Si dice che il Guru (il Maestro) sia più grande di Dio e che la devozione a lui rivolta sia più meritoria di quella verso Dio. Se ci chiediamo il perché, la risposta è che nessuno ha mai visto Dio, mentre il Maestro è presente qui e ora dinanzi a noi. Se un Guru immacolato e puro, ricolmo di conoscenza (jñāna) e dalla coscienza salda (sthitaprajña), completamente libero da ogni attaccamento, ci fosse accessibile, quella pace mentale che chiediamo a Dio nelle nostre preghiere sarebbe alla nostra portata attraverso la devozione al Guru stesso. Per questo si dichiara:
Gurur-Brahmā Gurur-Viṣṇuḥ Gurur-Devo Maheśvaraḥ
Guruḥ sākṣāt Paraṃ Brahma Tasmai Śrī Gurave namaḥ
[“Il Guru è Brahmā, il Guru è Viṣṇu, il Guru è il Dio Maheśvara (Śiva);
il Guru è del tutto simile all’Assoluto Supremo (Para-Brahman). Rivolgo i miei saluti a quel glorioso Guru.”]
In questo verso, è da notare come venga attestata la totale identità tra il Guru e la Realtà del Brahman. Incidentalmente si può rilevare anche che siccome il Guro unisce nella sua persona Śiva e Viṣṇu, prostrandoci davanti a lui e pronunciando queste parole, otterremo il senso dell’identità tra Śiva e Viṣṇu.
Dio compie opere quali la creazione e la protezione del mondo, mentre il Guru non ha tali responsabilità. Dio ha un ‘ministero’ (un ruolo cosmico), mentre il Guru non ne ha alcuno. È molto più facile ottenere la grazia del Guru che quella di Dio, che altrimenti dovremmo distogliere dalle Sue sacre funzioni.
Ogni qualità eccelsa e benevola che Dio possiede, la possiede anche il Guru: purezza senza macchia, verità, assenza di inganno o malizia, completo controllo dei sensi, infinita compassione e saggezza. L’unica differenza fra i due è che mentre siamo in grado di vedere il Guru con i nostri occhi, Dio è invisibile. Pertanto, se accresciamo la devozione verso il Guru, prostrandoci ai suoi santi piedi, guadagneremo con facilità tutti quei benefici che potremo ottenere da Dio al prezzo di grandi sacrifici. È per questo che i nostri Saggi dell’antichità dissero che la devozione al Guru è superiore, quanto ai suoi effetti, a quella verso Dio.
Ciò malgrado, non dobbiamo assolutamente abbandonare la devozione a Dio, perché è grazie a quella che siamo condotti alla presenza del Guru. Se la grazia divina (devānugraha) non fosse operante, come potrebbe mai qualcuno trovare il Guru?
L’Ācārya (Śaṅkara) ha affermato all’inizio del Vivekacūḍāmaṇi che tre cose sono difficili da ottenere senza la grazia di Dio: la nascita umana (manuṣyatvam), il forte anelito alla verità e alla libertà (mumukṣutvam), l’accoglienza da parte di un nobile Maestro (mahāpuruṣasaṃśrayaḥ).
Durlabhaṃ trayam evaitat devānugraha-hetukam
manuṣyatvaṃ mumukṣutvaṃ mahāpuruṣasaṃśrayaḥ
“Queste tre cose sono difficili da ottenere e dipendono dalla grazia di Dio:
la condizione umana (manuṣyatvam),
il desiderio di liberazione (mumukṣutvam)
ed essere accolti da un nobile Maestro (mahāpuruṣasaṃśrayaḥ).”
Per tutti gli uomini di ogni epoca, il Guru è sempre e solo uno: Dakṣiṇāmūrti.
Sa pūrveṣām api guruḥ kālenānavacchedāt
“Egli è il Guru dei primi [guru], poiché non è limitato dal tempo.” 1
Come avrebbe potuto la vera conoscenza essere trasmessa a un Guru, se non attraverso il suo Guru, e così via? Se percorriamo a ritroso la catena di successione dei Guru (guru-paramparā), sarà Dio Stesso il Primo Guru per il Suo primo discepolo. Ecco perché ci viene raccomandato di non tralasciare la devozione a Dio.
Talvolta la questione è posta in modo differente: se invece di parlare di Dio e del Guru come di due entità distinte, li trattassimo come uno e identico, accettando che Dio possa mostrarsi nella forma di un Guru, non avremmo bisogno di praticare una duplice devozione separata. Possiamo così considerare Dio Stesso come il Guru e arrenderci a Lui totalmente, così Egli ci salverà mediante la Sua grazia elargita dal Maestro in forma umana, che non è altro che la Sua manifestazione. Per tale ragione ci viene insegnato fin dall’inizio che il Guru è il fondamento della Trimūrti divina, ovvero Brahmā, Viṣṇu e Śiva.
Gurur-Brahmā Gurur-Viṣṇuḥ Gurur-Devo Maheśvaraḥ
Guruḥ sākṣāt Paraṃ Brahma Tasmai Śrī Gurave namaḥ
Il significato del verso sopra citato viene talvolta spiegato con maggior accuratezza in riferimento al Saggio Vyāsa, il più importante tra tutti i maestri della Brahmavidyā (la Conoscenza dell’Assoluto):
acatur-vadano brahmā dvibāhur-aparo hariḥ
aphāla-locanaḥ śambhuḥ bhagavān bādarāyaṇaḥ
“Bādarāyaṇa [è un altro nome di Vyāsa] è Brahmā senza le quattro facce; è Viṣṇu (Hari) con due sole mani; è Śiva (Śambhu) senza l’occhio sulla fronte. Tale è la grandezza di Vyāsa-Bādarāyaṇa.”
Non vi è nessuno che sia più grande del Guru: dovremmo avere certezza interiore di questo ed avere dunque un autentica fiducia in lui. Se siamo certi del fatto che Dio Stesso sia apparso nella forma del Guru, allora persino Dio non è più necessario [come entità separata]. Questo fermo convincimento e la devozione che nutriamo verso di Lui saranno sufficienti per riscattarci.
Per i Vaiṣṇava, la devozione al Maestro (ācārya-bhakti) è la più importante e viene prima di tutto.
Se siamo manchevoli verso Dio, non vi è necessità di cercare il Suo perdono: è sufficiente che il Guru ci perdoni e l’ira divina si placherà immediatamente. Al contrario, se si offende il Guru e si cerca il perdono di Dio, nulla accadrà: Dio Stesso dichiarerà di essere impotente in questo caso e ci inviterà a chiedere perdonodirettamente al Guru.
Il Guru può intercedere per conto del discepolo e raccomandare a Dio di perdonarlo; Dio non ignorerà mai tale richiesta. Se, al contrario, si compiono mancanze nei confronti del Guru, non vi è nessuno che ci possa proteggere. Un verso recita a tal proposito:
Gurur-pitā gurur-mātā gurur-daivaṃ gurur-gatiḥ
Śive ruṣṭe gurus-trātā gurau ruṣṭe na kaścana
“Il Guru è padre, il Guru è madre, il Guru è la divinità, il Guru è la meta ultima.
Se Śiva è adirato, il Guru è il salvatore; ma se il Guru è adirato, nessuno può salvare.”
Ecco perché le Scritture prescrivono la devozione al Guru. Se poi un Maestro perfetto in ogni aspetto non fosse accessibile, si deve comunque ricorrere a una guida spirituale, seppure di levatura inferiore, e praticare la devozione verso di lui e, attraverso di lui, verso Dio.
Dalla nostra devozione non deriva alcun beneficio a Dio o al Guru; il grande beneficio è unicamente per noi stessi. In cosa consiste? Noi siamo pieni di impurità e abbiamo una mente instabile che non siamo capaci di fissare su un unico punto nemmeno per un istante. Solo quando volgiamo il pensiero a Colui che è eternamente puro, ricolmo di saggezza, costante e inflessibile come un legno secco, quello stato di immutabilità sarà conquistato anche da noi. Diventeremo identici a Lui. L’oggetto del nostro pensiero non deve necessariamente essere Dio; può essere qualunque oggetto o persona che consideriamo dotata di tali qualità spirituali. Diventeremo uno con Lui. Solo quando la mente smette di vagare, il Sé (Ātman) può risplendere. Allora conosceremo la nostra vera natura di beatitudine (ānanda). La devozione al Guru o a Dio è indispensabile per il controllo della mente.
Nella Chāndogya Upaniṣad si attesta che la vera conoscenza è possibile solo per grazia del Guru: “ācāryavān puruṣo veda”, “solo colui che ha un Guru ottiene la conoscenza”, e questo concetto è espresso in forma di parabola: un uomo di Gandhāra viene rapito dai briganti e abbandonato bendato in una foresta. Quale sarà la sua sorte? Come potrà tornare al suo paese non sapendo dove si trova? La nostra condizione è simile: Māyā, l’illusione, ci tiene bendati nel mondo. La parabola prosegue dicendo che un viandante giunge nella foresta, rimuove la benda e indica la via del ritorno; a quel punto il pover uomo non fa altro che seguire le istruzioni e raggiunge la sua terra. Allo stesso modo noi che ora siamo accecati dall’ignoranza (avidyā), seguendo l’insegnamento del Guru possiamo rimuoverla [attraverso la Conoscenza] e ottenere la Liberazione.
Śrī Śaṅkara Bhagavatpāda, conosciuto come il Maestro del Mondo (Jagadguru), in tutte le Sue opere canta le lodi del Guru. Egli chiede: “A cosa serve la gloria? A cosa servono gli onori se la mente non è [saldamente] ancorata ai piedi di loto del Guru?”. Egli non lo chiede una volta sola, ma ripetutamente. Nel poema Gurvaṣṭakam (composto da otto versi), egli pone questa domanda – “tataḥ kim” [Qual è il valore di tutto ciò?] – come ritornello alla fine di ogni riga per trentadue volte.
Inoltre, nell’insegnamento dato poco prima di abbandonare le spoglie mortali (Sopāna-pañcakam), egli intima: “Cerca rifugio in un Guru che sia saggio e puro. Prosternati ai suoi santi piedi ogni giorno. Chiedi che ti istruisca sul Brahman, simboleggiato dalla sillaba unica Om! Ascolta [dalle Sue labbra] i Mahāvākya delle Upaniṣad!».
sad-vidvān upasṛpyatāṃ pratidinaṃ tat-pādukā sevyatāṃ
brahmaikākṣaram arthyatāṃ śruti-śiro-vākyaṃ samākarṇyatām
Il Guru è unico, non ha eguali. Egli può essere paragonato alla pietra filosofale che muta il metallo vile in oro [fino]; ma persino questo paragone non è del tutto corretto, poiché la pietra filosofale trasforma il metallo solo in oro, non in un’altra pietra filosofale. Il Guru, invece, trasforma l’ignorante in un saggio, dotato della Sua stessa Conoscenza.
Quando riflettiamo sul lignaggio dei Guru e il nostro Paramācārya (Grande Maestro), sorge spontaneamente il dubbio se possa mai esistere qualcuno che gli sia simile. Per questo dovremmo contemplare il Paramācārya non semplicemente come un Dio che cammina tra noi, ma come il Supremo Brahman non-duale che è al di là di ogni differenza e determinazione.
Nārāyaṇa Nārāyaṇa
- (Yogasūtra, I.26).[↩]
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