Ho ricevuto la tua lettera.

Il Sanātanadharma consta di due modalità: pravṛttidharma1 e nivṛttidharma2.

Pravṛttidharma è la causa del progresso (abhyudaya); cioè origina ciò che accadrà in questo mondo e nel prossimo. Alle nozze il marito promette alla moglie: “Non mi allontanerò dal dharma, da artha (ciò che è utile) e da kāma senza di te” – questo fa parte di abhyudaya. La felicità che proviamo in questo mondo è ancora migliore se eseguita con il culto di Parameśvara, rispetto agli sforzi puramente mondani. Questo è pravṛttidharma.

Sto facendo questo preambolo perché pravṛttidharma non coinvolge  solo se stessi ma anche i propri familiari. È dovere di un capo famiglia prendersi cura dei suoi familiari in modo adeguato e guidarli sulla via del dharma affinché possano raggiungere la felicità in questo mondo e nell’altro.

La questione di nivṛttidharma è diversa. In questo percorso, la propria pratica spirituale è importante per ottenere risultati per se stessi. È anche vero che attraverso il satsaṅga si possono in qualche misura trarre benefici, ma alla fine ciascuno è il solo responsabile della propria realizzazione del fine supremo della vita ( parama-puruṣārtha).

Anche all’interno di questo percorso di nivṛttidharma, il primo passo è costituito dalla purificazione della mente (karmayoga) e ciò attraverso pravṛttidharma, ma in una prospettiva diversa. Quando un mumukṣu compie il suo dovere senza desiderare alcun frutto, esclusivamente per il culto di Parameśvara, ciò determina la purificazione della coscienza (cittaśuddhi) necessaria per il nivṛttidharma. Dunque il  karmayoga viene fatto mentre si vive in famiglia. Ma quando sorge un intenso desiderio di parama-puruṣārtha, che è più grande del frutto di qualsiasi karma, ci si dovrebbe sbarazzare dei propri beni, compiere atti di carità e rinunciare a tutto il karma nel modo prescritto. L’inclinazione verso una tale sannyāsa deriva dal merito acquisito nelle vite precedenti. Quando insorge, ci si dovrebbe dedicare immediatamente a nivṛttidharma. E in questo, non c’è possibilità di avere compagni come in pravṛttidharma.

Dopo che hai adempiuto ai tuoi doveri verso i familiari, loro non hanno più alcun diritto su di te. Chi fatica esclusivamente per il loro progresso dimenticando il proprio obiettivo supremo commette un suicidio spirituale. Una persona concentrata sul pravṛttidharma ha molti doveri; e se cerca di evitarli per pigrizia diventa meritevole dell’inferno, perdendo sia questo mondo che l’altro. Ma quando la mente cerca la Verità con intenso distacco, chi dice: “Lavorerò per quelli della mia famiglia che sono in difficoltà” non fa altro che ingannare se stesso. Uno che finge di essere distaccato e dichiara: “Ho una intensa spassionatezza (vairāgya), diventerò un sannyāsi”, è un imbroglione. Una persona così rovinerà se stessa e chi si fida di lui. Esamina te stesso: è sorto il vero vairāgya dentro di te? Stai praticando i precetti prescritti dalle Scritture per il progresso spirituale? Se è così, allora il detto “yadāhareva virajet tadahareva pravraj ēt”, “Si dovrebbe rinunciare al mondo nel momento in cui non si prova più passione per questo”, si applica a te e se seguirai subito quella strada, ne trarrai beneficio.


  1. In senso generale questo termine indica la disciplina che si raggiunge partendo dall’attività mondana inerente il proprio stato, svolta con la profonda intenzione di metterla al servizio del progresso spirituale. Dunque questo percorso prevede anche l’esecuzione di  rituali nella convinzione che il loro influsso possa propiziare l’obiettivo, a condizione però che non  si tratti di una esecuzione meccanica, ma mediata da una tecnica che potrebbe essere definita come “meditazione contemplativa” [N.d.T].[↩]
  2. Si tratta della pratica spirituale fondata sulla rinuncia all’attività mondana, alla partecipazione personale agli affari, agli eventi e alle azioni comuni al processo di vita samsarico, comprese quelle rituali prescritte dalla religione. Mira all’immediato ritiro nella propria natura essenziale che è la dimensione dell’unica Realtà dell’Essere [N.d.T.].[↩]

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