Mi ero ripromesso di non entrare più in polemica su questo o altri Siti o Blog. Tuttavia una recente affermazione di un convertito all’islam a proposito della na sanscrita mi impone di intervenire per mettere la parola fine a una mistificazione che ha provocato fin troppi danni. Per informazione dei lettori la lettera na del devanāgarī (sanscrito) si scrive come segue:

Oppure, se si tratta della na cerebrale sanscrita, così:

Chiunque abbia una vista anche men che mediocre potrà osservare che tali lettere (in realtà si tratta di forme grafiche sillabiche, akṣarā) non possono in alcun modo essere ramenée[s] à ses éléments géométriques fondamentaux, nella forma seguente:

Una tale forma nemmeno esiste nelle varie grafie indiane derivate dal sanscrito. La verità è che, invece, quest’ultima è la lettera n dell’alfabeto vattan (variamente scritto wattan, con la t doppia o singola), invenzione occultistica di Saint-Yves d’Alveydre, come appare nel suo Archéomètre. Secondo costui, il vattan sarebbe stato l’alfabeto degli atlantidi, passato poi all’Egitto e da lì all’India. In realtà, quel poco che si sa dell’Atlantide ci proviene da Platone e, indirettamente, da fonti egizie sui Popoli del Mare. Saint-Yves d’Alveydre da dove avrebbe tratto le informazioni sull’alfabeto degli atlantidi? Da tavolini a tre gambe?

Su questa impostura le varie sette post-guénoniane hanno edificato le loro fantasie sulla “funzione” dell’islam alla fine dei tempi e, naturalmente, sulla loro indispensabile partecipazione a questa “funzione”. Michel Vâlsan si era ben accorto che l’argomentazione era priva di fondamento; ma doveva comunque sostenere la veridicità dei misteri della lettera nûn per non rinunciare alla “funzione” da svolgere a fine ciclo (in questi ambienti le “funzioni” sono una vera ossessione!). A tal fine ha scritto l’articolo Le triangle de l’androgine et le monosyllabe “Om”, in cui ha volutamente convalidato quanto segue: la veridicità dell’inesistente “alfabeto vattan”, la fantasiosa derivazione del devanāgarī dal vattan, l’immaginaria forma della na sanscrita ramenée à ses éléments géométriques fondamentaux e l’incontro tra la Tradition primordiale et la tradition islamique. Impossibile nel mondo inferiore (ma, contraddittoriamente, si afferma che l’incontro dovrebbe avere “une certaine corrélation dans l’ordre historique”) è dichiarata possibile dans le «monde intermédiaire». È lecito chiedersi cosa sia poi questo «monde intermédiaire». Se è bhuvas o antarikṣa, cioè la modalità sottile di questo mondo umano (e per di più in questo stato di veglia, aggiungiamo vedānticamente), cioè tutto ciò che corrisponde alla mente (antaḥkaraṇa), non ci possono essere distinzioni grossolane di alcun tipo: di nessuna tradizione, non soltanto dell’induismo e dell’islam. Se si allude al pralaya, questo non è nessun mondo intermedio, trattandosi allora di prājña. Se si allude allo stato di sogno, lì esistono le tradizioni dei puruṣa del mondo del sogno, che non sono quelle dell’umanità della veglia. Chi non fosse in possesso delle necessarie cognizioni per comprendere questa ultima affermazione, consulti il nostro sito Veda Vyāsa Maṇḍala.

Inoltre, nell’articolo citato, ci si imbatte anche in uno schema “simbolico” da cui si trae che le mātrā del monosillabo Oṃ corrispondono alle consonanti alif, waw e mim dell’arabo (per la verità la prima è una doppia alif-hamsa, essendo la prima lettera del nome di Adamo), ignorando che la au è un unico dittongo formato da due vocali brevi. Ma ogni forzatura va bene pur di fabbricare ulteriori “prove” a sostegno dell’incredibile rencontre tra induismo e islam.

Questa profezia sulla fine dei tempi non è attestata sul versante islamico né da Corano né da ’Aḥādīth, né da testi o tradizioni sufiche. Lo stesso dicasi sul versante hindū. Ma tutte le diverse sette post-guénoniane d’Europa, pur in accanita concorrenza tra loro, con fede unanime sostengono tale mistificazione. Forse, per i pochi che ne sono in grado, è arrivato il tempo di aprirsi a discriminazione e conoscenza.

Gian Giuseppe Filippi


1 commento

Enzo Cosma · 30 Maggio 2020 alle 18:20

René Guénon nel capitolo I misteri della lettera nûn illustra il simbolo della circonferenza della quale:

la semicirconferenza inferiore è la figura dell’arca, la semicirconferenza superiore è quella dell’arcobaleno

Dal testo precedente si evince che la prima circonferenza inferiore sarebbe associata alla lettera araba NÛN e la seconda superiore alla lettera sanscrita NA. Guénon aggiunge:

Si potrebbe quindi dire che l’unione delle due figure in questione rappresenta il compimento del ciclo mediante la congiunzione del suo inizio e della sua fine, tanto più che, nel caso che siano riferite più particolarmente al simbolismo “solare”, la figura del na sanscrito corrisponde al Sole nascente e quella del nûn arabo al Sole calante”.

Riguardo alla formazione del cerchio formato dalla lettera araba nun e la sanscrita na scrive:

la lettera corrispondente na, ricondotta ai suoi elementi geometrici fondamentali, si compone anch’essa di una semicirconferenza e di un punto; ma qui, essendo la convessità volta verso l’alto, è la metà superiore della circonferenza, e non più la sua metà inferiore come nel nûn arabo”;

Sembra perciò che si voglia utilizzare le due lettere NÛN e NA per formare la circonferenza integra, però più avanti scrive:

essendo ottenuta dall’unione di due nûn” (étant obtenue par l’union de deux nûn),

Ma che fine ha fatto la NA? Non compare più nella formazione della circonferenza. Sembrerebbe che nella formazione della circonferenza si perda allo scopo di soddisfare il conteggio numerico 2×50=100. Questo rimanda ad un altro enigma: ammesso che ci sia un uso non chiaro e uno scambio della NA con la NÛN per rappresentare la semicirconferenza superiore, sembra si possa dedurre che in questo schema la lettera NA valga 50 come la NÛN araba: non è così (1).
Infatti è la N (ENNE) dell’alfabeto Watan che ha valore 50, oltre alla NÛN, non la NA devánāgarī (2). Nel sistema Aksharapalli che usa le singole lettere e l’accoppiamento sillabico la lettera NA ha valore 2. Un riferimento antico ci dice che il sistema Āryabhaṭa usava le lettere del devánāgarī come numerico ma anche in questo caso il valore della lettera NA è 20, anche quando la lettera è accompagnata dalla lunga ha valore 2.000. I conti perciò non tornano. Anche nel sistema di Kaṭapayādi (nome composto dalle 4 lettere che valgono «1») (3), che risale al VII secolo, la lettera NA, rappresenta lo «0 (Zero)», e questo giustifica due aspetti differenti:
1° la NA, isolata o suffisso, è la negazione grammaticale: «no», «non», «assenza di…» (4);
2° la forma dello «0 (Zero)» è presente nella parte iniziale del tratto orizzontale (v. infra). Questo sistema è utilizzato in Matematica, Astronomia e soprattutto nella classificazione della musica Carnatica (5).
Nel sistema Nagari del XI secolo lo «0 (Zero)» è già scritto sotto forma di cerchio; cerchio che ritroviamo anche nella lettera come parte iniziale del tratto orizzontale; ricordiamo inoltre che la lettera NA, isolata o suffisso, indica la negazione, significato che si presta all’associazione con lo «0 (Zero)».

Kaṭapayādi

Veniamo alla forma della NA: il devánāgarī non permette, come altri alfabeti, variazioni grafiche della lettera se non per iniziativa di qualche spirito creativo; la scrittura della lettera NA (6) è per questo istituzionale e dovuta al rigore necessario all’unione delle lettere tra loro, questa forma non può essere perciò arbitraria (7); il trattino superiore orizzontale potrebbe (ma non lo è mai) essere considerato superfluo, quello verticale è del tutto necessario. Infatti rappresenta la vocale (generalmente la A breve) su cui s’appoggia il segno consonantico. Si tratta di un sistema sillabico e la consonante deve essere sempre appoggiata su una vocale, come è anche in questo caso della NA. La N senza gambetta verticale come nasalizzazione esiste solamente in composizione con altre consonanti o alla fine delle parole tronche. Ma allora non è più una NA. Questa nasalizzazione (simile a quelle del francese) è anche rappresentata da un punto soprascritto (anusvāra) che può essere posto anche al centro di una mezzaluna (ardhacandra), assumendo la stessa forma di una piccola NÛN araba! Anche in questo caso, quanto sostiene Guénon è contraddetto, trattandosi di una forma rovescia rispetto alla ENNE dell’alfabeto Watan.

Enne Wotan

È evidente che si tratti di una linea orizzontale che inizia con un cerchio a sinistra (poi sintetizzato in uncino ma non un punto, la ragione supra) (8) e il tratto orizzontale fino all’asta verticale a destra: la forma circolare e il tratto orizzontale è presente anche in alcune versioni nell’antico stile Gupta così come il tratto orizzontale che incrocia il verticale nello stile Brāhmī. È sufficiente consultare i numerosi manoscritti antichi scritti in devánāgarī per verificare che la lettera non ha mai cambiato la sua forma.
Il disegno del tratto curvo anziché orizzontale non appartiene al devánāgarī ma al Bengalese (anche Bangla lipi) che è un alfabeto derivato dal devánāgarī.
Inoltre nel devánāgarī non potrebbe essere ammesso questo tratto ricurvo perché si confonderebbe con la TA che ha appunto il tratto semicircolare mentre nel Bengalese questo è ammissibile perché la TA assume una forma molto differente.

Na e Ta Bangalesi

Rimane il fatto che questa NA del Bengalese non corrisponde in qualunque caso alla ENNE dell’alfabeto Watan, il Bengali deriva infatti dal devánāgarī e non da uno sconosciuto alfabeto atlantideo (9).
Qui sotto lo schema didattico per il disegno della lettera NA devánāgarī:

NA devánāgarī

Concludendo questa serie di appunti osserviamo che Guénon nell’articolo citato propone il simbolo dell’arca e dell’arcobaleno che presenta la sua validità finché non entrano in gioco le lettere; infatti abbiamo abbondantemente dimostrato che la NA non si presta a questa associazione perché ridotta ai suoi éléments géométriques fondamentaux si mostra come semplice tratto rettilineo o cerchio e tratto rettilineo, in entrambi i casi sempre con il tratto verticale che indica la vocalizzazione, quindi solo in questo caso NA; quando il tratto verticale è eliminato è perché si unisce con altra consonante ma allora non è più NA ma altra forma sillabica (v. supra).

Elementi fondamentali Na

Detto ciò Guénon quando deve trarne un calcolo (2×50=100) sa che non può usare in nessun caso la NA devánāgarī perché i numeri non corrispondono, quindi, come egli stesso scrive, la circonferenza è “ottenuta dall’unione di due nûn” perciò decade totalmente la ragione espressa nella parte finale dell’articolo illustrando come

l’incontro delle due forme tradizionali che corrispondono al suo inizio e alla sua fine, e che hanno rispettivamente come lingue sacre il sanscrito e l’arabo: la tradizione indù, in quanto rappresenta l’eredità più diretta della Tradizione primordiale, e la tradizione islamica, in quanto “sigillo della Profezia” e, di conseguenza, forma ultima dell’ortodossia tradizionale per il ciclo attuale.

Nel simbolo della circonferenza associata al calcolo numerico, avendo utilizzato solo la NÛN è presente solo una forma tradizionale, quella islamica; inoltre è bene osservare che in questa applicazione, ritraducendo il calcolo in simboli, 100 è unione di due NÛN, ma se la NÛN, come dice Guénon è simbolo dell’arca, la circonferenza rappresenterà due arche, una sovrapposta all’altra di cui una capovolta, simbolo al quale non riusciamo a dare un significato coerente con quanto proposto nell’articolo (10).
Un’ultima osservazione per chi ha letto l’articolo: il sole quanto si leva e quando tramonta ha la medesima forma: ossia l’orizzonte lo divide a metà, lasciando visibile in entrambi i casi il suo semicerchio superiore, Guénon invece afferma nell’articolo che il sole al tramonto è rappresentato dalla metà bassa del cerchio; al contrario, la parte inferiore (che formerebbe la lettera NÛN vera e propria) è l’aspetto oscurato del sole all’osservatore che ha ragioni simboliche ben differenti e contrarie all’intenzione propria del simbolo descritto nell’articolo. Pensiamo perciò che l’applicazione valida del simbolo resti quella dell’arca e dell’arcobaleno, simbolo al quale, lo abbiamo mostrato, non è possibile associare alcuna lettera e di conseguenza nessuna forma tradizionale di inizio o fine ciclo. 

NOTE
1) Non ci vogliamo occupare con questa risposta del seguito dell’articolo di Guénon perché qui l’oggetto in discussione è solo la lettera NA.
2) “Les valeurs numériques des lettres constitutives, d’après l’Archéomètre […] des lettres planétaires […] N = 50”, L’Archéomètre, dans La Gnose septembre-octobre 1910 (1re année, n° 10). Si trovano differenti scritture del nome dell’alfabeto, oltre Watan anche Watan, Vatan, Vattan ecc.
3) Śaṅkaravarman (1774–1839) nel testo Sadratnamāla spiega il fnzionamento del sistema nel seguente verso:
Traslitterazione:
nanyāvacaśca śūnyāni saṃkhyāḥ kaṭapayādayaḥ
miśre tūpāntyahal saṃkhyā na ca cintyo halasvaraḥ

Traduzione: na (न), ñ (ञ) e a (अ), cioè le vocali rappresentano zero. I nove numeri interi sono rappresentati dal gruppo di consonanti che iniziano con ka, ṭa, pa, ya. In una consonante unita, conta solo l’ultima delle consonanti. Una vocale senza consonante deve essere ignorata.
4) A Sanskrit-English Dictionary: Etymologically and Philologically, pag. 523.
5) In questo caso il numero di riferimento al raga cantato è composto dalle prime due sillabe.
6) Lettera che appartiene al gruppo di lettere tavarga, classe delle consonanti dentali.
7) Il disegno curvo del tratto correttamente orizzontale non è possibile perché non permetterebbe la corretta unione con le altre lettere e si confonderebbe con la TA che ha appunto il tratto semicircolare.
8) In arabo lo zero è indicato con il punto ma nel sistema indiano con un cerchio.
9) A proposito, spiace non si affronti con il dovuto distacco l’argomento relativo all’alfabeto Watan di Saint-Yves d’Alveydre di matrice occultistica e atlantidea (e quanto vi è implicato anche in altri aspetti); la soluzione della questione trattata sarebbe assai più facile fin dall’inizio.
10) Passando perciò ad altro significato è in questo senso che ha ragione Guénon che “il congiungimento debba operarsi nel «mondo intermedio»” .

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