In questo studio, Giuseppe Di Blasi, ricerca sulla base delle fonti latine le origini della tradizione in terra d’Italia, mettendo in evidenza, con obiettività, luci ed ombre che ne hanno caratterizzato la storia e l’influenza esercitata nel mondo. Ma quello che ci sembra più interessante e che forse va addirittura oltre le conclusioni proposte, è il “connotato primordiale” che si mostra a partire dal mito la cui origine è in Apollo, divinità iperborea, fino agli eventi principali di questa civiltà che vede con la fondazione di Roma la definitiva acquisizione dell’eredità troiana. Inoltre l’Autore, pur mantenendo ferma la sua posizione, nei capitoli conclusivi ricorre per fornirne migliore spiegazione, a termini tecnici del Sanātana Dharma. Così a fronte di questo articolo, riteniamo che si possa leggere con più compiutezza l’affermazione che “senza dubbio alcuno, da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante la «catena della tradizione» in terra italiana non fu mai interrotta”.
La Redazione
Per comprendere appieno la civiltà che più di tutte ha informato di sé l’Occidente europeo, dobbiamo partire da quello che è il suo principio primo. Il principio primo della civiltà latina è il Dio Saturno, affermazione basata sull’ autorità dell’Eneide1:
Primus ab aetherio venit Saturnus Olympo
arma Iovis fugiens et regnis exul ademptis.
La Origo gentis Romanae, opera attribuita ad Aurelio Vittore, una vera e propria arca che traghettò nel medioevo le reliquie più preziose, annalistiche e poetiche, sulle origini della stirpe italica, ci offre un’interpretazione esegetica di capitale importanza di quel primus, che sarebbe da intendere non nel senso cronologico di “prima di Saturno nessun altro”, ma attribuendo al termine un senso di primazia, di autorevolezza, intendendo il verso più o meno così: “Primo degno di menzione giunse Saturno et cetera”.2
Questa esegesi è necessaria, dal momento che la tradizione riporta che prima di Saturno l’Italia era governata da Giano, dato incontestabile e ben noto agli autori latini, che anche Virgilio dimostra di conoscere; siamo dunque portati a pensare che il primato di Saturno non può essere inteso in senso assoluto, bensì solo nel secondo senso esposto sopra. Saturno dunque non è il primo re in assoluto, ma il primo re del Lazio, l’origine della memoria storica di un ciclo ben definito, rintracciabile attraverso una storiografia appartenente a quella stessa civiltà, al di fuori della quale però c’era dell’altro.
Questa affermazione è basata sulle notizie che abbiamo riguardo l’epoca precedente, vale a dire quella di Giano. Prima dell’arrivo del Dio esule incalzato da Giove, il Lazio non aveva nome e i suoi abitanti erano esseri soprannaturali chiamati Fauni e Ninfe, privi di memoria e ignari dei loro antenati, felici abitatori di boschi e foreste; così la terra di Giano è immersa in una condizione di primordiale indifferenziazione, poiché essa non porta ancora né il nome di Italia né quello di Lazio e qualsiasi collocazione spazio-temporale è lasciata nel vago in quello che è uno stato di natura anteriore a qualsiasi forma di civitas tradizionale. Potremmo dire che la precedenza di Giano rispetto a Saturno è quella dello stato di natura, indefinito nel tempo, sull’entità politica definita da un nome e connotata da una propria memoria storico-temporale; ragion per cui il primato del Dio esule, affermato nell’Eneide, è prettamente temporale e vale soltanto all’interno di una serie ben definita, la quale, nell’ottica dei testi che stiamo analizzando, non è altro che il corso degli eventi della civiltà latina, mentre Giano di contro è un primo al di fuori della storia.3
Dopo il suo arrivo l’esule è ospitato con tutti gli onori da Giano e in quella terra ancora senza nome fonda subito una propria rocca su di un colle da lui chiamato Saturnio, il futuro Campidoglio della storia romana; la tradizione specifica che la cittadella saturnia sorgeva nelle vicinanze della rocca di Giano, nota ai Romani come Gianicolo, come riporta Virgilio nel verso seguente4:
Hanc Ianus pater hanc Saturnus condidit arcem
In contrapposizione a Saturno, esule venuto da fuori, Giano rappresenta dunque nella tradizione italica la tanto sospirata autoctonia, la fine di quella disperata ricerca delle origini nella quale gli Italiani sono sempre frustrati; difatti, pensando di trovare i propri antenati all’inizio di una serie temporale, finiamo sempre nell’imbatterci, al principio dei nostri borghi e delle nostre regioni, soltanto in esuli, migranti, orde barbariche e fuggitivi di altre nazioni, di cui Saturno rappresenta in qualche modo l’archetipo; di contro l’epoca di Giano è l’unica in cui l’Italia – o meglio l’entità cui oggi diamo questo nome – sfugga a qualsiasi identificazione etnica o spazio-temporale della volgare geografia e, pertanto, l’unica in cui il desiderio di rintracciare le nostre origini possa essere appagato.5
Tuttavia, nei testi della prospettiva latina, quindi saturnia e perciò eminentemente storica, questo stato indifferenziato è sovente considerato come una condizione di sterile barbarie, dalla quale gli esseri devono necessariamente uscire. I Fauni infatti sono descritti come abitanti dei boschi, generati dal duro legno delle querce, che vivono solo di razzia e di caccia e sono del tutto sprovvisti di scienze ed arti:
Haec nemora indigenae Fauni Nymphaeque tenebant
gens virumque truncis et duro robore nata
quis neque mos neque cultus erat nec iungere tauros
aut componere opes norant aut parcere parto
sed rami atque asper victu venatus alebat6
Di fronte a tale stato caotico, privo di qualsiasi connotazione civica, Saturno opera come un legislatore:
Is genus indocile ac dispersum montibus altis
composuit legesque dedit Latiumque vocari
maluit, his quoniam latuisset tutus in oris7
Saturno raduna e fissa i Fauni vaganti (composuit), li raggruppa in una precisa entità giuridica, dando loro il mos maiorum e le leggi; il legislatore opera sullo spazio non civilizzato dei Fauni quell’effetto di polarizzazione della materia primordiale che in ambito macrocosmico è il primo atto della creazione, rappresentato col simbolismo geometrico del punto. Saturno pone in qualche modo fine all’indefinito spazio-temporale dell’epoca di Giano, creando un’unità civica autocosciente, pronta a percorrere il cammino della successione evenemenziale del proprio ciclo storico. Dobbiamo dunque considerare questo Saturno descrittoci dall’annalistica non solo come temporale ma anche come un principio di compressione, che tende a condensare l’indefinita distesa dello spazio primordiale e non civilizzato in un unico punto definito, al quale conferisce un nome, un forma culturale e delle arti e mestieri atti a farlo durare nel tempo8.
Per quanto riguarda il nome, Saturno chiama Lazio il luogo d’arrivo, poiché i suoi abitanti nascondono il fuggiasco (dal latino lateo “restare nascosto”) dalle armi di Zeus, rappresentante della giustizia cosmica del nuovo ciclo. I primi Latini sono dunque i Fauni che occultarono Saturno e recepirono la sua legge e le sue scienze sacre; a questo proposito, nel corso dell’esposizione useremo il termine “latino” sempre in questa sua accezione etimologica, al fine esclusivo di indicare l’appartenenza alla tradizione di Saturno e alla sua legge ed evitando per quanto possibile di attribuirgli quel vago significato etnico proprio dell’ambiente accademico.
Anche le scienze sacre che il Dio insegna ai Fauni sono eminentemente temporali, permeate della natura del loro maestro: nell’elenco dell’Origo gentis esse sono nell’ordine l’agricoltura, l’arte di aggiogare i buoi e la metallurgia9. Se consideriamo attentamente queste tre attività in questo stesso ordine di esposizione, troveremo che esse rappresentano la progressiva compressione dell’ambiente cosmico durante il decorso di un ciclo. Il campo vegetale, dominio d’azione dell’agricoltura, è infatti a uno stato di solidificazione ancora iniziale e primigenio; quest’arte è infatti descritta in vari testi sacri come la prima forma di operatività con la quale l’Umanità, appena uscita dallo stato precedente di indifferenziazione, interagisce in un mondo ancora puro e incontaminato10. I buoi aggiogati sono gli elementi mobili progressivamente domati e sottoposti alle limitazioni della solidificazione ambientale, mentre i metalli sono gli elementi giunti al massimo grado di solidità, lo stadio ultimo di concrezione e accentramento della materia prima della dissoluzione finale. Saturno dunque non dona ai Latini delle scienze adatte al loro tempo, come banalmente si potrebbe pensare, ma dà loro un’arca di scienze che è un viatico capace di traghettare i suoi discepoli attraverso tutti gli indefiniti mutamenti ciclici della storia. Il fatto che le arti del magistero saturnio comprendano tutti gi stadi del processo di compressione del mondo mostra che il Dio così inteso è associato al tempo concepito come somma delle modificazioni di un intero ciclo, dall’età dell’oro fino alle caligini dell’età oscura11.
Questa identificazione col tempo però serba per sua natura innumerevoli pericoli e insidie; tutto ciò che ricade nel dominio del tempo infatti percorrerà necessariamente il corso del proprio sviluppo fino alla dissoluzione. Saturno è dunque un principio davvero bifronte che cambia sensibilmente aspetto in base al punto di vista dal quale lo si considera: se ci si pone dalla prospettiva degli esseri che vivono secondo le sue leggi, immersi nel dominio della storia e del tempo, Saturno è l’inizio di un nuovo ciclo, il benefico legislatore che pone fine a uno stato di selvatichezza, di fatuo vagare e di letargia morale priva di responsabilità, dispensando leggi di socievolezza e importanti ausili al ben vivere; se però lo si osserva dal punto di vista degli esseri primordiali, egli è l’assillo del tempo e del suo attivismo, venuto ad annunciare la fine dell’età dell’oro, la perdita di tutti i benefici spirituali e materiali propri di quell’epoca e la prosecuzione ineluttabile nella discesa ciclica.
La prima delle due prospettive sarà quella dell’essoterismo romano, condivisa dall’annalistica antica fino alla Cronache medievali12; essa avrà importanti riverberi sulla mentalità della massa plebea delle città latine e italiche, formando purtroppo lo scheletro di quell’opprimente pragmatismo nostrano che intorbida ancora oggi la storia europea: difatti i ceti produttivi romani applicheranno in maniera distorta nel mondo esteriore le arti di Saturno, danneggiando irrimediabilmente l’ambiente e la mentalità dei popoli conquistati attraverso l’uso abnorme dell’agricoltura intensiva, dell’edilizia e dello sfruttamento minerario e imponendo ovunque uno stile di vita sedentario, uniformante e spesso letale per gli usi e i costumi delle popolazioni nomadi. Nei principi saturni così fraintesi e applicati in maniera ottusa all’esteriorità si può davvero scorgere il minimo comun denominatore del grande ruolo svolto da Romani, Italiani e poi Occidentali nell’opera di solidificazione degli ultimi tremila anni di questa età oscura13.
Alcuni testi latini a noi pervenuti mostrano però di concepire il Dio Saturno in un modo completamente diverso, al fine sia di evitare la deriva e i pericoli descritti sopra, sia di offrire una più profonda realizzazione spirituale; infatti autori augustei come Virgilio e Tibullo evitarono sempre di accettare la prospettiva essoterica del Dio e lo considerarono in un modo molto distante dal legislatore esule. Tracce di questo speciale concetto di Saturno sono presenti in quei testi della latinità dove vengono descritte le caratteristiche dell’età dell’oro, la prima età dell’uomo in cui la terra offriva spontaneamente i propri frutti, senza alcun bisogno delle difficili operazioni dell’agricoltura e delle altre artes insegnate ai Fauni dall’esule:
Ante Iovem nulli subigebant arva coloni
nec signare quidem aut partiri limite campum
fas erat, in medium quaerebant, ipsaque tellus
omnia liberius nullo poscente ferebat14.
Questa e altre descrizioni simili mostrano uno scenario inconciliabile con il Saturno descritto dall’annalistica: Virgilio dice che ante Iovem – espressione che indica l’età di Saturno, sovrano universale dell’epoca anteriore a Zeus – la terra non era divisa e dava spontaneamente i suoi frutti (ipsaque tellus) a esseri privi di desiderio (nullo poscente); questo è il discrimine fondamentale tra il Saturno virgiliano e il Saturno essoterico: il regno del primo è anteriore all’uso e al bisogno dell’agricoltura, arte di cui il secondo Saturno è il celebrato inventor15.
Inoltre, l’assenza di divisione della terra ci rimanda a un epoca ancora primordiale, dove gli effetti del tempo non esercitano ancora tutta la loro asprezza separativa; la divisione infatti è una caratteristica del tempo16. Dall’assenza di coloni poi (nulli coloni) si deduce l’assenza di cultus, concetto che indica il complesso di riti, norme di comportamento e di buoncostume proprie del vivere associato che il Saturno annalistico, come abbiamo visto, trasmette ai Fauni di Giano. Il Saturno virgiliano custode dell’età dell’oro è dunque concepito molto diversamente, diremmo quasi in opposizione al dio esule e inventor dell’annalistica; è un Saturno più puro, Re di un’epoca anteriore al bisogno di norme di civiltà più o meno uniformanti e la sua dottrina non è un insieme di artes e saperi minori atte a vivere e a sopravvivere nel corso della discesa ciclica; nel suo regno vige al contrario solo la mera contemplazione di uno stato paradisiaco, all’interno del quale gli uomini e gli altri esseri non sentono l’assillo del desiderio.
Il Saturno così concepito, da Virgilio e da altri iniziati latini e italici, sembra avere il suo corrispettivo annalistico in Giano e non nel suo omonimo: nel testo dell’Origo è infatti il regno di Giano a possedere quelle caratteristiche che nel testo virgiliano sono attribuite ai Saturnia regna17; è perciò abbastanza evidente che sotto il velo del nome di Saturno i nostri iniziati non veneravano certo il fuggiasco inventore di artes e mestieri minori, né il dispensatore di una legge essoterica omologante, ma la ricostituzione dello stato primordiale nella propria interiorità18.
All’interno di una singola tradizione Giano e Saturno dunque sembrano contendersi il ruolo di signori del tempo e di primi. Ora, se entrambi gli Dei sono legati al tempo, essi tuttavia ne rappresentano aspetti molto diversi, anzi diremmo opposti, proprio come i due volti di Giano, che mai si guardano l’uno con l’altro. Abbiamo già parlato del rapporto di Saturno col tempo, di come egli rappresenti il tempo in senso dinamico – prendendo come prova il suo stesso magistero di artes e leges – ovvero lo scorrere del divenire evenemenziale che forma, nella somma di tutti i suoi momenti, il totale delle modificazioni del ciclo, dalle origini fino alla dissoluzione finale. In questa accezione dinamica Saturno può benissimo essere rappresentato anche come Re dell’età dell’oro, ma questo suo regno, per quanto felice, è destinato a finire dal momento che, essendo immerso nell’inarrestabile fluire temporale, porta in sé sin dalle origini i germi della propria caduta; non a caso nei racconti antichi è sempre scritto che questo Dio perde il trono, che viene scacciato da Zeus e relegato in qualche luogo infero; questo indica che Saturno, rappresentando il tempo così inteso, è un principio prigioniero del dualismo ascesa-caduta, primordi-decadenza, fino al momento finale del ciclo, quando con la sua falce non può fare a meno di uccidere anche sé stesso. Al contrario Giano è posto col tempo in un rapporto completamente diverso; egli ne rappresenta in qualche modo il principio, di conseguenza vi è sì legato ma in un rapporto più profondo di quello degli altri Dei. Ovidio ce lo mostra in questi versi:
Praesideo foribus caeli cum mitibus Horis
It redit officio Iuppiter ipse meo.19
Giove va e viene vuol dire che Giano è il testimone delle ascese e cadute dei vari Urano, Saturno e Giove. Egli è espressione di una regalità più profonda e universale di quella ricoperta dai vari e momentanei signori di uomini e Dei delle mitologie; difatti in nessuna scrittura si parla mai dell’inizio del regno di Giano o della sua caduta e relegazione in qualche luogo infero o “occidentale” – come invece succede a Saturno-Crono – e questo perché il Dio, come se fosse al di fuori delle lotte di potere tra gli Dei della storia sacra, è in qualche modo il testimone perenne e il sostrato delle loro azioni e, in quanto guardiano delle porte del tempo (praesideo foribus caeli), ricopre una funzione durevole quanto il Manvantara stesso, al confronto del quale i regni di Saturno e di Giove, passati o venturi, rappresentano solo dei cicli minori.
Questa perennità non è però intesa in senso dinamico, sporcata dall’ombra della sua prossima fine o dal suo ineluttabile ripetersi in cicli dallo stesso destino, come per il tempo saturnio, ma è in qualche modo concepita come unica, totale, valida di per sé stessa; il tempo di Giano è quindi libero da ogni fatalismo o presagio crepuscolare, come se fosse toccato dall’idea di eternità, della quale diventa, secondo la sentenza platonica, una sorta di immagine in movimento20. Questo concetto di perennità, davvero inedito in un ambiente come quello romano e latino, costringe, una volta tanto, l’antichità classica al di fuori del divenire “storico” di divinità particolari, dei loro amori e delle loro guerre, tanto che Ovidio scrive:
Nam tibi par nullum Graecia numen habet.21
Dalle notizie su questo Dio che abbiamo nei testi romani – anche se non sono immuni da quella tendenza all’ironia o all’antropomorfismo tipici della cultura greco-latina, specie in Ovidio – emerge chiaramente quanto abbiamo detto su questa divinità, che è davvero il principio primo, riconosciuto valido anche in tutte le altre tradizioni e mitologie che si sono avvicendate in Italia: egli è descritto come presente ai tempi dell’età dell’oro, prima o contemporaneamente a Saturno, così come è testimone del regno di Zeus e del suo potere, ben cosciente che il suo regno dipende dalla rotazione dei suoi “cardini”. Lo vediamo poi, in epoche più recenti, interessarsi alle sorti di Roma e salvarla dall’assalto sabino di Tito Tazio, rendendo bollenti le solitamente gelide acque della fonte sacra prospiciente al suo tempio, così da sollevare una colonna di fumo e vapori che ostruì la vista al nemico e il tutto senza il minimo odio nei confronti di Giunone, sostenitrice dei Sabini, alla quale anzi Giano consentì di aprire le porte della città22. Come si vede Giano sembra comparire in piena libertà in ogni età ciclica e agire in un modo disinteressato che non siamo abituati a vedere nei racconti mitici della grecità che l’educazione scolastica ci ha imposto.
Giano è dunque il principio del tempo in quanto suo signore e dominatore, mentre Saturno è il tempo dinamico, costretto quindi a percorrerne tutto il ciclo, fino ad affrontate la sua stessa morte. Adottando il punto di vista annalistico potremmo infine affermare che, dei due volti di Giano, uno guarda all’età dei Fauni, al principio del tempo, l’altro verso il punto terminale della discesa ciclica; oppure che il primo volto è quello di Giano medesimo, re ospitante di una terra vergine, il tempo principiale, mentre l’altro appartiene al Saturno esule, l’inizio della storia, latore di quelle leggi del vivere civile di cui poi i Romani, gli Italiani e gli altri Europei hanno fatto lo scheletro della loro civiltà e delle sue anomalie.
Prima di concludere, dovremo fare alcune considerazioni sull’età dell’oro, le quali ci condurranno a sondare, nei ristretti limiti delle nostre competenze, le possibilità della dottrina latina quale la conosciamo dai testi a nostra disposizione e a gettare dei lumi su alcune delle possibili valenze dei volti di Giano dal punto di vista iniziatico.
Al di là di tutta la retorica sull’argomento fatta da classicisti o da “tradizionisti” italiani23, si è spesso detto come anche l’età dell’oro, proprio in quanto età ciclica, sia uno stato temporale; ragion per cui, a voler giudicare le cose con rigore, anche i Saturnia regna (o l’epoca di Giano, se si vuole) sono nel tempo, nel tempo qualitativamente più puro e fine, considerato allo stato principiale, dove i suoi condizionamenti sono certo ridotti al minimo, ma pur sempre nel tempo. Entrambe le concezioni, quella virgiliana profonda e quella essoterica propria della storiografia e della poesia minore, non escono dunque dalla temporalità. Diciamo questo perché a nostro modesto parere, sembra che oggi ogni principio ultimo di qualsiasi dottrina o via spirituale, venga scambiato per lo stato supremo fuori dal tempo, con annesso un deplorevole abuso di terminologia non-dualistica. Al contrario, la tradizione latina, anche nella sua purezza virgiliana, sembra essere ben lontana dalle realizzazioni delle dottrine dell’Oriente, anche quelle del non-Supremo. In tutta evidenza essa, almeno così come ce la presentano Virgilio e Dante, non solo non esce dalla condizione temporale, ma non supera neanche il dominio della buddhi individuale e dunque della comprensione intellettuale. Utilizzando la terminologia guénoniana ci permettiamo, per quanto possiamo, di considerare che probabilmente la tradizione saturnia conosceva soltanto la realizzazione orizzontale, l’insieme di pratiche catartiche di purificazione mentale atte a raccogliere al centro dell’individualità le energie psichiche e ricostruire dentro di sé, nel più fortunato dei casi, l’età dell’oro. Mentre sconosciute o perdute dovevano essere le pratiche correlate all’esaltazione, alla realizzazione verticale, ovvero quell’ascesa degli stati dell’essere culminante con la visio beatifica del Principio, di cui il Paradiso di Dante è somma raffigurazione poetica24. A darci conforto in queste affermazioni sono alcuni passi del Purgatorio riguardanti la descrizione del Paradiso Terrestre. Una volta terminata la scalata del monte delle anime purganti e raggiunta la cima Virgilio dice al fiorentino:
Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce.
E pochi versi dopo:
Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio
e fallo fora non fare a suo senno
per ch’io te sovra te corono e mitrio.25
Il poeta latino non ha più lo status di duca e autore, come durante la traversata agli Inferi e la scalata al Purgatorio; Dante ha assimilato tutto quello che il maestro Virgilio poteva insegnargli, adesso è diventato uno di quegli esseri per i quali legge è solo la propria interiore volontà; ciò vuol dire che non ha più bisogno di ingiunzioni e pratiche di purificazione da accettare per fede, ma è pronto per la più libera indagine intellettuale, rivolta non a qualche potenza o virtù particolare del dominio psichico, ma all’essere indiviso. Perché tutto ciò? Cosa ha di speciale il Paradiso terrestre rispetto agli altri luoghi precedenti della visione dantesca? La risposta è data al canto successivo per bocca di Matelda:
Quelli ch’anticamente poetaro
l’età dell’oro e suo stato felice,
forse in Parnaso esto loco sognaro.
Qui fu innocente l’umana radice;
qui primavera sempre ed ogni frutto;
nettare è questo di che ciascun dice.26
Lo stato primordiale dei Saturnia regna cantato dai poeti antichi, radice ovvero prima età dell’Umanità, è il centro del dominio individuale, intorno al quale l’iniziato ha raccolto le energie interiori prima disperse nel turbolento mare delle passioni, compiendo l’intero processo catartico del dominio psichico, che risulta dunque essere il campo di lavoro iniziatico all’interno del quale la guida virgiliana è efficace. Il poeta latino e la sua dottrina hanno offerto a Dante gli strumenti che gli permettono di elevarsi al di sopra dell’influenza del manas; ora che l’iniziato ha compreso la vera realtà della mente e dell’insieme delle facoltà dell’aggregato individuale non ha più bisogno del maestro che lo ha guidato nelle due cantiche precedenti, ma deve proseguire la ricerca con l’aiuto dell’Intelletto, il solo elemento che consente all’essere umano l’indagine profonda degli stati dell’essere. Lo scopo, diciamo meglio, l’anelito nascosto di questo intelletto attivo non è quello di perfezionare e purificare il composto corpo-mente, bensì di trascenderlo, attingendo ai cieli paradisiaci fino a godere della visione diretta del divino. Il magistero di questo anelito intellettuale, ancora venato dall’individualità nel poeta, sarà ricoperto dalla buddhi universale, che guiderà Dante nella cantica del Paradiso sotto le sembianze di Beatrice. Proprio quando Beatrice, questa nuova e più potente guida, dà inizio alla terribile requisitoria nella quale rimprovera il poeta di averla abbandonata, Dante si accorge della scomparsa di Virgilio, istantanea davvero, avvenuta si direbbe al di sotto della sua attenzione. Nella scomparsa di Virgilio al cospetto di Beatrice ravvisiamo il riassorbimento delle facoltà psichico-animiche del cercatore nella buddhi, della quale l’iniziato, dopo la purificazione nei fiumi Lethé ed Eunoé, sarà pronto a ricevere pienamente la benedizioni. La scomparsa del poeta latino di fronte a Beatrice ci sembra davvero l’eclissarsi di tutte quelle pratiche basate sull’ingegno e sull’arte – fatte per tenere a bada la mente – al cospetto della libera ricerca intellettuale e ci dà la misura della dottrina latina al confronto con l’iniziazione cristiana; evidentemente la provenienza orientale di quest’ultima garantì ai sinceri cercatori d’Occidente quell’approfondimento intellettuale e contemplativo dell’essere puro e indiviso che la mentalità latina e romana in generale aveva loro sempre negato27.
Riprendendo il simbolismo dei due volti di Giano e applicandolo al suddetto contesto iniziatico, potremmo dire che Dante riscopre la chiave d’oro del Dio, che apre le porte del Regno dei Cieli e dell’indagine sull’essere attraverso il Paradiso, chiave che invece la tradizione latina aveva perduto – sembra irrimediabilmente – a causa della sua identificazione con il volto saturnio e discendente28.
Si dovrebbe riflettere molto sul fatto che è stato proprio Dante – l’uomo che più volte nel suo poema chiama Virgilio lume, autore e maestro – a definire con grande rigore i limiti della dottrina del Mantovano e, necessariamente, delle vie spirituali dell’antichità romana, affermando con un simbolismo chiaramente riconoscibile che la dottrina latina, anche nelle sue realizzazioni più profonde, non va oltre la purificazione del mentale e la ricostituzione interiore dell’età dell’oro, la prima età, anteriore al Saturno exul e indefinita nel tempo ma pur sempre – e proprio per questo rapporto – ancora immersa in esso. Per proseguire l’indagine ancora più in profondità Dante dovrà abbandonare Virgilio e seguire maestri di dottrine ancora più elevate, delle quali purtroppo l’anima italica ha sempre sentito poco o nulla la benefica influenza29.
Giuseppe Di Blasi
- Eneide VIII, 319-320: “Per primo dal celeste Olimpo giunse Saturno, da esule, perduto il regno e in fuga dalle armi di Giove”.[↩]
- Questa esegesi del verso virgiliano è in Origo gentis Romanae I,2, la quale, come locus similis di questo uso di primus, porta indicativamente a confronto il secondo emistichio del primo verso dell’Eneide qui primus ab oris, riferito a Enea: l’arrivo di Saturno e l’arrivo di Enea sono dunque implicitamente accostati come due “inizi” ciclici di provvidenziale importanza, l’inizio della civiltà latina e il principio del “gentil seme” di Roma.[↩]
- Se Giano rappresenta l’autoctonia italica, o meglio l’autoctonia al di là delle categorie etniche, Saturno migrante è un principio temporale; anche secondo la logica più elementare le origini degli autoctoni sono sempre perse in un passato mitico dai tratti temporali e spaziali indefiniti, mentre al contrario la data d’arrivo del migrante è sempre ben definita nel tempo. Il pensiero moderno, privilegiando in tutti i campi ciò che è esteriore su ciò che interno, elogia in maniera sempre più sperticata il migrante, sostenendo apertamente che ogni cultura, ogni entità politica nella storia sia stata frutto di migrazioni, mescolanze, prestiti esterni; al contrario si fa di tutto per diffamare il concetto di autoctonia, ritraendo gli indigeni di ogni dominio geografico e periodo storico immancabilmente come dei barbari chiusi e rozzi, oltremodo bisognosi del dinamismo “civilizzatore” di apporti esterni. Gli Italiani, popolo di migranti per eccellenza, hanno avuto gravi responsabilità nella diffusione di queste idee perniciose.[↩]
- Eneide VIII, 357: “Questa rocca fondò padre Giano, quest’altra Saturno”; il titolo di pater e il fatto che sia citato nel primo emistichio sono due elementi che ancora una volta segnalano la preminenza di Giano su Saturno (cfr. Origo IV,1).[↩]
- È doveroso precisare che questo assoluta primazia non toglie che anche Giano, nella tradizione greca e cristiana, abbia anch’egli una genealogia ben precisa: il Dio, secondo una leggenda raccolta anche da Origo I, 2 è figlio di Creusa e del Dio Apollo e trascorre la fanciullezza all’interno del tempio di Delfi. Apollo è il Dio Sole celebrato a Roma ad Agosto e in Dicembre come Sol Indiges, caratterizzato dallo stesso epiteto di autoctonia riservato ai Fauni e alle Ninfe. La nascita da Apollo prova incontestabilmente il ricollegamento di Giano al centro supremo, mentre l’arrivo per mare e la discendenza da Creusa, figlia del re ateniese Eretteo, sembra alludere al fatto che l’Italia abbia ricevuto il ricordo dei primordi da centri atlantidei istituiti dopo il diluvio. Il legame tra Delfi, la Grecia e l’Italia è dunque ben più antico degli eventi dell’VIII a.C. o del II a.C., come ritiene la storia ordinaria.[↩]
- Eneide VIII, 314-318: “Questi boschi li occupavano i Fauni e le Ninfe autoctoni, stirpe di forti nata da tronchi di dura quercia, che non aveva mos né culti né sapeva aggiogare tori, fabbricar manufatti o risparmiare sul raccolto; la caccia violenta e i rami fornivano loro sostentamento”.[↩]
- Eneide VIII, 321-323 “Egli (Saturno) radunò questa razza poco avvezza ai comandi e dispersa tra alti monti, diede loro leggi e volle che (la regione) avesse nome di Lazio, poiché in queste plaghe rimase nascosto (latuisset) al sicuro”.[↩]
- Anche gli ecisti e fondatori della tradizione greca come Teseo e Licurgo danno origine alle proprie comunità “riunendo villaggi sparsi”, in analogia al processo cosmogonico di condensazione della materia primordiale in un unico punto definito.[↩]
- Origo gentis III, 2 e ss.[↩]
- Questo primo stadio corrisponde al giardino dell’Eden e alla funzione di Adam come “coltivatore” descritta in Genesi 2,5; la visione del mondo latina e quella del semitismo atlantideo hanno dunque nel primato cronologico dell’agricoltura un punto in comune.[↩]
- Così inteso Saturno è il deus falcifer (Fasti, 1, 234), il dio armato di roncola, strumento per le operazioni di potatura e quindi di morte, termine di ogni processo temporale.[↩]
- Giovanni Villani, Cronica XXIII: “E quello Saturno arrivò nel paese di Roma, che allora signoreggiava Giano, uno dei discendenti di Noè; ma la gente era allora molto grossa e vivevano, quasi come bestie, di frutta e di ghiande e abitando in caverne. Quello Saturno […] addrizzò quei popoli a vivere come gente umana e fecegli lavorare terre e piantare vigne, edificare case e terre e città murare […]”. La discendenza di Giano da Noè, il “giusto” sopravvissuto al diluvio esprime nel linguaggio cristiano la stessa discendenza atlantidea suggerita dal mito greco di Ione, figlio di Creusa, a sua volta figlia di re Eretteo ateniese.[↩]
- Oggi assistiamo agli effetti ultimi di questa compressione saturnia: l’annullamento pressoché totale delle distanze e il conseguente rimpicciolimento del mondo fino all’infinitesimo non sono altro che le conseguenze dello arti e dello psichismo saturnio applicati in maniera distorta dagli Europei.[↩]
- Georg. I, 125-128 “Prima di Giove nessun agricoltore lavorava i fondi, non era neppure lecito delimitare o dividere i campi con pietre di confine, tutto mettevano in comune (gli uomini) e la terra spontaneamente, senza che fosse richiesto, generosamente produceva ogni cosa”. Altri passi sull’età dell’oro attribuita al regno di Saturno sono Ovidio Met. I, 89-115 e Tibullo, I, 3, 35-48.[↩]
- Nel Ramayana, Uttarakhanda 74, il veggente Narada spiega a Rama come l’agricoltura nasca nel Tretayuga, successivamente dunque alla prima età, in seguito al prepotere degli kshatrya, che iniziarono ad appropriarsi di scienze e pratiche ascetiche prima appannaggio esclusivo dei brahmana. La visione di Virgilio dei Saturnia regna è dunque in accordo con i kavi della Tradizione primordiale.[↩]
- Ci rifacciamo a quanto diceva Guénon sulla parola sanscrita kala, che significa “tempo”, ma che è omografa di un’altra parola avente il significato di “parte” o “sezione”, legata alla prima da un evidente rapporto nirukti. Ricordiamo che uno dei primi atti di legislatori ed ecisti greci è sempre il γῆς ἀναδασμός, la “suddivisione dei lotti di terra” tra gli appartenenti alla neonata comunità politica: lo spazio primordiale della coscienza, indiviso e continuo, diviene spazio mentale, geometrico e divisibile, adatto ai bisogni ordinari della quotidianità.[↩]
- Per Giano come custode dell’età dell’oro si veda Fasti 1, 247-254. Nell’annalistica però, genere che necessariamente assume il punto di vista temporale del “legislatore”, il regno di Giano è descritto come selvaggio e barbarico, come fa anche la Cronaca del Villani; va da sé che chi assume il punto di vista essoterico della dottrina saturnia considera come caotico e informe tutto ciò che precede la fondazione legale della propria tradizione.[↩]
- In definitiva, se Virgilio, insieme agli altri augustei e a Dante, concepivano il proprio Saturno con i tratti di Giano, a rigore dunque il concetto di età aurea non può più essere definito “latino”, a parte per la forma esteriore e linguistica dei testi in cui se ne è fatto cenno; il termine infatti etimologicamente si addice solo al Saturno legislatore e ai suoi discepoli, che lo nascondono da Zeus. Gli autori citati espressero in quei passi una dottrina ben più elevata, la cui conoscenza risaliva oltre il diluvio di Atlantide (si ricordi che Giano è figlio di Noè in Villani XXIII).[↩]
- Fasti 1, 124-125: “Insieme con le miti Ore sorveglio le porte del cielo; Giove stesso va e viene per opera mia”.[↩]
- Timeo 37d: “Ora, la natura dell’anima era eterna, ma questa proprietà non era possibile conferirla pienamente a chi fosse stato generato e perciò (il demiurgo) pensò di creare un’immagine mobile dell’eternità […] e crea dell’eternità un’immagine eterna che procede secondo il numero quella che abbiamo chiamato tempo”.[↩]
- Fasti 1, 90: “La Grecia non ha un Dio che ti sia pari”. Giano si sottrae dunque alla pesante ipoteca culturale greca che pesa su grande parte della religione latina, composta da un lato da un rigido essoterismo di stampo “pubblico”, interessato esclusivamente a quei riti che potessero recare benefici allo stato, dall’altro da una mal compresa mitologia antropomorfa. Giano invece sembra incarnare l’accesso alla parte più esoterica della tradizione nostrana, giocando così un ruolo simile alla dottrina gioannita all’interno del Cristianesimo (non a caso, i nomi di Giano e Giovanni vengono entrambi da una radice che indica giovinezza e “nuova vita”) e forse è proprio questo il motivo dell’oblio in cui cadde il culto di questa divinità col passare dei secoli.[↩]
- L’episodio è in Fasti 1, 263-276 e Met. 14, 779-785. Giunone (Iuno) è molto legata al Dio Giano (Ianus); nel suo mese è presente il solstizio d’Estate, il quale dopo quello d’Inverno è la seconda delle porte solstiziali aperte con le chiavi del Dio bifronte ed è sacro alla dea Carnia, ninfa amata dal Dio e da lui resa patrona dei cardini. Giunone è inoltre la prima figlia di Saturno; l’episodio narrato non deve dunque assolutamente far pensare a un’ostilità nei confronti della Dea, ma è un atto distaccato del guardiano del cosmo e dei suoi eventi.[↩]
- Le poche volte in cui si è applicata la prospettiva tradizionale alla storia di Roma e dell’Italia, ciò è stato fatto per dichiarare, piuttosto frettolosamente, le nobili origini spirituali della penisola e la sua superiorità sul resto d’Europa, immancabilmente “barbarica” e unica responsabile della deriva attuale. Al contrario l’Italia è stata il crogiolo di molte delle concezioni che hanno reso l’Occidente europeo un elemento così pericoloso nei confronti delle altre culture della terra, come il metodo scientifico, l’Umanesimo e il primato dell’economia sui nobili valori. E la civiltà romana non offre certo uno scenario migliore, lacerata in continuazione da guerre civili, dallo strapotere dei plebei e dei ceti economici e produttivi come i pubblicani e i liberti. L’origine della civiltà latina nel principio saturnio, così pericoloso e insidioso, ha già in sé una spiegazione dell’attivismo anti-tradizionale giocato da Romani e Italiani nella storia dell’Umanità dell’ultimo Kaliyuga.[↩]
- Per i concetti di “realizzazione orizzontale” ed “esaltazione”, anche detta “realizzazione verticale” cfr. Considerazioni sull’iniziazione, cap. XXXIX “Grandi e piccoli misteri” p. 326 e ss., Fratelli Melita Editori.[↩]
- Purg. XXVII, 130-131; ibid. 139-142.[↩]
- Purg. XXVIII, 139-144[↩]
- Questo vale per la dottrina saturnia così come era intesa all’interno della civiltà romana, nella quale certo molte possibilità dovettero già essersi chiuse a causa dell’ambiente quasi del tutto profano che prese piede in età repubblicana.[↩]
- Guénon spiegò il significato delle chiavi di Giano, una d’oro e una d’argento, come strumenti di accesso rispettivamente al devayana e al pitriyana – indi alle rispettive realizzazioni di questi “percorsi” – in Le simbolisme solsitcial de Janus, Études traditionelles, Luglio 1938. La storia della nostra penisola dimostra che il collegamento con gli stati e le realizzazioni “aperte” dalla chiave d’oro fu reciso molto presto, forse già in epoca romana; eppure autori come Dante furono in grado di ritrovare quel tesoro perduto, a dimostrazione che la dottrina rappresentata da Giano, essendo a-temporale, quindi potenzialmente sempre accessibile, esercitò ed esercita ancora la sua benefica influenza sul nostro infelice paese.[↩]
- La foresta della cima del Purgatorio è dunque anche da Dante considerata uno stato naturale da superare, ma non certo relegandosi nella temporalità discendente delle artes saturnie, seguendo così la china ripida percorsa da Romani e Occidentali, bensì abbracciando senza esitazioni la ricerca degli stati superiori dell’essere sotto la guida del Mahan-Atman Beatrice (per Beatrice come Intelletto attivo macrocosmico cfr. Maria Chiara De’Fenzi, Dante e la Vita Nova I e II, Dal Cosmo al Chaos 44-45, www.vedavyasamandala.com). Questo concetto è espresso in Purg. XXXII, 100-102 dove Beatrice avverte Dante: “Qui (nel Paradiso terrestre) sarai tu poco tempo silvano / e sarai meco sanza fine cive / di quella Roma onde Cristo è romano”: lo status di cittadino (cive), che il sedentarismo romano e italico ha degradato e riconosciuto solo in quegli individui che vede schiavi delle attrattive e dell’attivismo di grandi centri urbani, è da Dante trasfigurato alla luce di una dottrina superiore e reso segno distintivo di una più elevata ricerca spirituale.[↩]
2 commenti
Ovidio · 19 Luglio 2020 alle 11:53
Un articolo bellissimo, utile, ricco di spunti di riflessione volti a stimolare una più “alta” libertà intellettuale. Grazie mille.
Poros · 24 Luglio 2021 alle 07:58
Molto interessante l’articolo, a mio avviso ci sono più errori di fondo, uno, il considerare il toponimo Italia inteso nei confini geografici politici attuali, l’Italia per come è conosciuta oggi é giovanissima, ha solo 170 anni, mentre qui parliamo di oltre 6000 anni di storia, due identificare il Lazio e Roma la dove oggi sono circoscritte , tre non cercare le radici del teonimo Giano nella lingua greca.