Tutti noi dovremmo dedicare la maggior parte delle nostre energie per cercare di acquisire lo jñāna, solo così saremo in grado di sopportare ogni genere di sofferenza [quotidiana]. Nessun uomo può sfuggire al dolore in una forma o nell’altra; ciascuno di noi ha la sua parte di sofferenza da sopportare. Potremmo pensare che una persona facoltosa, o chi occupa una posizione sociale elevata, sia libero da affanni e ansie e, così pensando, potremmo bramare quella ricchezza o quello status nella convinzione di poterci liberare, in tal modo, delle nostre preoccupazioni. Ma se interrogate, queste stesse persone vi confideranno che anche loro non sono privi di pene e sventure.
In verità, ogni uomo ritiene che la propria sofferenza sia la più grande, proprio come è propenso a credere di essere il più affascinante o il più saggio. Nessuno però osa esprimere apertamente questi sentimenti; tuttavia, non si hanno remore a ritenere che i propri patimenti siano superiori a quelli degli altri e si ama ostentarli per suscitare l’altrui compassione. In un certo senso, la sofferenza si può definire un diritto acquisito per nascita. Essa è il frutto delle nostre azioni compiute nelle vite precedenti (karma). Pertanto, quando siamo venuti al mondo nella nascita attuale, siamo giunti con i semi del dolore profondamente impiantati nel nostro essere. Non vi è modo di sfuggire alla sofferenza, ma abbiamo il potere di smussare la sua lama. Un idiota o un folle – uno jaḍa o un unmatta – non ‘soffre’ come noi; egli è impermeabile al dolore. Tuttavia, qualora costui venisse guarito dalla sua demenza o dalla sua follia e tornasse a una condizione di normalità come la nostra, egli diverrebbe consapevole del dolore e inizierebbe a soffrire proprio come noi.
Il sonno è il balsamo che lenisce ogni sofferenza. Nel sonno senza sogni (suṣupti) siamo liberi da ogni affanno; la consapevolezza del dolore propria dello stato di veglia viene annullata nel sonno. Tuttavia, al risveglio, ricadiamo in tale consapevolezza. Lo jñānī invece, “dorme rispetto alla sofferenza” pur essendo sveglio: non è che non soffra nel corpo, ma certo non soffre nella mente.
Un pesante tronco di legno non si solleva né si sposta facilmente; richiede l’intervento di molte braccia. Ma se quello stesso tronco viene immerso nell’acqua, esso diviene leggero e persino un bambino può muoverlo senza sforzo. Allo stesso modo, se impariamo a immergere il nostro carico di sofferenza nelle acque dello jñāna, esso diverrà estremamente leggero e le nostre pene risulteranno lievi.
Che cos’è questo jñāna capace di lenire la nostra sofferenza? È conoscere una cosa così come essa è realmente. Questa è anche la ricerca che attuano tutti gli scienziati: giungere al cuore della verità delle cose. Sappiamo bene che uno scienziato, immerso completamente nelle sue ricerche non viene turbato da alcuna difficoltà o angoscia. La ricerca che conduce e la gioia derivante dalla conoscenza che acquisisce superano di gran lunga la sua sofferenza personale, la quale diviene per lui quasi inesistente.
Cerchiamo un vaidya (medico) o un mantravādin (esperto di mantra) per guarire i nostri mali. Tuttavia, qualsiasi sollievo che essi possano offrire sarà soltanto temporaneo. Il rimedio che prescrivono non estirperà la sofferenza alla radice. Lo jñānī, invece, è in grado di superare le sofferenze poiché sviluppa un senso di impermeabilità verso di esse. Il tempo è un grande taumaturgo: fra trent’anni, i nostri affanni presenti, visti a ritroso, appariranno insignificanti. Come del resto, non siamo afflitti dalle sofferenze di persone che si trovano in un luogo lontano, mentre lo siamo per quelle che ci sono prossime. Anche nei confronti delle sofferenze presenti e prossime, dobbiamo sviluppare un tale distacco. Quando una persona che ha acquisito questo distacco riceve espressioni di commiserazione per una perdita o un lutto subiti, la sua reazione sarà: “Non è cosa di grande importanza. È venuta da sé, ed è andata via da sé”.
Dobbiamo allora ritenere che quanto più grande sarà il senso di equanimità di fronte alla sofferenza tanto più lo jñāna assoluto sorgerà nella mente? Per uno jñānī non esiste distinzione tra amico o nemico, egli vede in tutti il Paramātman. Nulla può irritarlo; egli si distacca dal proprio ambiente. Non è afflitto dal dolore né esaltato dalla gioia. Un tale senso di imparzialità ed equilibrio può derivare solo dalla conoscenza della Verità Ultima. Questa conoscenza deve essere acquisita gradualmente attraverso una meditazione intensa (tapas), come descritto dettagliatamente nell’ultima sezione (Bhṛgu Vallī) della Taittirīya Upaniṣad.
Ponendosi la domanda su quale sia lo scopo ultimo e il significato della vita (kiṃ saṃsāre sāram?), Śrī Śaṅkara Bhagavatpāda risponde, nella sua Praśnottararatnamālikā, che esso risiede nella meditazione intensa su questa stessa domanda (bahavopi vicintyamānam idam eva).
Lo jñāna che scaturisce da tale meditazione, e solo esso, ci insegnerà a dare poco peso alle nostre sofferenze e ci spingerà anche a soccorrere coloro che sono in difficoltà, come un dovere imprescindibile. Impegnarsi in atti di benevolenza e nella devozione a Dio produce citta śuddhi, la purificazione della mente, indispensabile per la meditazione e lo jñāna. Tali attività, se non sono volte all’ostentazione e alla fama, affinano la propria mente. In verità, non ci si dovrebbe aspettare gratitudine per il servizio reso; anzi, l’ingratitudine altrui comprova la purezza delle propre intenzioni e la costanza nel servizio.
Raramente chi riceve aiuto lo riconosce per tale, per ciò attraverso questo servizio compassionevole, non si aiuta l’altro tanto quanto si aiuta se stessi a ottenere la citta śuddhi.
Un vero jñānī diffonde intorno a sé un’atmosfera di distacco e santità, attirando così innumerevoli persone. Tali grandi saggi sono apparsi nel mondo in ogni epoca, a prescindere dalla religione da essi professata. Tutti questi profeti e santi hanno proclamato la medesima e unica Verità, ciascuno a proprio modo; se essi dovessero tornare in vita oggi e incontrarsi, emergerebbe una perfetta unità nei loro messaggi. Sono i seguaci ad aver messo nelle loro bocche più di quanto essi abbiano realmente detto, contendendo con gli altri e fuorviando gli insegnamenti originali, spesso deturpati in forme istituzionali che alimentano ristrettezza mentale e dogmatismo.
La prova del vero jñānī risiede nel fatto che tutti i travagli e le tribolazioni della vita gli appaiono lievi. Tale attitudine del saggio è la soluzione certa per tutti i nostri mali. Verso quel fine dovremmo tendere, compiendo buone azioni e coltivando la devozione a Dio; entrambe queste pratiche, tuttavia, risulteranno vane se non saranno orientate a quel traguardo finale [la Liberazione dall’ignoranza innata].
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