“Questi tre sono molto difficili da ottenere: la nascita umana, il desiderio della liberazione e il
supporto di un maestro realizzato”1.
Nel verso precedente, Ādi Śaṃkarācārya, il grande ācārya di Advaita Vedānta, esprime concetti di fondamentale importanza: una volta ottenuta la nascita umana – invidiata persino dagli dèi – l’essere umano deve prendere rifugio ai piedi di un maestro realizzato se in lui è sorto il desiderio di ottenere la liberazione dal ciclo delle nascite e delle morti. Secondo la tradizione tantrica, la funzione del maestro è essenziale per lo sviluppo spirituale di colui che cerca la liberazione (Śarada Tilakam II. 141-144; Kulārṇava-tantra XII. 40). Il tantra è in genere descritto come una conoscenza simbolica (saṅketa vidyā) direttamente comunicata attraverso un precettore. Si tratta principalmente della trasmissione di metodi e tecniche da maestro a discepolo, attraverso istruzioni orali e personali. L’approccio al divenire è dualistico: l’essere umano è separato dalla Divinità e cerca di riunirsi ad Essa; solo attraverso la grazia divina egli si libererà dal coinvolgimento nell’esistenza condizionata. Per tale motivo nel tantra la devozione (bhakti) rivolta verso la Divinità è un requisito primario per ottenere l’emancipazione. Poiché è il maestro a condurre il praticante verso Dio anche la devozione al maestro è un elemento basilare delle pratiche. Il Guru stotra, un celebre inno di lode al guru, afferma che non vi è forma di ascesi superiore al servizio reso al maestro. Con il collirio della conoscenza, il guru apre gli occhi accecati dalla malattia dell’ignoranza. Il maestro possiede appieno la conoscenza (jñāna) e la potenza (śakti) e conferisce al discepolo sia la fruizione delle cose del mondo (bhukti) sia la liberazione (mukti). Il guru accende il fuoco della conoscenza del Sé (ātma jñāna) e vi brucia il combustibile del karma accumulato attraverso innumerevoli vite. La sua grazia prosciuga completamente l’oceano dell’esistenza e fa realizzare il sommo Bene. L’influenza del guru è efficace nel dissolvere gli effetti del karma, cioè dell’azione. ‘Azione’ deve essere inteso nel senso più ampio del termine, cioè qualsiasi azione sia essa conforme al dharma e portatrice di meriti (puṇya karma) sia scorretta, contraria all’ordine necessario delle cose e quindi produttrice di colpe (pāpa karma). Il concetto di karma è vasto ed articolato; una delle sue classificazioni è la suddivisione in sañcita, prārabdha e āgāmi. Sañcita karma è la totalità degli effetti delle azioni compiute da un essere umano durante tutte le sue esistenze precedenti. Āgāmi sono gli effetti delle azioni compiute durante l’esistenza attuale; confluiranno nel sañcita. Prārabdha è quell’insieme di effetti di azioni compiute nelle esistenze precedenti che si esplicitano durante la nostra esistenza attuale e costituiscono il nostro corpo. Quando i frutti del prārabdha iniziano a maturare devono continuare a manifestarsi fino ad esaurirsi completamente, come una freccia scoccata continua la sua corsa fino a raggiungere il bersaglio. L’esaurimento del prārabdha karma coincide con l’abbandono del corpo, cioè la morte. Sono il sañcita e l’āgāmi karma ad essere ridotti in cenere dal fuoco della conoscenza. Gli dèi Brahma, Indra, ecc. hanno ottenuto il loro corpo divino attraverso i puṇya karma; i maiali, i cani e gli altri animali hanno ottenuto il loro deplorevole corpo grossolano attraverso il pāpa karma. Ciononostante, sia il corpo divino sia il corpo animale dovranno essere abbandonati alla fine della vita. Qualsiasi tipo di karma, sia esso positivo o negativo, dovrà essere annientato e distrutto perché genera effetti che creano legami (bandhana) che conducono inevitabilmente a una nuova nascita e a una nuova morte. Il fuoco della conoscenza, bruciando i frutti del karma, libera l’uomo dalla causa stessa del legame, cioè l’azione e i suoi effetti. In realtà solo colui che si identifica all’Assoluto non è più toccato dal karma. Nelle tradizioni tantriche è dato grande rilievo alla purificazione e al perfezionamento dell’aggregato individuale attraverso una serie di elaborate pratiche rituali trasmesse da maestro a discepolo all’interno di organizzazioni iniziatiche (sampradāya). Una pratica basilare è chiamata bhūta śuddhi; è descritta in vari paddhati, complessi manuali che spiegano la corretta successione di azioni ed invocazioni da eseguire durante i rituali; insieme ad altre pratiche, è considerata preliminare alla venerazione delle divinità (pūjā). Secondo Mantra Mahodadhi (I. 8-9) di Mahidhara, l’iniziato a una via di realizzazione spirituale (sādhana) compie bhūta śuddhi per diventare qualificato all’adorazione della divinità. Il composto bhūta śuddhi significa ‘purificazione’ (śuddhi) degli ‘elementi grossolani’ (bhūta) che costituiscono il corpo grosso; è un procedimento rituale che dissolve kāla puruṣa, chiamato anche pāpa śarīra, vale a dire il corpo, l’involucro costituito dalle colpe. Il sādhaka, l’iniziato che procede nella via spirituale, deve recitare e meditare su determinate lettere, su specifici suoni chiamati bījākṣara che corrispondono ai cinque elementi che formano il corpo grosso. La ripetizione dei bījākṣara segue una pratica di inspirazione, espirazione e trattenimento del respiro secondo determinate sequenze (prāṇāyāma). Durante il prāṇāyāma, il sādhaka deve visualizzare una situazione in cui il suo pāpa śarīra arde, si consuma e si trasforma in un corpo divino che infine diventa sostanziato di Śiva e Śakti, il Dio e la sua Potenza. Lo scopo del processo è generare un corpo divino (divya śarīra) con cui venerare la divinità. L’intera tradizione indiana, e specialmente l’ambito tantrico, ritiene che l’aggregato psico-corporeo umano meriti grande cura e attenzione in quanto strumento indispensabile per seguire una via realizzativa sia essa karma mārga, upāsanā mārga o jñāna mārga. Bhūta śuddhi è seguito da un’altra componente basilare di ogni rituale tantrico: il nyāsa. Il sādhaka deve diventare esso stesso divino prima di venerare una divinità (devo bhūtvā devaṃ yajet). Il significato di nyāsa è ‘collocare’, ‘fissare’ (sthāpanā) potenti sillabe o parole dall’effetto vibratorio (mantra) sul corpo. Il sādhaka tocca con le mani le diverse parti del suo corpo, compiendo dei gesti simbolici (mudrā) e pronunciando specifici suoni che in genere sono i nomi della divinità di elezione o le sillabe che ne formano il nome. Attraverso il nyāsa l’intero corpo del sādhaka diventa fatto di mantra (mantra maya) e del principio divino stesso (deva maya). Attraverso i molteplici tipi di nyāsa, che sono molto graditi alla Divinità, diminuiscono le caratteristiche di pesantezza ed inerzia del composto psico-fisico ed aumentano le sue qualità ovvero il suo aspetto divino e luminoso. Il rituale conduce il sādhaka ad ottenere uno stato in cui percepisce che la vera natura o disposizione (bhāva) della divinità è scesa su di lui. Il corretto compimento dei rituali di una sādhana, la conoscenza degli effetti della venerazione della divinità (upāsanā), ecc. discendono da maestro a discepolo attraverso ininterrotte catene iniziatiche (guru-siṣya paramparā). L’elemento fondamentale è l’iniziazione (dīkṣā) e la trasmissione di un metodo, spesso di un mantra: senza questa consacrazione la persona non è qualificata per compiere la pūjā. Con l’iniziazione si può raggiungere la liberazione e per questo bisogna sforzarsi di riceverla da un maestro qualificato (Kulārṇava Tantra XIV, 80-84). Senza la dīkṣā non vi sono né progresso né successo nella via spirituale. Quindi un aspirante deve necessariamente essere iniziato da un maestro. Il termine dīkṣā è composto dai due verbi ‘conferire’ (dī) qualità divine e ‘rimuovere’ (kṣi) le ostruzioni liberando così l’essere umano dalle pastoie del mondo fenomenico (Prapañcasāra Tantra, V. 2). Secondo la tradizione Śaiva Siddhānta, durante l’iniziazione Śiva stesso si presenta sotto forma di precettore (guru, deśika, ācārya) e attraverso la discesa dell’influenza spirituale (śakti pāta) aiuta l’aspirante a entrare nella sādhana e gli fornisce la forza necessaria per seguire la via. Data l’importanza del mantra, le sādhana tantriche sono anche chiamate mantra yoga. L’iniziato deve capire il significato del mantra ed esserne ben consapevole. Questa comprensione può derivare solo dagli insegnamenti di un maestro qualificato che ha perfezionato il suo cammino spirituale e quindi possiede la conoscenza completa dei segreti del mantra (mantra rahasya). In altre parole, gli insegnamenti relativi a una sādhana discendono attraverso la linea ininterrotta di guru del sampradāya. I maestri affermano che la risoluta determinazione e la ferma intenzione (śraddhā) in una sādhana sorgono solo quando si manifestano gli effetti della totalità dei meriti accumulati attraverso innumerevoli vite. Per quanto riguarda il mantra, si dice che come il fuoco insito nel legno si manifesta attraverso la frizione, così la divinità insita nel potere del mantra si manifesta attraverso la devozione e la certezza interiore (śraddhā). Un mantra è più efficace se trasmesso da un maestro qualificato; in effetti, solo quanto è trasmesso da un simile maestro diventa un mantra. Secondo Paraśurāma kalpasūtra (I. 8) il potere di un mantra è al di là di ogni immaginazione; è semplicemente inconcepibile. Dicono gli ācārya tantrici che nemmeno il potere di māyā può essere indagato e compreso. Tuttavia, la differenza tra queste due forme di potenza è che il mantra recide alla radice l’ignoranza (avidyā śakti). Quindi la potenza insita nel mantra è più forte della māyā. Il modo tradizionale di procedere è stabilire l’identità tra il guru e il proprio sé individuale (jīva), tra il mantra trasmesso dal maestro e la propria mente (manasa), tra la divinità inerente al mantra e i propri soffi vitali (prāṇa)2. Senza questa identificazione, il maestro non riuscirà ad aiutare il discepolo a trovare la strada per la liberazione. Da qui l’importanza dell’iniziazione che lega in modo indissolubile il maestro al discepolo e viceversa. Il mantra, come il termine stesso implica, è fondamentalmente un processo mentale. Carico della volontà e della grazia del maestro è in grado di annullare i pensieri discorsivi, al punto tale che la mente raggiunge uno stato privo di attività ed espressioni disturbanti. Invero la mente stessa si trasmuta nel mantra. Secondo un concetto molto popolare, se il maestro che comunica il mantra (mantra dātā) è il guru, il mantra tramesso è il guru superiore (parama guru). La potenza inerente al mantra è l’elemento più elevato di questa gerarchia (para śakti o parāpara guru) e, ovviamente, la potenza più elevata di tutti è quella contenuta nella divinità visualizzata e realizzata attraverso il mantra (Parama Śiva). Secondo le scuole tantriche, nel momento in cui il maestro trasmette un insegnamento, la sua identità come essere umano particolare svanisce del tutto. In quel mentre egli è solo lo strumento attraverso cui ha luogo la discesa dell’influenza spirituale. Questo è il motivo per cui il maestro è identificato con l’Assoluto stesso:
“Il guru è Brahmā, il guru è Viṣṇu, il guru è Maheśvara, il guru è invero il Supremo Brahman. Rendiamo maggio a un tale guru!”3.
[Traduzione a cura di Saumyā Devī]
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