Si è insistito molto nel definire la Massoneria come l’ultima organizzazione iniziatica presente in occidente. Ora, non volendo considerare la situazione in cui versa da molti decenni, che è sotto gli occhi di tutti coloro che abbiano un minimo di obiettività, si deve pure dire che anche per quanto concerne le sue fondamenta iniziatiche, vale a dire i requisiti “tecnici” di regolarità, trasmissione ed effettività così come sono seguiti alla “riforma” del 1717, ci sarebbe da obiettare almeno che si tratti di un corpo senza testa, dato che il Grado di Maestro non figurava ascritto ad alcuno dei costituenti. La lucidità di questa recensione ha il pregio di evidenziare l’intima contraddizione di quanto accaduto che è il vulnus che ha caratterizzato i secoli successivi e la progressiva degenerazione dell’Organizzazione. Si tratta dunque di un’ammissione importante a cui, per parte nostra seguono naturalmente le domande che rivolgiamo anche ai lettori: chi sarebbe in grado di restaurare la Massoneria? Non dovrebbe essere una persona che ha raggiunto un grado magistrale effettivo (non ci riferiamo naturalmente alla “maestria” di mestiere) e che avesse la determinazione di farlo? Ma a questo punto occorrerebbe anche chiedersi, perché mai dovrebbe farlo?


Oswald Wirth, Qui est régulier? Le pur Maçonnisme sous le régime des Grandes Loges inauguré en. 1717 (Chi è regolare? Il puro Massonismo sotto il regime delle Grandi Logge del 1717), Éditions du Symbolisme, Paris. Ripresa in René Guénon, Studi sulla Massoneria e il Compagnonaggio, recensione “Qui est régulier? Le pur Maçonnisme sous le régime des Grandes Loges inauguré en 1717“, pag. 120, vol.1 ( Arktos ).

Questo volume è composto dalla riunione di diversi articoli apparsi precedentemente ne Le Symbolisme. Noi abbiamo già parlato della maggior parte di essi, al momento della loro prima pubblicazione, e questo ci dispensa dal ritornarvi nei particolari. L’argomento trattato è la controversia che divide la Massoneria anglosassone dalla Massoneria detta «latina», e in particolare francese; l’autore rimprovera alla prima di non essere rimasta fedele al «puro Massonismo», di modo che l’accusa di «irregolarità» che questa rivolge alla seconda dovrebbe ribaltarsi contro di essa. Per lui, questo «puro Massonismo», come si sa, è rappresentato essenzialmente dalle Costituzioni di Anderson; ma è proprio questo che bisognerebbe contestare, se si vuole portare la questione sul suo vero terreno: l’autentica espressione del «puro Massonismo», non può essere rappresentato che dagli Old Charges della Massoneria operativa, da cui le Costituzioni di Anderson si allontanano parecchio. Che la Gran Loggia d’Inghilterra, in un secondo momento, si sia riavvicinata, in qualche misura, agli Old Charges, è fuori dubbio, ma non si può rimproverare qualcuno perché ha rimediato ad un errore, foss’anche parzialmente e tardivamente (che poi quest’errore sia stato volontario o involontario, o l’uno e l’altro insieme, qui poco importa). La Massoneria francese, invece, ha continuato ad accentuare lo stesso errore, di modo che, partite dallo stesso punto, le due avversarie si sono sempre più allontanate l’una dall’altra, tanto da rendere difficile un’intesa. In fondo, il solo torto della Gran Loggia d’Inghilterra, in merito alla questione, è di non riconoscere chiaramente la sua vera posizione attuale nei confronti delle Costituzioni di Anderson, cosa che porrebbe fine ad ogni discussione, facendo cadere l’unico argomento che le si oppone con qualche parvenza di fondamento; ma potrebbe farlo, senza confessare, con ciò stesso, il suo proprio difetto originario, che in effetti è quello di tutti i regimi delle grandi Logge, vale a dire della stessa Massoneria speculativa? E questa confessione, se un giorno essa si decidesse a farla, dovrebbe logicamente condurla a prendere in considerazione una restaurazione integrale dell’antica tradizione operativa; ma dove sono, attualmente, quelli capaci di compiere una tale restaurazione?

Queste poche riflessioni, sicuramente molto lontane dal punto di vista dell’autore del libro, mostrano a sufficienza tutta la difficoltà della questione, la quale, in definitiva, scaturisce dal fatto che nessuna delle due parti è in grado di dire dov’è realmente il «puro Massonismo», sia perché lo ignora, sia perché questo equivarrebbe a condannare, sì la parte avversaria, ma anche se stessa, o comunque ad intraprendere un impegno probabilmente impossibile. In ogni caso, fino a quando ci si ostinerà a non voler risalire oltre il 1717, per ritrovare i veri principi, è più che certo che non si potrà arrivare ad una soluzione soddisfacente; d’altronde, rimarrebbe da sapere se vi è qualcuno che voglia realmente arrivarvi, e, sfortunatamente, le preoccupazioni assai strane, dal punto di vista iniziatico, che vanno affacciandosi sull’argomento, inducono a dubitarne…

Études Traditionnelles, novembre 1938.


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