Questo racconto di Chuang-Tzu descrive con un tema semplice e una narrativa profonda quelli che sono i tratti distintivi della via dell’azione rispetto a quelli della Via della Conoscenza. Non è una distinzione di marginale importanza come spesso si ritiene, soprattutto laddove l’essoterismo costituisce il presupposto indispensabile per l’esoterismo. Proprio questo è il cuore dell’insegnamento del Tao, impartito dal Vecchio pescatore a Confucio: l’ignoranza può solo essere estinta dalla conoscenza e questa per svolgere tale compito deve essere sciolta da qualsiasi condizionamento formale in modo da essere di un ordine davvero superiore, supremo. Il tentativo infruttuoso di sovvertimento dell’ordine reale delle cose, ad opera di quanti, pur dotati di qualificazioni ed aspirazione, non si pongano nella prospettiva dell’Assoluto, costituisce quello che è comunemente rappresentato dalla rivolta dello kṣatriya nei confronti del brahmano o più generalmente della casta inferiore verso quella superiore.
Pertanto, lavorare il proprio fondo interiore, come indicato nel testo, è l’unica soluzione spirituale consona alla realizzazione, ed equivale a creare i presupposti per riacquisire la coscienza della propria reale natura, Quello che si è che è, e ben al di là, di qualsiasi nozione e cosa. Pertanto chi si dedica a quest’opera è non-agente, si occupa del proprio sé e non si affaccia dalle finestre aperte sulla creazione, sulle creature e sul creatore che già conosce come molteplicità di stati della mente, e come tali oggetto fuorviante di un’indagine che di reale non ha nulla; ma che descrive compiutamente il fluire incessante del saṃsāra . Costui “lascia la mente ed è naturale e spontanea esistenza. Quindi vede scorrere le cose come quando si è sulla riva di un fiume e si guarda l’acqua fluire. È neutrale e spontaneo, non ha nessun coinvolgimento nel movimento: il movimento solo gli appare. È conscio di esso, ma non ne è parte. Così le cose del mondo si muovono e avvengono attorno a lui.” [Svāmī Prakāśānandendra Sarasvatī, La Luce della Realtà].
La Redazione
Confucio, mentre passeggiava nella foresta di Tzé-wei, si sedette per riposare presso il poggio Hiang-t’an.
I discepoli presero i loro libri. Il maestro suonò la sua cetra e si mise a cantare.
Il canto attirò un vecchio pescatore. I capelli brizzolati spettinati, le maniche rimboccate, il vecchio scese dalla sua barca, salì l’argine, si avvicinò, mise la mano sinistra sul ginocchio, prese il mento nella mano destra e ascoltò attentamente. Quando il canto finì, chiamò con la mano Tzeu-kung e Tzeu-lu. Quando furono vicini: «Chi è?» domandò il vecchio, indicando Confucio. «È il Saggio di Lou», disse Tzeu-lu. «Come si chiama?» domandò il vecchio. «Si chiama K’oung», disse Tzeu-lu. «E che fa questo K’oung?» domandò il vecchio. «Si sforza – disse Tzeu-kung – di far rivivere la sincerità, la lealtà, la bontà e l’equità, i riti e la musica, per il bene del principato di Lou e dell’impero». «È il principe?» domandò il vecchio. «No» fece Tzeu-kung. «È il ministro?» domandò il vecchio. «No», fece ancora Tzeu-kung.
Il vecchio sorrise e si ritirò. Tzeu-kung lo sentì mormorare: «Bontà! equità! Senza dubbio sono cose molto ammirevoli, ma sarà fortunato se non si perderà in questo gioco. In ogni caso, le preoccupazioni e l’affanno che si dà, consumando il suo spirito e il suo corpo, nuoceranno alla sua vera perfezione. Quanto è lontano dalla scienza suprema (quella del Tao)!». Tzeu-kung riferì queste parole a Confucio, che allontanò bruscamente la cetra sulle sue ginocchia, si alzò dicendo: «Ecco un Saggio», e discese l’argine per chiedere un colloquio al vecchio. Costui stava affondando la sua gaffa, per spingere la sua barca. Vedendo Confucio, si fermò e si voltò verso di lui. Confucio avanzò salutando. «Che volete da me?» gli domandò il vecchio. Confucio disse: «Avete pronunciato poco fa delle parole, di cui non penetro il senso. Vi chiedo rispettosamente di volermi istruire per il mio bene».
«Questo desiderio è molto lodevole», disse il vecchio.
Confucio s’inchinò, poi, risollevatosi, disse: «Dalla mia giovinezza, fino all’attuale età di sessantanove anni (penultimo della sua vita), io K’iu ho studiato incessantemente, senza essere istruito nella scienza suprema (quella del Tao). Ora che l’occasione mi è data, considerate l’avidità con cui vi ascolterò».
Il vecchio disse: «Non so se c’intenderemo; giacché s’intendono naturalmente coloro i cui sentimenti sono concordanti. Comunque, in ogni caso, vi esporrò i miei principi e li applicherò alla vostra condotta.
Voi vi occupate esclusivamente degli affari degli uomini. L’Imperatore, i signori, gli ufficiali, la plebe, ecco i vostri temi; parliamone. Pretendete morigerare queste quattro categorie, obbligarle a ben comportarsi, aspirando al risultato finale di un ordine perfetto nel quale tutti possano vivere felici e contenti. Arriverete davvero a creare un mondo senza sofferenza e senza lamenti?
Per affliggere il plebeo, basta che il suo campo non produca, il suo tetto goccioli, manchino cibo o vestiti, s’imponga una nuova tassa, le donne della casa litighino, i giovani manchino di rispetto agli anziani. Contate davvero d’arrivare a sopprimere tutte queste cose?
Gli ufficiali si rattristano per le difficoltà dei loro incarichi, i loro insuccessi, la negligenza dei loro subordinati, il mancato riconoscimento dei loro meriti, lo stallo negli avanzamenti. Potrete davvero cambiare tutto questo?
I signori si lamentano per la slealtà dei loro ufficiali, le ribellioni dei loro sudditi, la goffaggine dei loro artigiani, la cattiva qualità dei benefici loro pagati in natura, l’obbligo di recarsi spesso a corte a mani piene, lo scontento dell’Imperatore per i loro doni. Davvero farete che tutto questo non sia più?
L’Imperatore s’affligge per i disordini nello yinn e lo yang, il freddo e il caldo, che nuocciono all’agricoltura e fanno soffrire il popolo. S’affligge per le dispute e le guerre dei suoi vassalli, che costano la vita di molti uomini. S’affligge perché le sue regole sui riti e la musica sono poco rispettate, le sue finanze sono esaurite, le relazioni sono poco rispettate, il popolo si comporta male.
Come farete per sopprimere tutti questi disordini? Avete la qualità, avete il potere per questo? Voi che non siete né Imperatore, né signore, neppure ministro; semplice individuo, pretendete riformare l’umanità. Non è che vogliate più di quanto possiate? Prima di vedere la realizzazione del vostro sogno, dovreste innanzitutto liberare gli uomini dalle otto manie che vi voglio elencare: mania di impicciarsi degli affari non propri; mania di parlare senza riflettere prima; mania di mentire; mania di adulare; mania di denigrare; mania di seminare discordia; mania di screditare gli amici corrompendone la reputazione con la falsità; mania d’intrigare e d’insinuare.
Siete uomo da far scomparire tutti questi vizi?
E i quattro abusi seguenti?
Smania d’innovare per diventare famosi; usurpazione del merito altrui per avanzare se stessi; testardaggine nei propri errori a dispetto delle evidenze; ostinazione nelle proprie idee a dispetto degli avvertimenti.
Cambierete tutto questo? Quando l’avrete fatto, allora potrete cominciare a esporre agli uomini le vostre teorie sulla bontà e l’equità, con qualche probabilità che vi capiscano qualcosa».
Con il viso alterato e sospirando per l’emozione, Confucio si inchinò per ringraziare della lezione, si rialzò e disse: «Passi che sono un utopista, ma non sono un malfattore. Allora perché dappertutto sono così odiato, perseguitato, espulso? Che cosa m’attira tutti questi mali? Non capisco».
«Non capite? – esclamò il vecchio sorpreso – Davvero siete ben limitato! È la vostra mania di occuparvi di tutti e di tutto, di atteggiarvi a censore e giudice universale, che vi attira queste tribolazioni. Ascoltate questo racconto.
“Un uomo aveva paura dell’ombra del suo corpo e delle impronte dei suoi passi. Per sbarazzarsene, cominciò a fuggire. Ora, più passi faceva, più impronte lasciava; per quanto veloce corresse, la sua ombra lo seguiva senza lasciarlo. Credendo comunque che alla fine l’avrebbe spuntata con la velocità, corse tanto e a tal punto che ne morì”.
Lo stolto! Se si fosse seduto in un luogo riparato, il suo corpo non avrebbe più proiettato ombra; se fosse rimasto tranquillo, i suoi piedi non avrebbero più lasciato impronte; doveva solo restare tranquillo, e tutti i suoi timori sarebbero scomparsi.
E voi, che invece di ricercare la pace, continuate a cavillare sulla bontà e l’equità, sulle somiglianze e le dissomiglianze, su non so quali sottigliezze oziose, vi meravigliate delle conseguenze di questa mania, non capite che è irritando tutti che vi siete attirato l’odio universale? Credetemi, dal giorno in cui non vi occuperete che di voi stesso e vi dedicherete a coltivare il vostro fondo naturale; dal giorno in cui, rendendo agli altri ciò che gli compete, li lascerete tranquilli; da quel giorno voi non avrete più da patire alcuna pena. È chiudendo gli occhi su voi stesso, e aprendoli troppo sugli altri, che vi attirate tutte le vostre disgrazie».
Mortificato, Confucio domandò: «Cosa intendete dire con il mio fondo naturale?».
«Il fondo naturale, disse il vecchio, è la semplicità, la sincerità, la rettitudine, che ciascuno porta dalla nascita. Questo solo influenza gli uomini. Nessuno è toccato da una falsa verbosità; da lacrime, risate, un pathos da commediante. Mentre i veri sentimenti si comunicano agli altri, senza artifici di parole o gesti. E ciò perché provengono dal fondo naturale, dalla verità innata. Da questo fondo nascono tutte le vere virtù, l’affetto dei genitori e la pietà dei figli, la lealtà verso il principe, la gioia contagiosa nelle feste, la sincera compassione ai funerali. Questi sentimenti sono spontanei e non hanno nulla d’artificiale, mentre i riti in cui voi pretendete di imprigionare tutti gli atti della vita, sono una commedia fittizia. Il fondo naturale, è la parte che ogni uomo ha ricevuto dalla natura universale. Il suo verdetto è invariabile. È l’unica regola di condotta del Saggio, che disprezza ogni influenza umana. Gli sciocchi fanno esattamente l’opposto. Non traggono nulla dal proprio fondo, e sono alla mercede dell’influenza altrui. Non sanno stimare la verità che è in loro, ma condividono gli affetti frivoli e volubili della gente comune.
È un peccato, maestro, che abbiate speso tutta la vostra vita nella menzogna, e abbiate inteso esporre la verità solo così tardi».
Confucio si inchinò, si rialzò, salutò e disse: «Che fortuna avervi incontrato! Quale favore celeste! Ah! Maestro, non giudicatemi indegno di diventare vostro discepolo, in modo che servendovi abbia l’opportunità di imparare di più. Ditemi, vi prego, dove dimorate. Starò con voi, per completare la mia istruzione».
«No, disse il vecchio. L’adagio dice: “Rivela i misteri solo a chi è in grado di seguirti; non rivelarli a chi è incapace di comprenderli”. I vostri pregiudizi sono troppo radicati per essere curabili. Cercate altrove, io vi lascio».
E così dicendo, il vecchio diede un colpo di gaffa, e scomparve con la sua barca tra i giunchi verdeggianti.
Yen-yuan aveva già preparato il carro per il ritorno e Tzeu-lu presentava lo scalino per salirvi, ma Confucio non poteva staccarsi dalla riva. Infine, quando la scia della barca scomparve del tutto, quando alcun rumore di gaffa arrivò più al suo orecchio, si decise, a malincuore, a prendere posto sul suo carro. Tzeu-lu che camminava accanto, gli disse: «Maestro, è molto tempo che vi servo. Mai vi ho visto mostrare tanto rispetto e deferenza, a chicchessia. Ricevuto da principi e signori, trattato da loro alla pari, siete sempre stato altezzoso e sprezzante. Ed ecco che oggi, davanti a quel vecchio appoggiato alla sua gaffa, vi siete flesso ad angolo retto per ascoltarlo, vi siete inchinato prima di rispondergli. Queste testimonianze di venerazione non avevano qualcosa d’eccessivo? Noi discepoli ne siamo sorpresi. A quale titolo questo vecchio pescatore era degno di tali manifestazioni?».
Reclinato sul timone del carro, Confucio sospirò e disse: «You, sei decisamente incorreggibile; il mio insegnamento scivola, senza effetto, sul tuo spirito troppo grossolano. Avvicinati e ascolta! Non onorare un vecchio, significa mancare allo spirito dei riti. Non venerare un Saggio, significa mancare di senno. Non inchinarsi davanti alla virtù che brilla in un altro, significa fare torto a sé stessi. Ricordatene, zoticone! E se questo è vero per ogni virtù, quanto più è vero per la scienza suprema (Tao), mediante la quale tutto ciò che è sussiste, la cui conoscenza è vita e l’ignoranza morte. Conformarsi al proprio fondo naturale (in cui questa scienza riluce) dà il successo, opporsi ad essa è la rovina certa. È dovere del Saggio onorare la scienza suprema ovunque l’incontra. Ora quel vecchio pescatore la possiede. Potevo non onorarlo come ho fatto?».
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