica, dell’ecologia e di ‘gender’; oppure con l’esplosione della violenza religiosa come il terrorismo di matrice islamica (basti pensare alla malefica illusione dei terroristi suicidi di assicurarsi i cieli con i loro crimini!), sionista o di certe sette protestanti e new age, senza dimenticare il terrorismo di origine catto-comunista irlandese, basco e brigatista italiano del XX secolo. Il punto più basso, rappresentato da tendenze avverse all’ordine tradizionale che sta tirando i fili di questa situazione caotica, sta affiorando un po’ ovunque sull’onda della totale confusione mentale dell’attuale umanità; quest’ultima ha ricevuto il colpo di grazia dalla capillare diffusione delle tecnologie multimediali che divulgano la tāmasa śraddhā dirigendola verso il ‘pensiero unico’, operando un accurato ed efficiente lavaggio di cervello di massa.
Devadatta Kīrtideva Aśvamitra
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