Breve estratto dalla Presentazione di Śrī Nandānanda Nātha

La parola Avadhūta è un vocabolo saṃskṛta che può essere diviso in due parti: ava e dhūta. In questo caso, ‘ava’ può essere considerato come un ‘upasarga’ (prefisso), ‘dhūta’ deriva dalla radice ‘dhūn’ (kampane dhātu). La parola ava appartiene al bhvādigaṇa (il gruppo di radici riconducibili a ‘bhvā’), parasmaipadin (participio o aggettivo verbale) e sēṭ pratyaya (sēṭ affisso). ‘Ava’ dà il significato di avati o mavati: proteggere, compiacere, conoscere, entrare, governare, lavorare, volere, custodire, ottenere, battere, generare, migliorare. Dhūta significa pulire, privarsi di, rinunciare. La parola indica una persona speciale, il cui carattere e ciò che lo rende degno di essere chiamato con questo nome si equivalgono. Allo stesso tempo, la parola descrive la persona che è priva di tutte le catene dei bisogni umani basilari come la protezione, la dipendenza emotiva, la motivazione, ecc. In India (Bhārata), un Avadhūta è una persona molto venerata. I Vedāṅga, le Upaniṣad, il Bhāgavata purāṇa e la poesia trattano diffusamente di questo personaggio. Testi come Avadhūtopaniṣat e Avadhūta Gīta forniscono descrizioni dettagliate di questa anima insolita ed elevatissima. Un Avadhūta di solito non descrive o esprime nulla riguardo al suo status, ma ci sono alcuni casi in cui egli o i suoi discepoli trattano, discutono e spiegano questo stato così elevato.Tuttavia, la parola Avadhūta non indica in prima istanza il jñāni (colui che segue la Via della Conoscenza) o l’ātmānandi (colui che è nella condizione di beatitudine del Sé), ma genericamente un virakta (un rinunciante). La parola ha anche un altro significato: ‘yona ātmanaḥ ātmīyasya, ca avanam rakṣaṇam dhūtam tyaktam avadhūtaḥ’ che significa, ‘colui che è dispensato dal dovere di proteggere sé stesso e il proprio popolo (jana/janata) è un Avadhūta’. La protezione qui si riferisce al jīvātman (la forza vitale). Gli argomenti apportati non sono comunque esaustivi per comprendere il significato profondo della parola. Nell’espressione ‘svābhimatam sāpekṣitam vā ālambanam āśrayam vā uddiśya phala prayojaka prayatnādi pravṛtti rahitaḥ’ che significa ‘colui che, nella sua vita e nel suo stato, non fa nulla per ottenere i frutti della sua fatica, è veramente un Avadhūta’, i due termini ālambanam (dipendenza) e āśrayam (ricerca di protezione) sono i punti cruciali da comprendere. Pertanto, un Avadhūta è colui che è sempre in uno stato di beatitudine e privo di qualsiasi bandhana laukika (i vincoli del mondo della relazione) o viṣayavāsanā (la ricerca istintiva dei frutti dell’azione con i conseguenti sentimenti che determinano nella manifestazione), e che è sempre in uno stato di ātmānanda (beatitudine dell’anima). Questa descrizione trova supporto certo anche nelle parole amarasiṃhā’s nāmliṅgānuśāsanam che definiscono il termine ‘dhūta’: tyaktam hīnam vidhūtam, samajjhatam dhūtamutkṛṣṭham, uktabhāṣitamuditam jalpitam ākhyatam abhihitam lapitam che significa in senso generale ‘rinunciare’. Un Avadhūta rifiuta con gioia ogni legame, ogni appagamento dei sensi, per staccarsi, mentre è in vita, dai doni di questo mondo e dai frutti dell’azione. Numerosi trattati in sanscrito hanno descritto, semplificato e venerato questa singolare individualità stabilita nell’Assoluto (paramārtha). I testi hanno equiparato un Avadhūta a un muni (colui che è diventato muto dopo aver realizzato che le discussioni su ātmatattva non sarebbero di alcun profitto per realizzare il brahmatattva), a uno yati (colui che ha raggiunto indriya nigraha il «controllo dei sensi», «yaśaḥ nigrate iti yati»), a un parivrājaka (il cui voto è continuare a muoversi sulla terra), a un saṃnyāsin (samyag+nyāsi: che ha rinunciato a tutto nella ricerca del Brahman), a un paramahamsa ātmaniṣṭha», sempre dedito alla conoscenza spirituale, che ha abbandonato, nyāsa, tutte le azioni rituali, karma), a un yogi (che ha padroneggiato yama, niyama, ecc.) e a un turyātīta (colui che, seppure nella quarta fase dell’esistenza corporea, «kevala jīvayuktam», è completamente distaccato da essa). Ognuna di queste esistenze è abbellita e spiegata in vari sūtra come lo Yogavāsiṣṭha, l’Avadhūta Gīta, l’Avadhūtopaniṣat, ecc. Innumerevoli esempi nei Purāṇa, nel Mahābhārata, nel Rāmāyaṇa, presentano l’Avadhūta in questo modo.


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