Per smentire la canea di oppositori della via della conoscenza, che sostengono essere la Liberazione il risultato di riti, abbiamo raccolto i seguenti insegnamenti di Śaṃkara Bhagavatpāda basati sulla śruti:
“A proposito delle meditazioni basate su un simbolo, come per esempio su un nome o altro, le Upaniṣad affermano che i risultati successivi sono più elevati di quelli precedenti. Per esempio: «Chi medita su un nome come fosse Brahman ottiene un raggio d’azione coestensivo con quel nome» (ChU VII.1.5); «La facoltà della parola è certamente più ampia del nome» (ChU VII.2.1); «Egli ottiene un raggio d’azione coestensivo con la parola» (ChU VII.2.2); «Il manas è certamente più ampio della parola» (ChU VII.3.1); e così via. Questa gradazione è possibile per le meditazioni che si appoggiano sui simboli. Ma se fossero basate sul Brahman, non potrebbe esserci alcuna gradazione tra i risultati, essendo Brahman privo di ogni differenza. Perciò le meditazioni basate sui simboli non possono avere i medesimi risultati della contemplazione di Brahman.” (BSŚBhIV.3.16)
“In frasi di questo tipo si deve comprendere che quei testi trattano solo del Brahman privo di forma (arūpin). Ma quegli altri testi, che parlano del Brahman formale (rūpin), hanno come scopo principale quello di impartire ingiunzioni che riguardano le meditazioni.” (BSŚBh III.2.14)
“Circa le meditazioni che prendono come supporto i simboli, ora qualcuno potrà sollevare il seguente dubbio sulla base di passaggi scritturali come: «Rivolgendosi al proprio interno (adhyātma) si mediti sulla mente come Brahman […] e rivolgendosi al mondo esterno (adhidaiva) [si mediti] sullo spazio come Brahman.» (ChU III.18.1); «L’insegnamento è che il sole è Brahman.» (ChU III.19.1); «Colui che medita sul nome come Brahman.» (ChU VII.1.5); cioè se i simboli devono essere interpretati come se fossero lo stesso Ātman, oppure no. La conclusione di chi non è un vedāntin sarà logicamente che i simboli devono essere interpretati come fossero lo stesso Ātman. Perché si sa bene che negli śāstra Brahman è Ātman e, poiché i simboli sono delle modificazioni (vikāra) di Brahman, perciò della medesima natura di Brahman, è logico affermare che sono anche della natura di Ātman. A ciò noi replichiamo: non si può collegare ai simboli la nozione di Ātman, perché il meditante non capisce come i simboli possano essere il Sé. L’argomentazione per cui i simboli, essendo effetti di Brahman, sono della natura di Brahman e quindi anche di Ātman, non è corretta, perché in questo modo ci si imbatte allora nel problema della non esistenza del simbolo stesso. Soltanto dopo che sia stata distrutta la loro condizione di effetti differenziati, com’è, per esempio, il nome, è possibile accettare che siano della natura di Brahman. Ma una volta che sia venuta meno la loro condizione di effetti differenziati, come per esempio quella del nome, come potrebbero allora essere considerati ancora dei simboli e, allo stesso tempo, essere della natura di Ātman? Essendo Brahman della natura di Ātman, è impensabile che ci sia una ingiunzione di meditazione su Brahman che non riguardi anche Ātman, perché le ingiunzioni non sono disgiunte dall’azione. È imprescindibile rimuovere tutte le caratteristiche di natura trasmigratoria, com’è la condizione d’essere un agente (kartṛtva), per ricevere l’insegnamento che Brahman è Ātman. Al contrario, l’ingiunzione a meditare è impartita senza una previa rinuncia alle caratteristiche saṃsāriche come quella dell’azione. Perciò sia il meditante sia il simbolo su cui medita si trovano in una simile condizione trasmigratoria, perciò non è ragionevole considerare il simbolo come il Sé” (BSŚBh IV.1.4).
“Si deve meditare sull’idea [che è oggetto di meditazione] fino al momento della morte perché l’acquisizione di un risultato invisibile dipende dalla conclusione a cui si giunge con la sua ripetuta meditazione. I frutti delle azioni passate, destinati a produrre un risultato fruibile (bhogya phala) in una nascita successiva, al momento della morte danno origine a una forma di coscienza che è satura di pensieri conformi a questo bhogya phala; sappiamo ciò da testi upaniṣadici come quelli che seguono: «Allora il jīva ha coscienza dei risultati della meditazione continuata sotto forma di impressioni che dovrà sperimentare, e s’avvia a prendere un nuovo corpo che è il risultato corrispondente a quella coscienza.» (BU IV.4.2); «Insieme al desiderio di [raggiungere] un certo mondo che aveva in mente [al momento della morte] egli entra nel prāṇa. Il prāṇa in combinazione con udāna e con il jīva, conduce quest’ultimo al mondo da lui desiderato.» (PU III.10); Questo vale anche per l’esempio dell’erba e del bruco. Al momento della morte quale altro tipo di coscienza queste idee possono formare se non quello prodotto dalla loro ripetizione? Quindi quelle idee devono essere rimuginate nella mente fino alla morte, perché altro non sono che la continua contemplazione del risultato che deve essere raggiunto. (BSŚBh IV.1.12.)
“Ciò che è differente dall’Assoluto è finito; ciò che è differente dal Saguṇa è Assoluto. Stando così le cose, è in stato d’ignoranza che Brahman può apparire nel novero delle relazioni empiriche quali il meditante, la meditazione e l’oggetto su cui si medita.” (BSŚBh I.1.12)
“Brahman deve essere conosciuto solo per mezzo dell’insegnamento tradizionale dei maestri e non con argomentazioni, studio, ragionamento, erudizione, meditazione, ascesi, sacrifici.” (KeUŚBh I.4)
“Poiché mokṣa non è un effetto che sia il risultato dell’azione (akṛtaka), esso non è prodotto da alcun rituale” (MuU I.2.12).
“Un brāhmaṇa dovrebbe optare per la rinuncia dopo aver riflettuto sui mondi ottenuti con l’azione, aiutandosi con questa massima: «Qui non c’è niente che non sia risultato del karma: allora qual è la necessità di compiere karma?» (MuU I.2.12); «Esaminando tutti questi riti menzionati nel Ṛg Veda ecc., avendo in vista la conoscenza non suprema, essi devono essere compiuti da persone soggette all’ignoranza, desiderio e azione con cui sono nate; essi sono ingiunti solo alla persona influenzata da tali difetti»” (MUŚBh I.2.12).
“Quello che è l’essenza dell’intero mondo, individuale e universale, che è il sé interno o il corpo sottile di tutti gli esseri, l’essenza di ciò che è sottile, in cui si sviluppano le azioni di tutti gli esseri e che è il massimo risultato dei riti e delle loro corrispondenti meditazioni, ha come dominio il mondo manifestato” (BUŚBh III.3.1)
“La scrittura dichiara anche che l’intero mondo manifestato -consistente in azioni, strumenti d’azione, risultati d’azione e dotato della necessaria capacità d’azione- che è prodotto dall’ignoranza è distrutto da capo a fondo dalla conoscenza, come si legge in: «Quando per il conoscitore di Brahman tutto è diventato Ātman, allora cosa dovrebbe annusare e con che cosa?» (BU II.4.14) Ma chiunque cercasse nelle Upaniṣad l’insegnamento che i riti sono utili alla conoscenza del Sé, troverà che questa [conoscenza] avviene soltanto con la distruzione di tutti i riti. Si trae anche da ciò che la conoscenza è indipendente dai riti” (BSŚBh III.4.17).
Che dice, dunque, la śruti di chi tenta in tutti i modi di abbassare la via della conoscenza a un percorso ritualistico basato sul simbolo?
“Immersi nell’ignoranza, gli intelligenti che si reputano dotti vagano confusi come ciechi guidati da un cieco” (KU I.1.5).
“Il senso del testo è che tu devi rifugiarti nella conoscenza del fine ultimo. Perché coloro che si dedicano al karma, quelli che desiderano ottenere dei risultati, che ne sono desiderosi, sono degni di compassione, come dice lo śāstra: «O Gārgī, colui che se ne va da questo mondo senza conoscere l’Immutabile, deve essere commiserato»” (BhGŚBh II.49).
Maria Chiara de’ Fenzi
0 commenti